LA TERZA SCIMMIETTA
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Prima parte: L'antefatto

Seconda parte: La Serata delle Tre Scimmiette

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LA TERZA SCIMMIETTA

Esistono storie che devono assolutamente essere raccontate. La storia che segue è una di queste. Almeno secondo me. Potrete giudicare voi stessi, alla fine, se essere d'accordo o no.

Per fare di una storia un racconto ci vuole qualcuno che scriva. In questo caso quel qualcuno sarò io.

Non è stata una mia idea. E' stata la storia a scegliermi, a volere me, soltanto me. Ritiene di essere materiale d'elezione per la penna di Xlater. Nessuno al mondo, sostiene, potrebbe mai scriverla meglio di quanto possa fare io.

Non ridete. Non è così assurdo. Chi scrive lo sa: sono sempre le storie a scegliersi gli scrittori, mai il contrario. Qualche volta anche ad un modesto scribacchino erotico dilettante può capitare di essere il Prescelto. E' un grande onore, ma anche una grossa responsabilità.

Questa storia ha scelto me. E' rimasta sepolta per anni nelle profondità della Terra, come una specie di genio nella lampada. E' sbucata fuori (pensate) dal buio di una miniera, in un posto lontanissimo da qui, praticamente dall'altra parte del pianeta. Ha attraversato gli oceani per rintracciarmi. Mi ha trovato, mi ha affascinato, mi ha sedotto, si è offerta spudoratamente a me, distogliendomi da altre idee e altri progetti.

E' la storia di una ragazza di nome Rita. O perlomeno, la storia di un certo periodo della sua esistenza.

Come detto, sarò io a scrivere. Non sarò io a raccontare. Esiste una sola persona che può davvero raccontare questa storia, ed è la stessa Rita. Io scriverò, meglio che potrò. Ma la voce che narra sarà quella di Rita.

Esordirà parlando di come ha conosciuto uno dei protagonisti maschili della storia. Ma non aggiungo altro. Passo subito la parola a Rita. Mettetevi comodi. Buona lettura.
 

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PRIMA PARTE - L'antefatto

La prima volta che incontrai Marcello fu su un Eurostar, durante uno dei numerosissimi viaggi in treno che mi capitava di affrontare in quegli anni da studentessa universitaria fuori sede.

Io tornavo da Milano, lui era salito a Firenze, la sua città, e aveva occupato il posto di fronte al mio. Sebbene fosse un bel ragazzo, non lo avevo degnato che di una distratta occhiata, tornando subito ad immergermi nelle mie letture. Avevo con me il libro "Le parole non dette", un'antologia di poesie di Kahlil Gibran, ed ero rapita dai versi del poeta libanese.

Nemmeno lui aveva prestato particolare attenzione a me. Finché dalla sua borsa da viaggio non spuntò fuori un libro identico a quello che stavo leggendo. Mi sorrise, gli sorrisi, e fu inevitabile attaccare discorso. Ci trovammo subito a nostro agio l'una con l'altro, e la conversazione spaziava liberamente dalla poesia a mille altri argomenti.
Nel frattempo era cominciato un serrato gioco di sguardi, di gesti, di espressioni. Ci piacevamo a vicenda, e facevamo di tutto per comunicarcelo.

Ad un certo punto si sedette nel posto accanto al mio, per indicarmi sul libro certi passaggi particolari di una poesia. Eravamo seduti in un "isola" da quattro posti. Gli altri due posti erano liberi e quindi avevamo una certa protezione dagli sguardi degli altri passeggeri del vagone. Leggemmo insieme alcuni brani, fianco a fianco, accorgendoci di ricercare con piacere il reciproco contatto. Posò distrattamente una mano sopra la mia coscia, e io lo lasciai fare. Quando la sua mano prese a salire, addirittura allargai, sia pur impercettibilmente, le gambe, facilitandogli la strada. Indossavo una tuta da ginnastica molto comoda, dal tessuto leggero. Lui colse l'invito; scivolò man mano più in alto fino a sfiorarmi l'inguine con il taglio della mano. Poi cominciò a muoverlo in millimetriche carezze. Continuavamo a leggere insieme poesie d'amore, facendo finta di niente, ma le mie mutandine erano sempre più bagnate.

Mancava pochissimo alla fine della parte comune del viaggio. Lui sarebbe sceso a Roma, io avrei proseguito per Napoli. Mi alzai. "Vado un attimo in bagno" gli sussurrai. Dovevo andarci davvero, ma mi accorsi che il mio tono di voce e lo sguardo con cui lo fissavo potevano dar adito a ben altre interpretazioni. I nostri occhi corsero insieme sulla copertina del libro. "Le parole non dette". Ci scambiammo un altro sguardo. Andai.

Quando aprii la porta del bagno per uscirne, lui era lì. Mi aveva seguito. Dai finestrini si vedevano già scorrere le case della periferia esterna della Capitale. Ci abbracciammo e ci baciammo, lingua in bocca. Lui entrò e chiuse la porta alle sue spalle. Lo speaker annunciò la fermata imminente.

Mi prese e mi pose a sedere sul lavandino. In un attimo i calzoni della tuta e le mutandine erano intorno alle mie caviglie. Lui si slacciò i pantaloni e li fece scivolare giù. Poi mi abbracciò e si spinse contro di me, penetrandomi con facilità. Cominciò a dare colpi frenetici con il bacino, tenendo le mani sulle mie natiche e tirandomi ritmicamente verso di lui. Una posizione sicuramente non ideale, ma la fretta, la sorpresa, la tensione, rendevano tutto molto eccitante. Nel frattempo continuavamo a baciarci, strofinando furiosamente le nostre lingue. Il treno, fischiando ad intermittenza, stava già rallentando. Stavamo entrando in stazione.

Si sfilò da me e con un paio di convulsi colpi di mano arrivò all'orgasmo, schizzando il suo seme sulla mia pancia, tra l'ombelico e i peli del pube. Il treno si fermò. Sarebbe ripartito per Napoli nel giro di pochi di minuti.

"Ti prego, Rita, dammi il tuo numero!" mi disse, ancora ansimante per il piacere.

Glielo dissi e lui lo memorizzò rapidamente sul suo cellulare. Mi diede un altro bacio veloce. "E' stato bellissimo. Ma devo scappare!" Non aveva tempo per troppi convenevoli. Lo capivo.

