PAPAYA - FIESTA!
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Fiesta!

Quarantacinque minuti a passo d'uomo per trovare un buco di parcheggio, da pagare quasi quanto il prezzo d'ingresso. Una lunga camminata fino ai cancelli, la fila alla cassa, l'entrata, ed eccoci a "Fiesta!": uno dei luoghi "cult" dell'Estate Romana, un angolo di America Latina appena dentro il Raccordo, ricavato nella struttura dell'Ippodromo di Capannelle.

All'inizio era un'idea transitoria, nata per sfruttare la moda, che sembrava passaggera, dei balli sudamericani. L'iniziativa ebbe tanto successo da essere ripetuta, ogni anno, fino ad oggi. Ormai saranno...

"Da quanti anni c'è Fiesta?" chiedo, un po' a tutti, un po' a nessuno.

"Mi sembra cinque o sei..." ipotizza Sandro, il mio uomo. "Di piuuuuù" lo contraddice Nicola. "A me sembra che ci sia sempre stata!" azzarda Francesca. Siamo quattro coppie e ci muoviamo a fatica nella ressa. Tutti mugugnano "Ragazzi, mai più... Il sabato non si può venire... troppo casino..." Ma intanto siamo qua.

Intorno gente di tutti i tipi. Pochi giovanissimi, molti giovani e meno giovani, quasi tutte coppie, spesso sposate, magari anche con i bambini al seguito. C'è chi sfoggia già l'abbronzatura da vacanza lunga, chi è appena tornato scottato da Capocotta o Torvaianica, chi ha ancora il bianco giallastro di città. Gli abiti sono generalmente informali, da passeggiata sul lungomare. Molta pelle del corpo scoperta, calzature aperte. Nell'aria l'odore di folla, di esseri umani accalcati.

Intorno ci sono chioschi che vendono fette di cocomero, bar all'aperto con tavolini, bancarelle di chincaglieria varia, con un ovvia prevalenza di oggetti latino-americani, sombreri, ponchi, articoli di pellame. Avanziamo lentamente per restare in contatto tra di noi, ma con questa ressa è un impresa.

Ci sono le varie piste da ballo, spazi aperti con musica sparata da casse enormi appese in alto, gente che balla e gente che guarda. Si indovinano a prima vista quelli che durante l'inverno hanno seguito i corsi di danza. Riconoscono il ritmo dalle prime note delle canzoni e partono subito con la coreografia appropriata. Di solito le donne ballano bene, gli uomini sono troppo attenti ad eseguire il passo giusto, e non credo che si divertano poi tanto. Sono piuttosto pochi, e nessuno se li fila.

C'è una pista in particolare che sembra attirare persone come zanzare intorno a un lume. Si sente musica allegra, parole urlate al microfono, gente che urla e ride. Ci dirigiamo là. Ci sono ballerini sul palco che dettano i movimenti della danza, e la gente sotto che li segue, o almeno ci prova. E' divertente, e meno sai ballare più ti diverti. Sotto al palco sono tantissimi che si muovono insieme o cercano di farlo... c'è sempre qualcuno che sbaglia, finendo addosso al vicino, ridendo e provocando l'ilarità di chi c'è intorno. L'atmosfera è piacevole, il sorriso contagioso.

Appena ci avviciniamo lo vedo. E' sul palco, con un microfono-cuffia. Nero di pelle, altissimo, bellissimo. Muove i suoi passi di danza con la grazia di una pantera. Parla al microfono per dare il ritmo e le indicazioni. Sorride, abbagliando chi lo guarda con quei denti enormi e bianchissimi. Scherza, dice cazzate in un misto impossibile di italiano e spagnolo. La gente non capisce, ma ride lo stesso, per simpatia o per imitazione. Porta dei jeans tagliati al ginocchio, talmente sdruciti che io non li userei nemmeno per fare le pulizie di casa, e una camicia rossa lisa e stinta, sbottonata, con i lembi annodati davanti all'ombellico. Ancheggia a tempo, con il culo stretto e sodo; muove il busto dando risalto alle linee scolpite dell'addome, alle spalle larghe. Uno stupendo pezzo di esemplare maschio.

