PAPAYA - PICCOLA MELA ACERBA
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Piccola Mela Acerba

In quel momento pensai che avrei preferito essere sola con lei.

Emanuela sembrava un cerbiatto spaurito, dimostrando anche meno dei suoi diciassette anni. Pensavo che non si sarebbe mai rilassata a dovere davanti agli sguardi famelici di Sandro, il mio uomo, e dei suoi due amici.
Io le sedevo accanto, sul divano, e cercavo di rassicurarla con parole tranquillizzanti, sussurrate in modo affettuoso, quasi materno. Lei annuiva e cercava di darsi un contegno da scafata, nascondendo l'emozione, mentre con una mano le slacciavo i bottoni dei pantaloni di cotone rossi, simil-jeans. Sapeva bene quello che la aspettava, e aveva accettato la proposta. Malgrado l'emozione e l'imbarazzo di quel momento, non era difficile intuire che dietro quel faccino tondo da bambina, con le lentiggini e i capelli neri, si nascondeva una deliziosa porcellina.

Forse in quel momento stava pensando con un filo di senso di colpa al suo boyfriend, lo stesso con cui sarebbe uscita più tardi quella sera, al quale non avrebbe confessato nemmeno sotto tortura l'esperienza che stava per vivere.

La stoffa dei pantaloni scorreva via sulla pelle perfetta delle cosce di Emanuela. La invidiai subito per quell'aspetto vellutato, quella peluria impercettibile che mai aveva conosciuto rasoi e creme depilatorie. Un giorno anche lei avrebbe dovuto combattere, come noi che abbiamo passato i trenta, l'assalto della cellulite, le aggressioni delle cerette, la tendenza inesorabile al rilassamento dei tessuti. Quasi con sollievo scoprii un ginocchio un po' largo e una caviglia un po' tozza. Mi sentii orgogliosa delle mie giunture sottili, ma mi rimproverai subito per quei confronti sciocchi e insensati.

Emanuela arrossì sotto le lentiggini. Portava delle mutandine bianche, con degli orsacchiotti disegnati in tinte rosa. Gli occhi di Sandro e degli altri due si posarono su quell'indumento da bambina, quasi avessero voluto strapparlo con il solo sguardo. Ma io avevo altre idee.

Tornai a sederle accanto e le sorrisi. Lei ricambiò il sorriso. "Posso baciarti, Emanuela?" le sussurrai. Lei annuì, abbassando gli occhi e porgendomi le labbra. Appoggiai delicatamente le mie, e con la lingua forzai la barriera corallina dei denti. La sua lingua rispose, incerta, poi più decisa. Immaginai che effetto potesse farle il primo bacio dato ad una donna, una donna molto più grande di lei, che sapeva di Marlboro e di Lemonvodka.

Il bacio durò a lungo. Si era stabilita la giusta complicità tra noi, e volevamo dimenticare insieme la presenza ingombrante dei tre uomini. L'una tra le braccia dell'altra, gli occhi chiusi e le lingue intrecciate, di loro non restava che il rumore di bottiglie e bicchieri presi e poggiati di nuovo sul tavolinetto.

Cominciai ad esplorarla con le mani. Carezzai il suo seno abbondante e sodo (voglio vederti tra quindici anni, tesoro mio...) che gonfiava la camicetta, mentre lei si limitava pudicamente a massaggiarmi i fianchi e la schiena. La mia mano sinistra (mi ero seduta dalla parte sbagliata) oltrepassò l'orlo delle mutandine e si intrufolò tra i suoi peli ricci. D'istinto strinse le cosce per qualche secondo, quindi le riaprì e si offrì all'indagine delle mie dita. Sfiorai le grandi labbra con i polpastrelli, poi la carezza si fece più decisa. La guardai. "Ti faccio male?" "No..." "Ti piace?" Esitò. Poi ammise di sì.

Col dito medio tentai una piccola penetrazione, attenta a non graffiarla con l'unghia. Dentro era calda, bagnata e scivolosa. La piccola cerbiatta si stava divertendo davvero. La baciai ancora con la lingua e lei rispose con entusiasmo.