Uscì dal bagno e si precipitò verso il suo posto per recuperare il bagaglio, navigando controcorrente rispetto agli altri passeggeri che si recavano verso le porte per scendere. Io me la presi più comoda e rimasi ancora chiusa nel bagno, sia per eludere il caos di gente che saliva e scendeva, sia per evitare che qualcuno notasse qualcosa di strano. Nella frenesia dei saluti la mia maglietta era ricaduta sul suo sperma, imbrattandosi. Decisi di lasciare tutto così, senza nemmeno provare a pulire. Mi limitai a chiudervi sopra la zip della giacca della tuta. Mi piaceva l'idea di tenermi quel suo ricordo addosso. Il treno, sferragliando, ripartì.

Tornai al mio posto. Nessuno sembrava aver notato nulla di particolare. L'odore di sperma che veniva da sotto i miei vestiti mi sembrava fortissimo e mi augurai che la gente intorno non lo avvertisse, anche se in fondo l'idea mi stuzzicava. Sentivo dentro di me un senso di piacevole calore per quell'imprevisto momento di follia.

Pochi minuti dopo il cellulare squillò. Era lui. Mi disse che gli dispiaceva essere scappato via in quel modo, che ero una ragazza fantastica, che voleva assolutamente rivedermi. Fui felice di quel pensiero e gli dissi che anche per me era stato tutto molto bello, cercando le giuste perifrasi per evitare che il senso fosse troppo ovvio per i passeggeri intorno a me. Poi il segnale cominciò a perdersi e la linea a cadere. Terminammo la comunicazione scambiandoci un paio di SMS, dandoci reciproco appuntamento per una imprecisata "prossima occasione".

In realtà, non pensavo davvero che ci saremmo rivisti. Ero sicura che fosse stata solo una piacevole avventura ferroviaria, senza conseguenze.

* * * * *

Qualche tempo dopo, Marcello mi contattò. Mi disse che stava per scendere di nuovo a Roma da Firenze e mi propose di raggiungerlo lì da Napoli, dove frequentavo l'Università. Rifiutai, seppure con molta gentilezza. Avevo un esame di lì a poco ed ero spaventosamente indietro, ma dentro di me pensavo che anche se così non fosse stato molto probabilmente avrei trovato una scusa. Non ne avevo particolare voglia. L'episodio del treno lasciava intendere chiaramente cosa avrebbe significato rivederci. In un certo senso, era qualcosa di più impegnativo, rispetto al lasciarsi andare ad un'occasione improvvisa. Non ero così sicura di volerlo. Forse anche perché allora ero appena venuta fuori da un'altra storia e sentivo che quello era il momento di una doverosa pausa di riflessione. Ma di questo parlerò più avanti.

Mi chiamò ancora, il mese successivo. Scoprii in seguito che scendeva a Roma con una cadenza mensile abbastanza regolare. Stavolta fu più fortunato. Mi colse durante un periodo difficile: gli studi non andavano bene ed ero un po' sconfortata. Inoltre stavo attraversando una piccola crisi con il ragazzo con cui da poco stavo insieme, un giovane che frequentava la mia stessa facoltà. Pensai che distrarmi un po' mi avrebbe fatto bene.

Lo raggiunsi a Roma. Mi venne a prendere alla stazione e mi accompagnò con un taxi nell'albergo dove alloggiava. Si mostrò interessato a me, mi chiese dei miei studi, della mia vita, mi accorsi che ricordava benissimo tutti i particolari di quello che gli avevo detto di me durante quel primo nostro incontro. Insomma, fece tutto per farmi sentire a mio agio. Poi mi baciò, cominciò a spogliarmi pian piano e a ricoprire di baci e di carezze con la lingua tutto il mio corpo che man mano veniva allo scoperto. Aveva sapientemente sciolto le mie titubanze e alimentato la mia crescente eccitazione. Quando fui completamente nuda si fermò per spogliarsi a sua volta e mi raggiunse, intenzionato a baciarmi e a leccarmi ancora. Nel corso di queste manovre ad un certo punto mi ritrovai carponi sul letto.

"Sai che hai davvero un bel culo?" mi sussurrò.

"Grazie" risposi. "Forse è un po' grosso..."

Ho sempre avuto un rapporto difficile con le forme generose del mio corpo. Avrei voluto essere alta, bionda, magrissima, eterea ed invece ero l'esatto contrario: una moretta piccolina e formosa. Direi "mediterranea", se non fosse per la mia carnagione chiara. Nel complesso ben fatta, dicevano. Ma agli antipodi del mio tipo ideale.

"Un po' abbondante, forse. Ma davvero carino. E' sexy..." disse, e prese ad accarezzarmelo. Si inginocchiò dietro di me sul letto e cominciò a leccarmi tra le natiche, correndo con la lingua dalla fica al buco. Usava la lingua con molta abilità e mi stava regalando sensazioni molto piacevoli.

Man mano, la sua lingua era sempre più attratta dal buchino, come una calamita. Tra una passata e l'altra continuava a farmi complimenti.

"Il tuo è un culo che ispira sesso... fa venire voglia di farselo... è quasi impossibile resistere" mi diceva. Mi piaceva sentirlo così tentato. Rimasi docile in quella posa a farmi leccare, aspettando curiosa le sue prossime mosse.

"E' vergine questo buchino?" mi chiese.

"Non più" gli risposi, "ma non da molto..."

"Da quanto?"

"Un mese e mezzo, circa..."

Riprese a leccarmi, tentando piccole penetrazioni con la punta della lingua. La sensazione era molto stuzzicante e mi eccitavo sempre di più.

"E... ti è piaciuto?"

"Sì... Molto..."

"Lo hai fatto altre volte, da allora?"

"No."

Tornò a forzarmi con la punta della lingua. Mi inarcai ulteriormente per aprirmi e facilitarlo. Continuava a leccare e a spingere, deliziandomi. Ma ormai la lingua non mi bastava più. Ero bagnatissima, prontissima. Cosa aspettava?

"Vorresti farlo di nuovo?"

"Oh, sì... sì..."

Senza dire altro, si alzò in piedi ai bordi del letto ed appoggiò la cappella contro il buco, cominciando a spingere. Mi aprii a lui, e lui dolcemente entrò in me, facilitato dalla lubrificazione della sua stessa saliva.

"Non si direbbe, sai?" mi disse, qualche secondo dopo.