Sandro mi dà di gomito: "Niente male, vero Papaya? Te lo faresti quel negrone?" "Cazzo!" rispondo io "me lo farei di corsa!".
"Dai, vai a farti due salti lì sotto... vattelo a studiare da vicino! Fatti vedere da lui... Può darsi che te lo rimorchi!"

Mi avvio con un sorriso di sfida. Comunque avevo voglia di ballare. Senza nemmeno chiedere a qualcuno degli altri se voleva unirsi, mi butto in pista. Riesco tra spinte e spallate a farmi largo, fino ad arrivare in prima linea, ai piedi del ballerino. Mi guardo intorno. Lì sotto il palco sono tutte ragazze, e tutte con gli occhi fissi su di lui. Non sono stata l'unica ad avere l'idea. Lui sorride sornione in mezzo a tutti quegli sguardi di adorazione.

Comincio a muovermi insieme alle altre. So ballare abbastenza bene e sono convinta di fare la mia bella figura in mezzo al mucchio. Anche se la concorrenza è tanta e ci sono diverse belle fiche. Dentro di me una voce mi rimprovera. Mi accorgo che sto sforzandomi in modo di ridicolo per cercare di attirare la sua attenzione, come una quindicenne ad un concerto rock.

Ma il negro, lassù, ci sa fare. Ha carisma, niente da dire. La gente esegue i suoi ordini con entusiasmo. A un certo punto fa un passo difficile e mezza pista si impicca per provare ad imitarlo. Lui ride, con i dentoni bianchi al vento, e la gente ride felice con lui. All'improvviso mi guarda.

Brivido.

Reggo il suo sguardo, gli sorrido. Continuo a ballare meglio che posso, cercando di evidenziare le tette, ancheggiando sinuosamente. Sento il peso dei suoi occhi su di me, quasi fisicamente. Mi scruta dalla testa ai piedi. Sto decidendo di fargli un gesto, un segnale. Non so... Strizzargli l'occhio... o leccarmi le labbra.

Non ne ho il tempo. Volge lo sguardo altrove. Non si riesce a capire se gli è piaciuto quello che ha visto oppure no. Sarà durato un secondo, forse meno. Sento il cuore battere forte. Mi rimprovero: "Papaya, smettila!"

Per altri dieci minuti resto incantata dalle sue magie, a ballare seguendo i suoi movimenti, insieme a tutta la mandria. Poi lui termina il suo turno e, senza che la musica si interrompa, viene sostituito da una brunetta. E' bassina, e non è un granché di viso, ma ha un sorriso simpatico, un bel culo dentro i fuseaux di lycra viola, e un top nero che copre appena il seno generoso. I ragazzi la applaudono. Anche lei si muove molto bene sulla musica, è molto sensuale, ma ormai il mio interesse è sceso a zero, ed osservo con malizia come la prima linea sotto al palco vada ora affollandosi di uomini.

Mi sento chiamare da Sandro. "Vieni Papaya, andiamo a bere qualcosa..." Benissimo, cominciavo ad avere sete. La comitiva fende a fatica la folla, col tempo sempre più densa, fino a raggiungere i tavolini di un bar. Ci sediamo in otto intorno a due tavolinetti minuscoli. Una ragazza viene a prendere le ordinazioni. Chiedo un Pink Crak (Spumante, Aperol, Gin, Cointreau, e... succo di Papaya, naturalmente).

Arriva il gestore del bar con il vassoio e Sandro lo saluta con calore. Lo conosce (figuratevi!) perché ha un bar vicino dove lui lavora. Su invito di Sandro si siede con noi e comincia raccontarci tutti gli affari suoi...a spiegare che d'estate chiude il suo bar alle otto e si precipita qui... e le peripezie che ha fatto per ottenere lo spazio... e la gente che quest'anno è poca (!!!) e l'anno scorso era di più... Reprimo uno sbadiglio con una lunga sorsata dal mio bicchiere. E' appena passata mezzanotte e già comincia a venirmi sonno...

