LA VOCE
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  Una cosetta scritta al volo, in un momento di esaltazione, dopo Inter-Real Madrid 3-1 del 25/11/98. E' apparsa su it.sport.calcio e it.sport.calcio.inter.


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La Voce

A un certo punto l'Inter si incazzo'.

Mancavano dieci minuti alla fine, forse meno. La partita si trascinava stancamente verso l'uno a uno, tutto sommato giusto. L'Inter aveva giocato un primo quarto d'ora orgoglioso, poi si era lentamente spenta.

Era andata in vantaggio, con un po' di fortuna, all'inizio del secondo tempo. Ma si era fatta subito rimontare. E le squadre stavano giochicchiando in attesa del novantesimo, mentre una vocina ipnotica e cantilenante ripeteva nelle loro teste "Lo Spartak ha pareggiato, l'1-1 puo' andar bene". La stessa frasetta diabolica aleggiava per gli spalti. La stessa frasetta veniva
ripetuta fino alla noia da Piccinini e Serena ai tifosi che seguivano da casa, alla TV.

Fu a quel punto che l'Inter, l'anima stessa dell'Inter, con rabbia si ribello'. E urlo' "NOOOOOOOOO!" nella testa dei giocatori.

"Chi cazzo e' lo Spartak?! Che vuol dire: puo' andar bene?! Chi se ne frega dei punti, delle classifiche avulse, delle differenze reti, delle seconde ripescate! Siete l'Inter, cazzo! Questa e' la nostra serata! La nostra partita! Quello e' il Real Madrid! Stiamo giocando la Coppa dei Campioni!"

I giocatori si guardarono l'un l'altro, scambiandosi cenni d'intesa. Tutti avevano sentito la stessa Voce e ne avevano ricevuto la stessa scarica di adrenalina, la stessa voglia di combattere, di vincere.

Ma lui, lui sembrava addirittura impazzito. Lui che era il meno interista di tutti, che aveva calcato quel prato con la maglia della Juve, addirittura del Milan. Lui che era considerato un freddo, un giocatore non adatto alle battaglie. Ma la Voce, saggia, non aveva parlato al giocatore, ma al ragazzo di Caldogno, tifoso interista, che la sera si addormentava sotto il poster di
Beccalossi.

L'Inter attacco'. Come aveva fatto altre volte. E ancora una volta l'attacco si perse per un passaggio impreciso, per un anticipo. Pero' riprese palla e attacco' di nuovo. Ancora a vuoto. Ma non importa. Riconquisto' rabbiosamente il pallone e si getto' di nuovo all'assalto. Il Real Madrid si ritrovo' stupito alle corde. Il pubblico spalanco' gli occhi dalla sorpresa. "Cosa sta
succedendo?". I tifosi piu' tiepidi, che stavano guadagnando l'uscita, rimasero congelati sulle scalette. La Curva invece aveva capito, ed era tornata a ruggire.

E lui. Lui sembrava indemoniato. Picchiava come un terzino, rincorreva gli avversari come un mediano, giocava il pallone come il fuoriclasse che era, vedeva la porta come un centravanti. Nessuno l'aveva mai visto giocare cosi'. Fu al quinto o sesto attacco consecutivo, azioni sempre incasinate, velleitarie, umorali, ma ruggenti, che lui si trovo' la palla giusta sul
destro. Non perdono'.

Lo stadio esplose. Lui gioi' scatenato. Si tolse la maglietta e l'agito' al vento come una bandiera. L'aveva mai fatto, prima? Giurano di no.

Ma non era pago. Altre due volte si ritrovo' solo davanti alla porta avversaria. La prima volta fu falciato dal difensore e impreco' selvaggiamente contro l'arbitro. La seconda, a partita ormai finita, aggiro' con eleganza il portiere e firmo' il suo secondo sigillo.

Porto' una mano all'orecchio destro. Un gesto che pochi interpretarono correttamente. "Voce!" chiamo' dentro di se. "Cosa mi dici adesso?".

La Voce rispose. Non esprimeva piu' rabbia, ma commozione e orgoglio.

"Sei dei nostri, Roby. Ora si'. Finalmente si'."


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