"Cosa?"

"Non si direbbe che è la seconda volta che lo fai... Pensavo di trovarlo molto più strettino..."

Sorrisi. "Il fatto è che... in quella prima volta... ho ricevuto molte attenzioni..."

"Cosa vuoi dire?"

Gli raccontai qualche dettaglio di quella mia esperienza. Brevi cenni, perché mentre parlavo lui continuava a muoversi dentro di me, e non era facile fare discorsi troppo elaborati. Sentivo che quello che gli dicevo lo eccitava sempre più. Fino al punto da non riuscire a trattenere un improvviso orgasmo.

"Ma stavi dicendo sul serio? Ti è successo davvero?" mi disse, qualche secondo dopo, mentre riprendeva fiato, steso al mio fianco.

Confermai.

"Ma è incredibile! Devi assolutamente raccontarmi tutta la vicenda, dall'inizio alla fine."

Fu così che cominciai a raccontare a Marcello la storia di quella che fino a quel momento era stata l'esperienza erotica più intensa della mia vita.

* * * * *

Venivo da un'adolescenza tranquilla vissuta nel mio paese d'origine, un piccolo agglomerato di casupole nell'Italia meridionale. Un ambiente all'antica, di stretta osservanza cattolica, ma tutto sommato una realtà serena. Ero una ragazza come tante, né bella, né brutta, che aveva vissuto le tipiche prime esperienze sentimentali, le cotte, le delusioni, le prime uscite con il ragazzo, le piccole crisi di coppia, il rimettersi insieme. Le prime maldestre, ma tutto sommato emozionanti, esperienze sessuali.

A smuovere questo scenario d'altri tempi, arrivò Internet. La diabolica Rete che annulla le distanze e alla velocità della luce ti fa entrare a contatto con realtà, culture, situazioni, mentalità, del tutto lontane da quelle dell'ambiente in cui vivi.

Conobbi Gilberto in una chat room. Era un ragazzo più grande di me e per molti versi era l'esatto opposto. Molto ricco di famiglia, viveva in una grande città del Nord, Milano, in un ambiente molto più moderno, molto più libero da inibizioni morali e religiose. Succede spesso che gli opposti si attraggano, e tra noi nacque una splendida amicizia a distanza, fatta di colloqui in chat, email, e poi sms e chiamate al cellulare.

Si parlava soprattutto di sesso. Era incuriosito ed intenerito dalla mia inesperienza, dai miei pudori. Per recuperare terreno, gli parlavo delle mie fantasie che ritenevo selvagge, mentre ai suoi occhi erano assolutamente ingenue e pure. Mi cominciò a segnalare dei link dove trovare racconti erotici, o esperienze di vita vissuta. I miei orizzonti in materia sessuale si ampliarono rapidamente e le stesse mie fantasie cominciarono ad essere più audaci ed elaborate. Non così la mia vita reale, dove continuavo a soffrire tanto dei tabù della mia educazione, quanto della mentalità puritana dell'ambiente.
A volte le fantasie che confessavo a Gilberto riguardavano ragazzi che conoscevo, e che avevano dato segni di apprezzamento nei miei confronti. Lui mi diceva di buttarmi, di agire, di avere coraggio. Ma io non ce la facevo e lui mi prendeva bonariamente in giro.

Era un'amicizia sincera e affettuosa, che non sottintendeva altro tipo di rapporti. La distanza geografica sembrava proibitiva e sinceramente non ero nemmeno particolarmente interessata ad incontrarlo. Né mi sembrava lo fosse lui. Dai pochi cenni che mi faceva al proposito si capiva chiaramente che aveva una vita sessuale abbastanza movimentata, e davvero non c'era ragione di credere che volesse perdere tempo con un'inesperta ragazza di paese come me.

Nel frattempo avevo iniziato l'Università, a Napoli. Durante la settimana mi trasferivo lì, in una casa in affitto con altre studentesse, e nel weekend tornavo al paese. Il caso volle che all'inizio del terzo anno di studi ebbi l'occasione di andare a Milano per tre giorni, per seguire un breve seminario. Feci così una sorpresa a Gilberto, annunciandogli il mio arrivo.

Ci incontrammo, lui mi piacque da morire e fui felice di scoprire che anche io sembravo interessargli. Parlammo, passeggiammo, rompemmo il ghiaccio. Ci accorgemmo di stare bene insieme. Mi portò a cena in un bel locale, e dopo cena mi chiese se mi sarebbe dispiaciuto andare a casa sua. In realtà non intendeva la villa lussuosa in cui viveva, ma un piccolo appartamento in periferia, che probabilmente usava soprattutto per gli incontri galanti. Non rifiutai, anzi ero contentissima ed emozionatissima.

Le cose andarono talmente bene, che quando mi chiese di tornare in quell'appartamento il giorno dopo, e poi quello ancora successivo, accettai con entusiasmo. Di quel seminario, non seguii un minuto.

Su suo invito, tornai a Milano la settimana successiva, e poi quella ancora dopo. Da allora, per un certo periodo, per me fu un continuo va e vieni per l'Italia, da Napoli a Milano e ritorno, sempre per vedermi con lui. Utilizzavo una speciale tariffa per studenti che rendeva sostenibili le spese di viaggio e, per quanto riguarda l'alloggio, ero sua ospite in quell'appartamento. In quei mesi trascurai parecchio gli studi e i corsi, ma d'altra parte quella storia mi prendeva fino al midollo. Per inciso, fu proprio durante uno di quei viaggi che mi capitò in seguito di conoscere Marcello.

Sin dalla prima volta gli incontri con Gilberto erano stati diversi da come me li ero aspettati. Non mi penetrava mai. Non mi scopava. Facevamo un sacco di sesso orale reciproco, che a me comunque non dispiaceva affatto. Data la mia inesperienza, all'inizio ero piuttosto impacciata quando toccava a me andare su di lui. Ma lui fu paziente e comprensivo e cominciò subito a darmi consigli e spiegazioni. Fui allieva appassionata e diligente e nel giro di poche sedute imparai ad offrirgli pompini del tutto all'altezza. Gradualmente riuscii a ricevere in bocca il suo sperma, a berlo, e ad apprezzarne il sapore. Arrivai ad essere orgogliosamente capace di esibirmi in qualche spericolato affondo di gola profonda. Man mano che acquisivo padronanza dell'atto scoprivo quanto fosse piacevole ed eccitante dare piacere ad un uomo in quel modo, sentirlo sempre più duro e fremente nella bocca, sino al momento magico dell'esplosione finale.