All'improvviso sono perfettamente sveglia. Lui è là. Lo stupendo ballerino di colore è a pochi metri dal nostro tavolo. Il cuore comincia a battere forte. Il gestore lo chiama. "Ehi, Ramon! Vieni qui!" Poi si rivolge a noi. "E' un ballerino cubano, ha il camper qui vicino... è un tipo da morire dal ridere... abbiamo fatto amicizia. E' veramente bravo, sapete?"

Sandro risponde "L'abbiamo già visto all'opera, vero Pà?..." con una sfumatura ironica che posso cogliere soltanto io.

Parte il giro di presentazioni. Lui sorride con quei denti bianchissimi. E' subito simpatico a tutti. E' il mio turno, mi alzo e mi sporgo in avanti verso di lui, oltre il tavolo. Non so se mi ha riconosciuta. E' pittosto difficile. "Papaya..." gli dico tendendo un braccio. Lui sorride allegro: "Oooh... me gusta la papaya..." e tra gli sghignazzi generali, invece di stringermi la mano, la porta delicatamente alle labbrone. Il tutto appare come un simpatico scherzo. Solo io ho visto la luce di desiderio nel suo sguardo, solo io ho sentito le sue dita che di nascosto mi solleticavano il palmo con intenzione. Sono emozionata... non so esattamente che pesci prendere... non so se rispondere... non so come rispondere... non so che fare. Torno a sedermi confusa, con i suoi occhi attaccati addosso come sanguisughe.

Un gesto maldestro, e succede il patatrac. Sbatto contro il mio flute che si versa e si scheggia contro la superficie del tavolo. In un istintivo tentativo di salvare il contenuto mi ferisco alla punta dell'indice della destra. E' un piccolo taglio, ma sanguina, sanguina, senza nessuna voglia di smettere.

Il sangue. E' pura suggestione, lo so, ma mi ha sempre spaventato sanguinare. Se devo fare delle analisi, è un dramma. Donare il sangue? Mi piacerebbe, ma svengo solo al pensiero. Guardo quelle gocce rosse, dense, che fuoriescono dalla punta del dito, cadendo pesantemente a terra, una dopo l'altra. Sento la testa girare. Mi sembra di sentirmi mancare. Da qualche parte spunta un fazzoletto maschile, con cui ora cerco di tamponare la ferita. Il più lesto di tutti è Ramon. Mi prende per un braccio dichiarando, con il volto per una volta serio, che ha sul camper tutto ciò che serve per disinfettarmi. Nessuno obietta. Nemmeno io, che mi trovo così trascinata verso un vialetto buio dove ci sono più camper parcheggiati.

Entro così nel suo camper. Sono in uno strano stato mentale. Il senso di mancamento per il dito sanguinante si intreccia con la fredda constatazione di trovarmi sola con lui. Provo un senso di impotente abbandono. Non ho le forze per imporre la mia volontà agli eventi. Posso solo lasciarmi andare alla corrente.

Mi guardo intorno. Questo è il suo camper. Praticamente la sua abitazione. Nemmeno troppo disordinata. Noto in un angolo una chitarra. Sopra uno scaffale due bonghetti. Un radioregistratore con vicino una quantità spropositata di cassette, sparse dappertutto. Leggo i nomi: non mi dicono nulla. Per quest'uomo la musica e la danza sono tutto.

Lui intanto ha finito di armeggiare dentro un cassetto e si avvicina a me. Mi guarda intensamente. Toglie il fazzoletto intorno al mio dito, che prontamente ricomincia a sanguinare. Prende la mano e con gesto lento se la porta alla bocca. Avvolge il mio indice sanguinante con le sue labbra e comincia a succhiarlo e a leccarlo, guardandomi negli occhi, inghiottendo il mio sangue. La sua lingua è ruvida sotto il mio polpastrello. Mi comincio a sentire bagnata tra le gambe.

