LA SCRITTICE DE RICCONTI ZOZZI - Prologo
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La Scrittice de Ricconti Zozzi - Prologo

AMORE GRECO (di Troxya)

Lo stridìo dei gabbiani era assordante.

Alle soglie della sera l'isola di Sikinos sembrava sprofondare indietro nei millenni, fino ad uscire dal tempo. Il mare, che rifletteva immobile i raggi ancora incandescenti del sole, osservava indifferente l'isola. Osservava indifferente i gesti lenti dei suoi abitanti e il pigro passeggiare dei turisti, ancora pochi in quelle lunghissime giornate di fine giugno.

Come l'isola, anche io in quei momenti perdevo la dimensione del tempo. Dimenticavo ciò che mi attendeva per la serata. Dimenticavo il mio passato. Forse anche il presente. Trovavo inconcepibile fare qualsiasi altra cosa che non fosse restare lì, seduta sulla spiaggia, a guardare il sole che mollemente, tra le isole di Kimolos e Sifnos in lontananza, si avvicinava alla linea blu dell'orizzonte per perdersi nel suo abbraccio e sparire al di là del mare.

I gabbiani cantavano più forte, mentre il sole sempre più rosso completava l'amplesso del tramonto. Ed io ero lì, immobile, partecipe di quella magia, mentre il mio corpo vibrava dell'erotismo del momento. Assorbivo come un nettare i profumi marini. La brezza, piacevolmente fresca, carezzava la mia pelle secca di sale. Senza nessuna ragione apparente il ritmo del mio respiro aumentò, mentre un senso di calore dentro ed una familiare umidità tra le cosce, parlavano chiaramente della mia voglia di sesso.

Pochi passi verso il molo, dove i pescatori, con le pelli brune come cuoio, rammendavano pigramente le reti. La maggior parte di loro erano vecchi lupi di mare, esili e smagriti, dal crine bianco, col sigaro puzzolente che pendeva dalle labbra. Lui no. Lui avrà avuto 20-22 anni, i riccioli mori, il profilo elegante, le spalle e le braccia forti come un giovane eroe omerico.

Non ci fu bisogno di parlare. Un mio sorriso, che subito si riflesse nel suo, fu tutto quello che servì. Al resto ci pensarono le mie lunghe gambe abbronzate, i miei morbidi capelli biondi, l'offerta d'amore delle mie labbra morbide e schiuse, le mosse sinuose di un corpo che prometteva piacere.

Mi prese per mano e ci allontanammo dal gruppo dei pescatori, mentre lui rivolgeva loro parole di scusa, cui essi rispondevano con frasi ironiche e complici. Ci addentrammo nella città vecchia, fino ad una piccola casa, molto modesta, che profumava di mare, di basilico e di bucato pulito.

Nudi sul suo letto singolo, i suoi baci conobbero la mia lingua, i miei seni e la mia valle del piacere. La sua prepotente virilità venne a dissetarsi nella mia bocca, incontrandone l'abbraccio caldo ed intimo, donandomi e ricevendo da me brillanti scintille di piacere.

Presto fu sopra e dentro di me, che mi offrivo vogliosa, a condividere l'energia delle potenti scosse del suo amplesso. La mia bocca cercava la sua, per urlarvi con un bacio il piacere con cui mi stava sconvolgendo. Quel piacere crebbe presto a dismisura e in pochi minuti persi il controllo tra quelle braccia abbronzate, abbandonandomi sotto i suoi occhi ad un violento orgasmo.

Si staccò da me. Il suo scettro d'amore vibrava intenso. La cupola era rossa come un rubino. Doveva ancora avere il suo piacere. Con pochi gesti mi costrinse a girarmi.

Il dolore che mi procurò, introducendosi deciso nel mio antro più stretto, confrontato alla sensazione avvolgente di piacere del dopo orgasmo, fu come uno schizzo di sangue scuro in una tazza tiepida di latte e miele. I miei lamenti sottolineavano il mio disagio e la mia sofferenza. Ma non c'era protesta da parte mia. Sentivo di voler essere sua in quel modo, totalmente. Volevo provare quel disagio. Quella sofferenza. E mentre lui, incurante, continuava a prendersi il piacere che voleva dal mio corpo e dal mio buco, senza timore di squassarmi, io stessa cominciavo a sentire i brividi che mi procurava quel ramo duro che si agitava dentro di me.

I miei lamenti si erano trasformati in gemiti di piacere, ai quali lui rispondeva compiaciuto con espressioni in greco che non riuscivo a capire. Gli piaceva vedermi godere mentre mi prendeva così. Poi si irrigidì e riversò un copioso orgasmo, fluido e caldo, dentro di me.

Restammo ancora mezzora in quel letto sfatto, a scambiarci baci e carezze. Sagome indistinte nel buio sempre più fitto della sera. Poi dovetti salutarlo. Una serata di vacanza mi aspettava. I miei amici. Il mio uomo.

Un ultimo bacio, e me ne andai. Non seppi mai il suo nome.

Troxya

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