Ma non ci si limitava ai rapporti orali. Gilberto aveva la mania di portarmi ogni volta degli indumenti intimi raffinati, molto sexy, chiedendomi di indossarli e di assumere, a suo beneficio, particolari pose. Gli piaceva guardare mentre mi masturbavo, con vari oggetti, più o meno vibranti, che portava lui. In quei casi spesso si masturbava a sua volta, mentre mi guardava, e gli piaceva venirmi addosso. L'unica costante dei nostri incontri era il pompino che mi chiedeva di fargli al termine degli stessi, come fosse una specie di sigla finale.

Mi chiedeva spesso delle mie esperienze precedenti. Avevo davvero poco da raccontare e soprattutto nulla di particolarmente interessante. Tra l'altro già sapeva praticamente tutto, visto che era da anni il mio confidente. Ogni tanto faceva qualche domanda su qualche dettaglio. Voleva assicurarsi, senza farsene accorgere, che non avessi avuto rapporti anali e che quindi il mio buchino fosse ancora inviolato. Ma questo lo avrei capito solo dopo.

Un giorno, durante un incontro, mi disse che aveva un desiderio. Gli sarebbe piaciuto vedermi mentre facevo sesso con un altro uomo. Accettai, senza nemmeno dargli il tempo di spiegare che sarebbe stata una persona fidata, che poteva assolutamente garantire per lui, eccetera.

Ancora oggi mi chiedo cosa mi spinse a prestarmi così tranquillamente ad una proposta del genere. Sicuramente ero in una fase di entusiastica scoperta del mondo erotico e guardavo con molta disponibilità la sperimentazione di nuove situazioni. Sicuramente avevo una fiducia cieca in lui, e mi ero resa conto che aveva la straordinaria capacità di leggermi dentro e capire per cosa mi piacesse, cosa no, per cosa fossi pronta e per cosa ancora no. Sicuramente ci tenevo a far vedere che non ero poi in fondo la pudica provinciale inibita che lui prendeva bonariamente in giro in chat, ed ero pronta ad accettare quella sfida per dimostrarlo. Tutte ragioni credibili, pensandoci a posteriori. Ma se mi affido alla memoria, quello che ricordo della mia reazione in quel momento è che quella proposta non mi sembrò una cosa "strana". Avevo accettato di fare sesso con un perfetto sconosciuto, senza nemmeno sapere chi, come, quando, in che modo. Una cosa che a ripensarci mi sembra inconcepibile. Ma in quel momento, nel mio stato mentale ed emotivo, nell'atmosfera che c'era in questo rapporto con Gilberto, mi sembrava una proposta del tutto normale.

E così, la volta successiva, invece di restare in quella sua seconda casa, prendemmo una stanza in un albergo. All'inizio in quella stanza fummo soli Gilberto ed io. Lui mi assicurò che l'amico sarebbe arrivato presto, aggiungendo che comunque potevamo utilizzare utilmente il tempo dell'attesa. Facemmo la doccia insieme e lui volle insaponarmi e lavarmi su tutto il corpo. In quella occasione, mentre mi passava una mano insaponata tra le natiche, mi chiese esplicitamente se il mio buchino fosse ancora vergine. Quando glielo confermai, fece un grande sorriso e volle abbracciarmi stretta stretta, sotto il getto dell'acqua calda.

Poi mi aiutò ad asciugare e sistemare i capelli, mi spalmò sul corpo creme idratanti, mi fece indossare poche gocce di un profumo francese dolcissimo. Infine tirò fuori, da una busta che aveva con sé, un completino intimo da urlo, raffinatissimo, tutto pizzi, probabilmente costoso. Finì l'opera chiedendomi di mettermi sul volto un filo, proprio un filo, di trucco. Aveva portato tutto il necessario.

Mi portò a guardare l'effetto complessivo in un grande specchio nella camera da letto. Sgranai gli occhi. Quella che mi guardava, dall'altra parte del vetro, era un gran bel fiore di ragazza, chiaramente pronta per fare sesso, per essere scopata. Fino a quel momento avevo provato una certa inquietudine relativamente alla possibilità che questo misterioso amico potesse trovarmi non in linea con i suoi gusti. Ora ero molto più tranquilla da quel punto di vista. Restavo piccolina di statura, ma il completino intimo valorizzava in pieno le mie curve generose, le quali, di concerto con quel filo di trucco sul viso, esaltavano il senso di femminilità che emanava dal mio aspetto. Per la prima volta in vita mia, guardandomi alla specchio, mi sentii sicura di essere in grado di suscitare il desiderio sessuale di un uomo, di qualsiasi uomo. Fu una sensazione esaltante. Ero un gran bel bocconcino e l'amico di Gilberto, ne ero certa, avrebbe fatto sesso con me molto volentieri.

Proprio in quel momento Gilberto compose un numero con il cellulare.

"E' pronta. Puoi salire" disse al telefono. "E' qui sotto. In un minuto sarà qui." Mi spiegò. Un'ondata di panico tornò ad assalirmi. Gilberto se ne accorse.

"Stenditi sul letto, rilassati e chiudi gli occhi. Aprili solo quando tornerai a sentirti a tuo agio."

Feci così. Sentii l'amico entrare, scambiare i saluti con Gilberto. Mi sentivo ridicola a fare "la morta" sul letto. Poi Gilberto si avvicinò, sussurrandomi di stare calma, e prese ad accarezzarmi con le mani su tutto il corpo. Cominciai a lasciarmi andare. Sapeva bene come risvegliare la mia eccitazione. Quando le mani sul mio corpo divennero quattro la cosa non mi infastidì, anzi. Ed ero sempre più eccitata. Poi le mani tornarono ad essere solo due. Gilberto, intuii, si era messo a sedere nella comoda poltrona in un angolo della stanza, per gustarsi lo spettacolo.
Anche le due mani rimaste sapevano bene come carezzarmi. Presto alle mani si aggiunse una lingua guizzante, che cominciò ad esplorare i seni per poi scendere pian piano attraverso il ventre, fino ad atterrare nella valle sempre più umida tra le mie cosce.