Prende una bottiglietta di un liquido trasparente. E' alcool puro, non quello rosa puzzolente per uso medico. Lo versa sulla ferita. Grido. Aaaah! Brucia! Ma la frustata di dolore ha il pregio di rimettermi un po' in me. Lui mormora qualcosa che non capisco. Dà una sorsata alla bottiglietta e manda giù. Gli occhi gli brillano nella semioscurità del camper. Mi porge la bottiglietta. Sì. Ho bisogno di qualcosa di forte.

Forse è una sorsata un po' troppo abbondante. Mando giù in un colpo e mi brucia la gola. Tossisco. Lui ride. Vedo che tutto comincia a girarmi intorno. Lui torna a succhiarmi il dito, sanguinante e impregnato di alcool. Il gesto è ancora più sfacciato ed è ancora più intensa la vampata di calore che mi provoca. Una nuova sciacquata di alcool sul taglio. Grido ancora, ma ora fa meno male.

Le sue mani nere afferrano la mia, che al confronto appare piccola e delicata, e cominciano a stringere intorno alla punta del dito una garza bianca. Le sue mosse sono precise ed esperte. La garza è tesa e stretta. Alla fine la blocca con un nodo. Il mio dito è al sicuro. Lo guardo un po' imbambolata.

Senza preavviso mi prende per i fianchi ed avvicina il mio corpo al suo. Malgrado i tacchi che porto devo girare verso l'alto la testa per guardarlo. Sento il contatto del suo corpo, il suo odore forte di uomo di colore, esaltato dal sudore che aveva prodotto sul palco pochi minuti prima. Dovunque lo tocco sento muscoli guizzanti sotto la pelle sottile. E' enorme di fronte a me.

"Me gusta mucho la papaya" ripete piano. Poi mi prende per il mento e avvicina la sua bocca, quasi volesse mangiarmi. La sua lingua comincia ad esplorarmi dappertutto, labbra, denti, palato, mento, naso, bagnando tutto della sua saliva. La mia lingua cerca senza successo di rincorrerla o di arginarla. Intanto sento le mani enormi sul culo che mi stringono contro di lui, obbligandomi a percepire, contro il mio ventre, la sua crescente erezione.

Non riesco a capire nulla. Non riesco a connettere. Sta succedendo tutto troppo in fretta. Io sto solo assistendo, come fosse un film.

Mi illudo di prendere l'iniziativa. Gli slaccio i pantaloncini, abbasso la zip. L'indumento precipita alla sue caviglie. Non porta mutande. Sopra le due cosce d'ebano scolpite, si erge subito la sua lunga proboscide, dura e orgogliosa. Spinge verso il basso sulle mie spalle. Non ce n'era bisogno. L'avrei fatto da sola. Mi inginocchio davanti al sovrano. Lui sospira con approvazione.

Comincio a studiare, eccitata, quell'arnese esotico, accarezzandolo con le mani. Magari avessi avuto più tempo a disposizione, ti avrei fatto vedere cosa è capace di fare Papaya con la bocca! 

Avrei voluto averti per più tempo. Per tutta una notte. Farti godere con tutto il mio corpo, e godere del tuo. Ma non posso rimanere chiusa in questo camper per ore. Dobbiamo fare in fretta. Non tanto per Sandro, ma per gli altri, che non capirebbero, che non sanno come sono i termini del nostro rapporto.

Imbocco la grossa cappella e comincio a succhiare. Mi piace il suo sapore, mi piace il suo odore, mi piace sentirlo duro tra la lingua ed il palato. Nell'oscurità i suoi occhi mi guardano, senza espressione, ma attenti ad ogni dettaglio. Lo tengo piantato a fondo nella bocca, strofinando con la lingua, mentre con le mani mi sbizzarrisco sul suo corpo duro. Palpo le cosce tornite, i polpacci muscolosi, lo abbraccio afferrandogli le natiche. Sono estasiata da quel corpo.

Mi afferra per la nuca, e con le sue mani giganti mi spinge verso di se, prepotentemente. Con un gesto mi ribello. Vuoi mettermelo in gola? Va bene. Ma lascia fare me.