Mi inginocchiai davanti a lei e sfilai le mutandine, per la gioia dei presenti. Aspettavano quel momento con impazienza, ma tutto sommato erano stati discreti. Emanuela collaborò il minimo indispensabile, assecondando le mie manovre. Poi però tornò a chiudere le cosce ed a nascondere lo sguardo. Solo un ciuffetto di peli neri e morbidi era visibile. Per l'ennesima volta tornai a sedermi accanto a lei e a baciarla, lingua contro lingua. Con la mano tentai di aprirle le gambe ma lei si irrigidì. Attesi ancora un po' cercando di farla sciogliere nel bacio, poi tornai all'attacco. Con riluttanza cedette, un centimetro per volta, poi in un colpo solo spalancò le ginocchia quasi oscenamente, rifugiandosi e nascondendosi sempre di più tra le mie braccia e nel mio bacio.

Dagli uomini arrivarono esclamazioni soffocate di approvazione. Fui quasi gelosa del fatto che loro potevano ammirare per primi il tesoro nascosto della piccola Emanuela, mentre ero io che stavo impegnandomi per portarlo alla luce. La mia mano tornò sulla vulva, ora del tutto accessibile, e riprese ad esplorare quelle tenere pieghe di giovane carne. Emanuela vorticava la sua lingua invadente nella mia bocca, per trasmettermi la sua eccitazione e la sua gratitudine per le carezze.

Le sussurrai in maniera impercettibile. Non volevo che gli altri sentissero. Quello era un momento intimo tra me e lei. Le sussurrai "Sei pronta? Cominciamo? Te la senti?" Lei mi sorrise ed annuì piano. "Vedrai, ti piacerà... anche se non sono molto esperta in questa cosa... forse non sono l'ideale per la tua prima volta con una donna...". Mi guardò e rispose dolcemente "No... Sono contenta che sei tu...". Ci baciammo ancora.

Quando mi sistemai in ginocchio tra le gambe di Emanuela, gli uomini si agitarono. Era il momento clou dello spettacolino e non volevano perdersi nulla. Si sistemarono sulle poltrone in modo da avere la visuale sgombra e seguivano con il fiato sospeso ogni mio movimento. Emanuela era di nuovo arrossita e aveva serrato gli occhi, come per fingere di non essere lì. Ma l'imbarazzo non inibiva l'eccitazione: la sua fichetta era visibilmente umida e mi aspettava palpitante.

Io non avevo fretta. La sfioravo con le dita nell'interno delle cosce, mentre con gli occhi mi godevo lo spettacolo di quella giovane fica. L'odore, ingenuo e naturale, mi portò alla mente i miei anni di adolescente, gli orgasmi notturni trovati con le dita, che poi portavo avidamente al naso, come per imprimere per sempre nella memoria il profumo della mia innocenza. Mentre la baciavo piano all'attaccatura delle cosce all'inguine mi sentii quasi in colpa. Coinvolgere quella bambina e la sua malizia naif in quel perverso gioco d'adulti mi sembrava un sacrilegio. Tre uomini porci e libidinosi che volevano gustarsi lo spettacolo del giocattolo preferito di uno di loro (che ero io, consapevole e consenziente nel ruolo) mentre si esibiva in un cunnilinguo saffico.

Potevano trovarne un'altra, una come me, una donna abituata a questi giochetti. Oppure una lesbica convinta, ben lieta di farsi sollazzare oralmente dalla sottoscritta, felice di contribuire all'umiliazione di una donna così succube ai desideri maschili. Ma Emanuela no. Perché disilluderla così presto, perché strapparla dal suo mondo di fate, perché darle subito questa immagine cruda di quanto sono contorti e schifosi i giochi dei grandi?

Emanuela stessa mi strappò dai miei romantici pensieri, interrompendo l'elaborato mosaico di baci e slinguatine con cui stavo aggirando il centro del suo piacere, rimandando l'affondo deciso. Con un'impercettibile rotazione di bacino, accompagnata da un lieve gemito, avvicinò la sua intimità alla mia bocca. Accolsi l'invito. Tirai fuori la mia lingua bagnata e cominciai sul serio il mio servizio.