Quella lingua mi faceva impazzire. Si infilava insinuante dappertutto, strappando ovunque scintille di piacere, mai troppo leggera né troppo pesante, mai troppo veloce né troppo lenta, mai troppo rigida né troppo molle. Stavo viaggiando a vele spiegate verso l'orgasmo.

Decisi che era il momento di aprire gli occhi, pur temendo una delusione. Invece quel ragazzo con la testa immersa tra le mie cosce era semplicemente splendido. Aveva un viso con tratti da indio, occhi allungati all'orientale, fisico assolutamente da copertina, asciutto e abbronzato. Un vero schianto. Quella rivelazione aggiunse piacere al piacere e in pochi minuti arrivai ad un violentissimo orgasmo. Rimasi qualche minuto senza fiato sul letto, a godermi gli spasmi del piacere che pian piano si facevano più tenui lasciandomi in uno stato di assoluta serena beatitudine.

Gilberto mi guardava, soddisfatto. Si era avvicinato al letto per seguire le ultime fasi della leccata. La sua fremente erezione dimostrava quanto fosse eccitato.

Nemmeno il tempo di riprendere fiato, e il ragazzo mi fece voltare, mettendomi carponi e cominciando a leccare il buco. La sua lingua tornò a dimostrarsi divina. Prima mi accarezzò dal di fuori, bagnandomi bene, poi cominciò a tentare affondi sempre più insinuanti. Mi accorsi che mi piaceva tantissimo e istintivamente mi aprii per permettergli di affondare con la lingua ancora di più. Quindi passò a giocare con le dita, entrando a fondo, prima con uno, poi con due dita per volta. Io ero sempre più eccitata. La sensazione delle sue dita dentro di me mi faceva impazzire. Avevo un sospetto molto chiaro di dove avrebbe portato quel gioco, ma non ne ero affatto spaventata. Anzi, non vedevo l'ora. Per questo quando il ragazzo appoggiò la punta del suo cazzo sul buco, cominciando lentamente a spingere, ero prontissima e felicissima di riceverlo dentro di me.

Ma intervenne Gilberto.

"No. Lì no. Non è ancora il momento per quella cosa."

Espressi il mio dispiacere con un gemito. Il ragazzo non sembrò prendersela più di tanto. Posizionò la cappella qualche centimetro più in basso e scivolò nella fica, trovandola bagnata e disponibile. Ebbi così modo di consolarmi ampiamente. Fui scopata per bene in quella posizione, sin quando il ragazzo non venne in me.

A quel punto, mentre quel giovane restava momentaneamente fuori dai giochi, Gilberto mi raggiunse sul letto cominciando ad accarezzarmi e a masturbarmi. Mi fece raggiungere più volte l'orgasmo in questo modo, malgrado io lo pregassi di smettere, esausta. Mentre Gilberto continuava la sua dolce tortura, il ragazzo tornò ad avvicinarsi, offrendo il suo cazzo alla mia bocca. Mi eccitava moltissimo sentire il sapore dei miei umori misto a quello del suo sperma. Quando alla fine Gilberto desistette, il ragazzo mi volle in ginocchio davanti a lui, in piedi, per portare a termine il pompino in quella posizione. Gilberto si avvicinò ad osservare attentamente la scena, masturbandosi.

Feci del mio meglio. Volevo dimostrare a Gilberto che avevo assimilato alla grande le sue lezioni e che sapevo applicarle anche con altri uomini. Allo stesso tempo il ragazzo mi piaceva molto ed avevo davvero voglia di sentirlo godere nella mia bocca. Avevo quattro occhi maschili che mi guardavano attentamente dall'alto. Fui brava.

Mentre il ragazzo veniva, Gilberto raggiunse a sua volta l'orgasmo. Mi schizzò sul viso, mentre avevo ancora la bocca piena del cazzo e dello sperma dell'altro.

Il ragazzo andò a farsi una doccia, mentre Gilberto mi abbracciava con entusiasmo. Disse che era soddisfattissimo di me, che stavo imparando, che ero stata fantastica, che lo eccitavo sempre di più. Il tono era quello dell'esperto insegnante con una sua promettente allieva che ha appena superato una prova impegnativa.

Anche io ero soddisfatta di me stessa. Avevo superato con sufficiente disinvoltura l'impatto del "sesso con uno sconosciuto". A quel ragazzo bellissimo era evidentemente piaciuto fare sesso con me ed io trovavo la cosa molto gratificante. Gli stessi complimenti di Gilberto mi gratificavano, ed era fondamentale per me apprezzarmi ai suoi occhi. Ultimo, ma non meno importante, mi ero divertita molto, dall'inizio alla fine. Ero stata scopata, ed era una sensazione che mi mancava, visto l'andazzo degli incontri con Gilberto. L'unico rimpianto era quello di non aver provato l'altro atto, pur essendoci andata vicinissimo. Ma le parole di Gilberto suggerivano che quell'appuntamento era solo rimandato. Evidentemente aveva in mente per me qualche sorta di percorso e io volevo raccogliere la sfida, abbandonandomi ai suoi piani, quali che fossero.

Finita la doccia il ragazzo si rivestì e ci salutò con un "ciao". Fu allora il turno di Gilberto a lavarsi. Non mi permise di fare altrettanto. Mi fece rivestire con ancora "l'odore di sesso" (così lo chiamava) addosso, e non volle che indossassi le mutandine. Mi accompagnò alla sua seconda casa, quella dove alloggiavo, e volle chiudere la giornata in bellezza, al solito, chiedendomi un pompino. Lo accontentai con gioia.

Mentre lo succhiavo golosa, inginocchiata davanti alla sua poltrona preferita, mi chiese se l'esperienza di quel pomeriggio mi fosse piaciuta. Mugolai deliziata un convinto assenso, senza nemmeno staccare la bocca dal cazzo. Mi chiese allora se ero disponibile a farlo ancora, con un altro suo amico. Mugolai ancora, come prima, guardandolo fisso negli occhi. Due secondi dopo avevo la bocca piena del suo sperma.

Da allora ci furono molti altri incontri di quel tipo, sempre in una stanza d'albergo, sempre con un uomo diverso. Anche i rituali, la doccia, il profumo, la biancheria intima raffinata, si ripetevano grossomodo secondo lo stesso schema. I "terzi" non furono più bellissimi come il primo (sospetto tuttora che per quella prima occasione Gilberto non volle rischiare un mio mancato gradimento, assoldando un "professionista"), erano ragazzi normali, ma comunque piacenti, gradevoli, simpatici e soprattutto molto disinvolti a letto. Io mi divertivo sempre moltissimo.