Trattenendo il respiro lo lascio scivolare sempre più in fondo, muovendo i muscoli della gola come se stessi deglutendo. E' molto lungo, ma per fortuna non è larghissimo. Va giù.

Con le labbra arrivo alla base. L'ho tutto dentro di me. Ho il naso tra i peli radi e ricci. Con uno sforzo tiro fuori la lingua e gli sfioro il sacco dei testicoli. Sono piena della sua carne, del suo odore e del suo sapore. Lui respira forte. Gli piace stare così, con la mia lingua che lo sollazza tra le palle e le piccole involontarie contrazioni della gola che gli massaggiano la punta. Anche a me piace stare così, ma devo restare rilassata per non innescare il riflesso di tossire, altrimenti mi soffoco. Sento l'eccitazione crescere e colarmi nell'interno delle cosce. Ci guardiamo. Il mio sguardo esprime piacere e gratitudine. Lui sorride illuminando la stanza coi suoi denti bianchi.

Lentamente lo estraggo dalla gola e dalle labbra. E' tutto bagnato e lucido. Sembra ancora più nero. Lui lo afferra con due dita e lo tira verso l'alto, massaggiandolo piano. Il gesto è chiaro. Obbediente mi chino a leccargli le due grosse prugne nere. Sono quasi completamente prive di peli. Un bel vantaggio. Poi le afferra e tira verso l'alto anche quelle. Vuole essere leccato ancora più sotto. Mi incuneo tra le cosce a lingua di fuori, a raccogliere sapore di sesso e di maschio, di negro e di sudore.

Ora mi afferra per la nuca e mi tira più su. Torna ad infilarmelo in bocca. Ma vuole regolare a suo piacere, con le mani tra i capelli, i movimenti della testa. Va bene. Mi piace anche così.

D'improvviso lo estrae. Mi fa alzare in piedi. Mi piega con il busto su un tavolino e alza la gonna. Io collaboro, abbassando le mutandine fino al ginocchio. Le sue dita lunghe verificano che sono bagnata, molto più di quanto serva. La sua sinistra mi afferra per un fianco. La destra guida il suo pene dentro di me. Due spinte, e già è tutto dentro.

Comincia a fottermi velocemente, con colpi decisi che mi fanno smuovere tutta. Non cambia ritmo, non cambia musica, è un ossessivo martellare che sento in ogni fibra del mio essere. Poi si ferma, riprende fiato e torna a scoparmi con ancora più foga. Vuole concludere. Ha fretta. Maledetta fretta. Eppure ha ragione... dobbiamo sbrigarci... ci stanno aspettando... cosa penseranno...

Lo sento accelerare, sta pensando solo a raggiungere presto il suo piacere. Mi rendo conto che non ho nessuna speranza di avere il tempo di costruire il mio. Il pensiero si abbatte su di me come una secchiata di acqua gelata. E' solo una sveltina. Una maledetta sveltina. Una squallida sega che si sta facendo con il mio corpo disponibile. Mi sento usata. Usata in un modo che non mi piace. Sarebbe stato meglio finire con la bocca. Almeno avrebbe avuto un senso.

Ogni sensazione piacevole mi abbandona. Ora sento solo la scomodità della posizione, lo sfregamento ottuso del suo pene dentro di me, addirittura la ferita al dito che ricomincia a pulsare e a bruciare.

Cosa sono per lui? Una comoda guaina per il suo scettro nero. Una delle tante. La prima scopata della serata... lo stuzzichino d'antipasto... il giro di prova prima della gara... Chissà quante altre se ne farà stanotte. No, cazzo. Non era questo che volevo.

Sento le lacrime agli occhi per l'umiliazione. Almeno finisse in fretta questa tortura. Decido di aiutarlo ad abbreviare i tempi. Mi agito contro di lui, accompagno i suoi colpi, fingo di gemere per il godimento. La mossa sembra avere effetto. In un attimo lo sento irrigidirsi e ansimare, mentre mi riempie del suo seme. Fingo un orgasmo in contemporanea al suo. Servizio completo. Mi sento veramente una puttana. Ma pare che lui l'abbia bevuta.