Subito la mia bocca fu invasa dal suo sapore di donna, dolce e aspro, quasi agro, come un frutto succoso ma ancora acerbo.

Emanuela ansimò forte, e la sua eccitazione si trasmise a me. Chiusi gli occhi. La passione con cui mi adoperavo non era simulata. Stavo sforzandomi con tutta me stessa di dimenticare i sei occhi maschili che assistevano, ma non potevo fare a meno di sentire il loro respiro pesante, i brevi commenti che si scambiavano sottovoce, quasi per paura di turbare la tenerezza del momento.

Fu Sandro a rovinare tutto. Nella mia posizione genuflessa, la microgonna di pelle che Sandro mi imponeva per le nostre serate di vizio era tirata sino allo stremo sulla curva tonda e piena del mio fondoschiena. Sentivo che era risalita sul di dietro, mostrando l'attaccatura delle calze e probabilmente (non potevo esserne certa) una buona parte del culo e un angolo delle mie mutandine. Non bastava così, Sandro? Non era già abbastanza sexy questo spettacolo per te e per quei porci dei tuoi amici? Non basta mai a voi uomini, vero? Dovete sempre rincorrere l'eccessivo, l'esagerato, il volgare, incapaci di scoprire il piacere sublime che si nasconde nelle sfumature, nelle nuances, nel sottile filo dorato tra ciò che si vede e ciò che viene lasciato ai voli dell'immaginazione...

"Scopri il culo, Papaya" mi disse. Feci finta di non sentire, troppo impegnata a ricamare con la lingua tra le foglie morbide del nido d'amore di Emanuela, ormai completamente rilassata e dedita solo ad assaporare il piacere che le davo. Sandro s'alzò e venne dietro di me. Con un gesto deciso afferrò l'orlo della minigonna lasciandolo scorrere fino ai fianchi. Il culo ora era esposto, coperto (si fa per dire) solo dalla ridicola protezione di un minuscolo perizoma. Inarcai la schiena per dare uno spettacolo ancora migliore al pubblico. Sono orgogliosa delle forme piene delle mie natiche e ci tenevo a valorizzarle al meglio.

Sandro non era ancora contento. Tirò le mutandine verso l'alto, per far scomparire la sottile striscia di stoffa tra le mie natiche. Io lo lasciavo fare passiva, cercando quasi di scomparire nell'appassionata leccata tra le cosce di Emanuela, a chilometri di distanza dalle manovre delle sue mani. Ma sentivo le mutandine strofinarsi contro le mie parti sensibili, e non potevo ignorare le scintille di piacere che ne provenivano.

Poi afferrò la stoffa e la scostò, offrendo alla luce tutti i miei buchi del piacere. Esponimi, Sandro! Mostra agli amici il tuo angolino del divertimento, come fosse un quadro d'autore, un trofeo di caccia! Immaginavo il suo sorriso soddisfatto e compiaciuto, gli occhi attenti e ammirati dei suoi amici, la perfida complicità dei tre uomini alle mie spalle (in tutti i sensi). Io continuavo testarda a rivoltare con la lingua quella fichetta dolce, come se fosse tutto il mio universo, ma quello che stava accadendo lì dietro, anche se fingevo di ignorarlo, mi stava potentemente eccitando.

Sandro cominciò a toccarmi. Non per darmi piacere, oh no, solo per aprirmi meglio. Per mostrare ai suoi amici quanto fossi bagnata. Nessuno parlava, ma mi immaginavo i loro pensieri che volavano sull'onda degli sguardi. Vedete quanto è troia la mia Papaya? Vedete come ci gode a slinguazzare una ragazzina come se fosse una lesbica disperata? Vedete come le piace mostrare il culo e farsi smaneggiare davanti a due perfetti estranei? E io subivo, sapendo che era tutto perfettamente vero.