Avevo scoperto il gusto perverso di rendermi sessualmente disponibile per uno sconosciuto. Di farmi trovare sul letto, truccata e profumata, sempre con quegli stupendi capi intimi addosso, pronta a darmi ad un uomo sempre diverso, pronta ad offrire il mio corpo al suo piacere, senza neanche sapere chi fosse. La sottile inquietudine dell'attesa di vedere in faccia l'uomo che da lì a poco mi avrebbe scopato era diventata una inesauribile fonte di eccitazione. Mi aiutava il fatto che questi uomini si erano sempre rivelati partner di letto piacevolissimi e soprattutto mi aiutava la presenza rassicurante di Gilberto. Ma ciò non rendeva meno perverso e morboso quel piacere. Mi sentivo un po' puttana, e mi piaceva. Mi dava una inebriante sensazione di potere, qualcosa che non avevo mai provato in vita mia.

Nel giro di qualche settimana ero stata a letto con più uomini di quanto pensavo potesse capitare in media ad una donna in tutta la vita.

Gilberto durante questi incontri guardava. Talvolta interveniva in prima persona, per mettermelo in bocca mentre l'altro mi scopava, o cose simili, ma per la maggior parte del tempo guardava. Naturalmente non mancava mai il pompino finale, a volte direttamente in albergo, a volte a casa, nella solita poltrona, quando mi riaccompagnava. Spesso, quando l'incontro era stato particolarmente di suo gradimento, entrambe le cose. Ormai ero una vera esperta di come dargli piacere con la bocca e riuscivo a farlo venire senza problemi anche se non era passato molto tempo dall'orgasmo precedente. Tra un "terzo" e l'altro, continuavamo ad avere i nostri incontri a due, sempre centrati sul sesso orale. Così, tra una cosa e l'altra, gli facevo una quantità industriale di pompini. Ma continuava a non scoparmi e continuavo a non capire perché. Le ipotesi più assurde si affacciavano alla mia mente, ma nessuna mi convinceva.

Una volta, a sorpresa, insieme al "terzo" venne una donna, e mentre il "terzo" si dedicava a me, Gilberto si spogliò e si mise a darsi da fare con la ragazza.

Presto cominciò a scoparla, e come se la scopava! Mentre lo faceva, mi guardava con aria provocante. Replicava con lei tutto quello che il "terzo" faceva a me. Si divertiva un sacco a farlo sotto i miei occhi. Io facevo ogni sforzo per nascondere quanto la cosa mi infastidisse, e a fingermi indifferente. Invece in realtà mi bruciava da pazzi, anche perché quella ragazza era davvero molto bella. Era alta, slanciata, magra ma comunque femminile. Sembrava fatta apposta per spargere sale sulle ferite dei complessi che avevo per il mio aspetto.

Ad un certo punto Gilberto chiese alla donna di dedicarsi a me. Mi ribellai, non volevo fare sesso con una donna. Lui mi spiegò che io non avrei fatto nulla. Per farla breve, l'incontro si concluse con la testa della ragazza tra le mie gambe, e i due uomini che si alternavano nella mia bocca.

Nei successivi incontri, con mio sollievo, non ci furono altre donne. Forse si era accorto che le presenze femminili mi mettevano a disagio. Ogni tanto capitava qualche "terzo" che avevo già visto, ma la maggior parte di loro continuavano ad essere nuovi.

Un giorno Gilberto volle organizzare un festino nella sua villa, che così ebbi per la prima volta occasione di vedere. C'erano altri quattro ragazzi, con cui ero già stata, e due ragazze, quella che avevo incontrato e un'altra. A me fu assegnato un ruolo da semplice osservatrice, e passai tutta la serata su una poltrona a guardare, nuda, con addosso solo delle autoreggenti. Ne fecero di tutti i colori, in particolare Gilberto, che era scatenato.

Anche l'altra ragazza era bellissima. Guardavo i corpi delle due e li trovavo perfetti, in tutto: la forma dei seni, la linea dei fianchi, le pelle delle gambe. Sembrava che non avessero mai avuto un pelo superfluo, mentre io dovevo sempre penare per presentarmi ad ogni appuntamento in condizioni decenti. E poi erano anche molto disinvolte nel fare sesso, affrontando ogni atto con grazia ed eleganza, mantenendo un invidiabile compostezza persino quando si lasciavano andare all'orgasmo. Sentivo di uscire perdente da tutti i confronti.

Loro erano lì, al centro della festa, circondate da uomini appassionati, compreso lo stesso Gilberto, e io me ne stavo in disparte, a guardare, quasi non fossi degna.
D'altra parte, Gilberto con loro scopava. E come, se scopava! Con me invece no.

Perché Gilberto mi sottoponeva a questa umiliazione? Qual era il messaggio? Cosa dovevo capire?

Tornati a casa, mi chiese il solito pompino in poltrona. Ubbidii, mettendoci l'impegno e l'abilità di sempre. Non il solito entusiasmo. Gli feci un pompino "triste". Lui capì il mio stato d'animo e cercò di consolarmi, facendomi capire che anche quella serata era un passaggio necessario del percorso, e lasciandosi sfuggire che nella prossima occasione il mio ruolo sarebbe stato tutt'altro che marginale.

Le festività natalizie interruppero per qualche settimana i nostri incontri. Pensavo che tornare a respirare l'aria del mio paese d'origine, tornare alle mie radici, mi potesse schiarire le idee. Permettermi di vedere le cose un po' meglio in prospettiva. Stavo obiettivamente prendendo una brutta piega. La mia condotta in campo sessuale era assolutamente inaccettabile per quelli che erano i miei principi appena qualche mese prima. Ma soprattutto, stavo colpevolmente trascurando i miei studi. Passavo sempre più tempo a Milano, e anche quando ero a Napoli la mia mente era completamente assorbita da pensieri di sesso. Non riuscivo a studiare né a seguire i corsi con un minimo di profitto. Dovevo assolutamente darmi una calmata.

Invece ottenni l'effetto opposto. I vecchi amici di infanzia mi sembravano scialbi e sonnacchiosi, persino quelli per i quali avevo sempre avuto un debole. Le cose che si facevano in comitiva erano sempre le stesse, e cominciavano a sembrarmi squallide e senza sugo. Avevo la netta sensazione di non appartenere più a quel mondo.