Mi spinge a tornare in ginocchio e senza complimenti mi avvicina alla bocca il suo cazzo, appicicaticcio di me e di lui. Ma certo. E' solo un atto di civiltà. Chiunque passi deve lasciare tutto pulito, per rispetto di chi verrà dopo. Un gesto di elementare educazione.

Metto in quell'impresa tutta la rabbia che sta montandomi dentro. Lui non capisce, e dà ben altra interpretazione al mio impegno. Dalla cappella esce un'ultima goccia di sperma. La raccolgo sulla lingua. Troppo poco per sentirne il sapore, ma sufficente a rendermi la bocca secca e l'alito fetido. Il cazzo ora è pulitissimo. Mi alzo. Tiro su le mutandine guardandole dubbiosa. Temo che non riusciranno ad arginare l'ondata di ritorno dello sperma nella mia vagina. Tra qualche minuto avrò bisogno di un bagno.

Lui cerca il mio sguardo per sorridermi. Io lo evito. E' perplesso ma non sembra darci molto peso. Mi precede lungo la strada, tornando al bar.

Da dietro guardo quel culo perfetto, la vita sottile, la linea elegante e possente della schiena. Vorrei spaccare il mondo. La sua bellezza mi offende. Mi viene da piangere.

Torniamo ai tavolini e al casino della folla. Tengo il dito fasciato in evidenza davanti a me, perché tutti ricordino il motivo della mia assenza. Le gambe sono un po' malferme. La ragione è un'altra, ma crederanno che è un effetto dell'emorragia. Il mio viso scuro fa il resto. Non ho di sicuro l'aspetto appagato di una che si è appena fatta una bella scopata.

"Papaya! ...Come va?... Come ti senti?" Le amiche sono le più premurose. Mi esce una vocina flebile... "Tutto a posto... nessun problema... scusatemi..." mostro eloquentemente il dito fasciato. Ramon mi ignora. Giustamente vuole evitarmi gli imbarazzi di un comportamento troppo confidenziale. Ma mi sento ferita. Sandro osserva tutta la scena con sguardo dubbioso.

Pochi minuti dopo Ramon viene chiamato da una voce femminile. Una moretta molto carina di tipo ispanico con un'altra amica più insignificante gli fanno ampi eloquenti cenni. Lui si alza, ci saluta tutti con il suo sorriso allegro. I ragazzi ricambiano con malcelata invidia. Per me nemmeno uno sguardo. Ramon raggiunge le due ragazze. Li vedo ridere e scherzare tutti e tre mentre si allontanano. Mi accorgo di avere le unghie della mano sinistra conficcate nel palmo.

Sono sola con Sandro, nella sua macchina. Nemmeno il tempo di svincolarci dal traffico caotico intorno all'ippodromo. "Ma allora il negro te lo sei scopato o no?" Non rispondo. Passa un minuto e lui insiste. "Allora? Questo negro?"

"Sì. Mi ha scopata. E gliel'ho preso in bocca." La mia voce è di ghiaccio. Ma lui si illumina.

"Ah... e dimmi, racconta... come è andata..."

"No, Sandro. Toglitelo dalla testa."

Lui sospira. Ci teneva. "Dormi da me stanotte?"

"Scusami. Preferirei tornare a casa."

Lui cambia marcia con rabbia e si chiude nel silenzio. Meglio così. Non ho molta voglia di parlare.

Siamo sotto al mio portone. Lui sospira, dandosi l'aria di quello che si sforza di avere pazienza. "Scusami Papaya... ascolta... io non capisco cosa... insomma, cos'hai?... mi avevi detto che il negro ti piaceva..."

Mi alzo di scatto, esco dalla macchina. "Buonanotte Sandro" e sbatto la portiera più forte che posso. Mentre giro le chiavi nel portone lo sento partire sgommando. Fa così quando è incazzato. Buonanotte Sandro. Vaffanculo.


PAPAYA X

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