Senza il minimo preavviso, Sandro affondò due dita in un colpo solo nella mia vagina. Questo mi strappò dall'ostentata indifferenza e costringendomi ad un breve grido e ad interrompermi. Per un attimo tutto restò sospeso. Poi Sandro cominciò a giocare con le sue dita dentro di me. Emanuela posò la mano tra i capelli biondi della nuca e mi tirò decisa contro la sua intimità. Feci appena in tempo a notare che aveva gli occhioni verdi aperti ed attenti. Anche lei, dunque, stava assistendo eccitata alle manovre disinvolte di Sandro sui miei quarti posteriori esposti e sulla mia vagina indifesa. Anche lei, come testimoniava la brutalità di quel gesto, aveva preso a considerarmi un mero giocattolo del piacere. Provai un brivido caldo a quel pensiero. Ripresi a leccarla con passione e devozione, mentre Sandro, pago di avermi eccitata e spalancata per dare più pepe allo show, tornava placido in platea.

Passarono pochi minuti ed Emanuela salutò con un gridolino ed un irrefrenabile terremoto del pancino morbido il suo orgasmo. Nella foga del momento almeno tre unghie della sua mano destra si conficcarono nella mia spalla, presso la base del collo. Io continuai a leccarla sulla clitoride fin quando con un gesto convulso mi implorò tacitamente di smettere. Poi si abbandonò all'indietro, lasciando le gambe spalancate, dimentica ormai di tutti i pudori iniziali. La sua fica era gonfia, arrossata e bagnata del mix tra i suoi umori e la mia saliva.

I presenti salutarono l'evento con commenti entusiasti, ma senza scomporsi troppo. Tra una tirata di sigaretta, e una sorsata di whisky, mi gratificarono con dei "Bravissima Papaya" "Molto brava, davvero" "Eccitantissimo" "Grande spettacolo". Io ero accovacciata sul pavimento freddo... ai piedi degli altri quattro, i tre uomini e la ragazza, che invece sedevano comodamente su divani e poltrone. La gonna ancora alzata ed il culo scoperto, la faccia bagnata della mia bava e di succhi femminili, il trucco inevitabilmente tutto sbaffato. Dentro di me, l'agitarsi nervoso di un'eccitazione che era stata svegliata prepotentemente, ma che non aveva avuto nessuna occasione per sfogarsi. Aspettavo. Ansiosa di sapere cosa c'era ancora in serbo per me quella sera.

Non dovetti aspettare molto. Dopo qualche minuto, quasi contemporaneamente, gli amici di Sandro slacciarono i pantaloni ed estrassero i loro uccelli, maneggiandoli languidamente per portarli alla piena erezione. Sandro no. Sandro mi avrebbe goduta dopo, nell'intimo, tutta per lui, quando la mia eccitazione sarebbe giunta al limite del sopportabile e sarei stata disposta a strisciare per un po' di calore maschile. Solo allora mi avrebbe permesso di accedere alla sua eccitazione, altrettanto pronta ad esplodere. E avremmo fatto fuoco e fiamme, come sempre accade in questi casi tra di noi.

Emanuela si sistemò meglio sul divano, con una luce di malizioso interesse negli occhi, senza nascondere di voler godersi il seguito dello spettacolo. Notai che non si era rivestita. Il pube riccioluto e ancora bagnato era ben visibile, sotto la camicetta svolazzante. Ma ormai era fuori dal cerchio bollente dei riflettori.

"Sei pronta Papaya?" mi chiese uno dei due, mostrando una sorprendente traccia di umana comprensione, segnalandomi con lo sguardo il suo cazzo eretto. Certo. Papaya è sempre pronta. Papaya è pronta a tutto.

Mi spostai carponi verso la sua poltrona e presi posto sul pavimento tra le sue ginocchia. Non era previsto quel finale, ma in fondo c'era da aspettarselo. Feci disperatamente appello alle mie ghiandole salivari per uno sforzo straordinario. Il mio regno per un bicchiere d'acqua fresca. Se non mi trovano qualcosa da bere, il secondo può anche scordarselo.

Afferrai quel pene svettante e avvicinai le labbra. Riconobbi tutte le sensazioni, visive, tattili, olfattive ed emotive, come un gradito ritorno a casa. Ma il viaggio esotico tra le cosce di Emanuela non mi era dispiaciuto. E mentre la mia testa cominciava lentamente a muoversi nell'abituale ritmica danza della fellatio, mi dispiacque sentir svanire nella bocca il sapore di quella piccola mela acerba.


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