Mi consolava il fatto che riuscivo a mantenere i contatti con Gilberto. Mi chiamava al cellulare quasi tutte le sere, e tornava a farmi respirare l'atmosfera eccitante dei nostri incontri. Mi diceva che stava organizzando qualcosa per la prossima volta, aggiungendo che sarebbe stata una serata speciale, ma non lasciava trapelare dettagli.

Così, passata l'Epifania, scalpitavo per riprendere le mie trasferte a Milano. Il viaggio successivo fu proprio quello legato alla partecipazione a questa "serata speciale".

Siamo così arrivati all'ultimo capitolo delle mie avventure milanesi. Quello che in un certo senso segnò il culmine di tutta la vicenda, ma da un altro punto di vista fu anche l'evento che mi portò a rompere quel rapporto e a chiudere quella storia. Ripensandoci poi, mi sono accorta di come tutta la relazione con Gilberto fosse stata un "percorso" non, come pensavo, orientato a me, per farmi "crescere", per liberarmi dalle inibizioni e introdurmi ad una sessualità più aperta. L'unico scopo del "percorso" era per Gilberto la realizzazione di quella che da tempo era una sua fantasia (in seguito ricordai che ai tempi della chat me ne aveva vagamente accennato), e che richiedeva l'utilizzo di una ragazza giovane, facile da manipolare e suggestionare, e, soprattutto, con il buchino posteriore intatto.

Quella serata si tenne nella villa di un amico di Gilberto, uno dei tanti che aveva fatto da "terzo" ai nostri incontri. Gilberto era eccitatissimo. Lo vedevo da come si comportava mentre ci recavamo in macchina al luogo della festa. Parlava, parlava, senza fermarsi un attimo, ma era sempre evasivo ogni volta che chiedevo informazioni su quello che sarebbe successo.

"E' una sorpresa" ripeteva. "Che sorpresa sarebbe se te ne parlassi ora? Comunque, vedrai che ti piacerà..."

Mi fidavo di lui e tanto mi bastava.

Al nostro arrivo il padrone di casa mi abbracciò e mi baciò, con un affetto e un calore che mi sembrò eccessivo. Nel salone c'erano una decina di uomini, e anche loro al mio arrivo mi vennero incontro per salutarmi con grande entusiasmo, rivolgendomi frasi come "Allora, Rita, ci siamo, è la tua sera!", "E' arrivato finalmente il grande momento!". Non capivo a cosa si riferissero.

Erano tutti uomini con cui ero stata a letto, negli incontri insieme a Gilberto. Mi fece una certa impressione vederli tutti insieme, e pensare di aver fatto sesso con tutti. Però ero stata bene insieme a loro, e mi sentivo abbastanza a mio agio.

C'erano anche delle ragazze. Le due che avevo già visto. Anche loro mi rivolsero frasi dello stesso tenore, insieme a grandi sorrisi, abbracci e baci.

Il tempo di salutare tutti, e Gilberto mi portò via con sé, verso un ampio bagno della villa. Lì dentro, con tutta la calma del mondo, inscenò il consueto rituale di doccia insieme, creme, profumo, ma con un'aggiunta inedita: una depilazione completa dei peli del pube. Alla fine mi fece indossare l'ennesimo completino intimo sexy: autoreggenti bordeaux scuro e un corpetto di quelli con le stecche, bordeaux e nero. Tocco finale, una mascherina da mettere sul viso, nera, con un bordo di pizzo bordeaux. Come al solito, ogni capo mi andava a pennello. Gilberto conosceva benissimo le mie misure. Uscii dal bagno con quegli indumenti addosso, mentre Gilberto era completamente nudo.

Quando tornammo nel salone, l'atmosfera era completamente cambiata. C'erano luci soffuse, e una musica esotica in sottofondo, forse indiana. Da qualche parte erano state accese delle candele d'incenso profumato. Le ragazze erano vestite (si fa per dire) come me, con tanto di mascherina. Anche gli uomini indossavano una mascherina, più spartana, e per il resto erano nudi. Mi girai e vidi anche Gilberto, al mio fianco, mettersi sugli occhi la stessa identica mascherina.

Le altre persone erano tutte schierate lungo le pareti, come in attesa. Invece Gilberto, tenendomi per la mano, mi portò verso il centro del salone, laddove c'era una zona più illuminata, con dei cuscini per terra. Ci stavano tutti guardando attentamente. Sentii crescere l'imbarazzo, ma Gilberto mi sussurrò dolcemente che andava tutto bene, di stare tranquilla e di non preoccuparmi.

Mi abbracciò, mi baciò e cominciò a toccarmi dappertutto. Lo lasciai fare, passivamente, non sapendo bene come dovessi comportarmi. Lui era molto eccitato, e lo percepivo chiaramente nel contatto tra i nostri corpi abbracciati.

A questo punto mi fece inginocchiare davanti a lui, e fui certa di capire il segnale. Voleva un pompino da me, ed ero pronta a farglielo. Invece, con mia sorpresa, si inginocchiò anche lui, alle mie spalle, e cominciò a baciarmi sulla nuca e sul collo. Scese poi con la lingua delicatamente lungo la mia schiena, spingendomi nel frattempo pian piano verso una posizione carponi. Si ritrovò così a baciarmi e leccarmi le natiche, a leccarmi il buco, a penetrare con la sua lingua nel buco. Intanto con le mani mi masturbava piano, facendo crescere velocemente la mia eccitazione.

Le sue dita presero il posto della lingua. Prima un indice, che dolcemente entrò fino in fondo, cominciando poi a muoversi, ad agitarsi, a ruotare, facendomi vibrare tutta. Poi tentò con due dita. Sentii un po' di dolore e mi contrassi, ma lui subito cominciò a sussurrarmi all'orecchio di stare tranquilla, di rilassarmi, che sarebbe stato tutto bellissimo.

Giocò ancora a lungo con le sue dita nel mio buco. Poi le sfilò e a quel punto sentii qualche altra cosa spingere per entrare. Mi guardai intorno. Tutti ci osservavano, sorridendo sotto le mascherine. Era il momento topico. Gilberto continuava a sussurrarmi di stare calma, di rilassarmi, che era tutto bellissimo, e intanto il suo cazzo, dolcissimamente, prendeva possesso del mio culetto vergine.

Non capivo più niente. Ero suggestionata dalla messa in scena, stordita dalla musica e dall'incenso. Mi rendeva assolutamente felice che Gilberto finalmente mi penetrasse, e allo stesso tempo mi emozionava provare quell'atto su cui avevo tanto spesso fantasticato, tra tentazioni e paure. Quando fu tutto dentro di me, gli altri, come ad un segnale convenuto, cominciarono a loro volta a fare sesso, scopando e facendosi succhiare a turno dalle due ragazze, e la cosa contribuiva a farmi eccitare ancora di più.

Nel frattempo il cazzo di Gilberto aveva cominciato a muoversi, regalandomi sensazioni incredibili. Mi accorsi subito di quanto quell'atto, se paragonato alla penetrazione "normale", fosse più intenso, più coinvolgente, più sconvolgente. Si sentiva tutto di più. Man mano affondava nelle mie viscere con maggior confidenza, e i suoi rintocchi risuonavano in ogni parte del mio corpo. Mi sembrava di sentirlo nella pancia, lungo la schiena fino alla nuca, in gola, sembrava che ogni cellula del corpo lo sentisse vibrare. C'era anche dolore, all'imbocco del buco, dove sentivo i tessuti tirare all'inverosimile, ma mi accorgevo che era sopportabile, fin tanto che riuscivo a rilassarmi, a convincere il mio corpo e la mia mente ad aprirmi tutta a lui.

Ero eccitatissima. Mi stava piacendo da impazzire. Stava piacendo moltissimo anche a Gilberto, che dopo qualche minuto esplose nell'orgasmo, dentro di me.

Si appoggiò alla mia schiena, e mi sussurrò dolcissimamente: "Rita, è stato eccezionale, bellissimo, indescrivibile. Credo proprio che ti chiederò un bis, più tardi..."

Si alzò, e pensai che quella fase della festa fosse finita. Non ebbi nemmeno il tempo di fare il gesto di alzarmi, che altre mani maschili mi presero decise per i fianchi, mantenendo chinata in basso la mia schiena, e un altro uomo si fece largo in me, nello stesso buco appena lasciato libero da Gilberto.

In un attimo mi trovai di nuovo proiettata in quel paradiso infernale di sensazioni che, come avevo appena scoperto, è in grado di regalarti un uomo che ti penetra dietro. Mi ritrovai ancora felicemente immersa in quella dolorosa e gioiosa estasi. Fin quando anche lui finì, dentro di me, ed un terzo prese il suo posto.

Quella sera tutti gli uomini presenti alla festa mi hanno inculata, uno dopo l'altro, senza un momento di tregua. Diversi di loro, a partire da Gilberto, più di una volta. Un'esperienza da impazzire. Ancora mi eccito da morire a ripensarci.


* * * * *

"...Ancora mi eccito da morire a ripensarci."

Marcello mi aveva ascoltato attentamente, con entusiasmo sempre maggiore. Non sembrava particolarmente colpito dai dettagli relativi alla coreografia e alla scenografia, all'atmosfera, alle emozioni. Il suo interesse verteva tutto sul fatto concreto di quel finale a sorpresa.

"Una decina di cazzi diversi nel culo, tutti nella stessa sera! Uno dietro l'altro! Non ci posso credere! Ed era vergine! Dio bono, ma questa è una storia fantastica!"

Il racconto lo aveva visibilmente eccitato. Il cazzo era tornato a svettare nell'aria. Anche per me era stato eccitante ripercorrere con la mente quelle situazioni. Mi inginocchiai tra la sue gambe e chinai la testa per poter leccare e baciare la sua erezione. Mi ero stancata di raccontare e volevo tornare a fare sesso con lui. Ma lui sembrava sconvolto dalla mia storia, e continuava a fare commenti e a chiedermi particolari.

"Capisco bene perché hai deciso di troncare! Con quel popò di scherzetto che ti ha combinato..."

Gli rispondevo continuando a dedicargli le mie attenzioni orali, alternando le frasi con piccoli baci, leccate e succhiate.

"Ero infastidita... Mi scocciava il fatto di non aver saputo niente... fino all'ultimo... mentre tutti sapevano... Il fatto di essere parte di un piano ben preciso... e di essere l'ultima a saperlo... Mi sono sentita un po' presa per i fondelli... in tutti i sensi... Però non è per questo... che ho rotto i contatti..."

"E perché allora?"

Esitai un attimo. La risposta a quella domanda era un fatto molto personale, molto intimo. Non aveva molto senso aprirmi così con un ragazzo che appena conoscevo. Ma d'altra parte gli avevo confidato già molto, era difficile fermarmi in quel momento. Glielo stavo prendendo in bocca. Non è sempre facile essere del tutto lucide, in certi frangenti.

"Non so come spiegare... Quella specie di doppia vita che conducevo mi stava assorbendo troppo... Avevo abbandonato a se stesse tutte le altre cose della mia vita... Sentivo come una specie di dipendenza... Mi ritrovavo a pensare al sesso per tutto il giorno... Vivevo per il sesso... Non sapevo dove questa situazione mi avrebbe portato... Ho avuto paura... Non potevo andare avanti così... Quella serata poi mi aveva del tutto sconvolto... Continuavo a pensarci continuamente, e mi eccitavo... La stessa mia reazione mi spaventava... Mi era piaciuto troppo... troppo..."

Le mie parole gli fecero effetto. Sentii il cazzo farsi ancora più duro nelle mie mani, tra le mie labbra, e mi piacque. Era stuzzicante vederlo così eccitato per quello che dicevo. Senza nemmeno accorgermene mi ritrovai assorbita in una specie di gioco perverso. Continuavo a rispondere alle sue domande, mentre lo leccavo e lo succhiavo, cercando di rendere più maliziose possibili le mie risposte, e il tono di voce con cui le davo. Mi divertivo molto a vedere le sue reazioni, e non mi rendevo conto che, presa dal gioco, stavo mettendo a nudo tutti i dettagli più intimi e inconfessabili dei miei desideri e delle mie fantasie.

"Ma davvero ti è piaciuto così tanto farti inculare da dieci uomini, nella stessa sera?"

"Oh, sì... da impazzire..." e affondavo la bocca sul suo cazzo con un goloso mugolio. "Mi piaceva un sacco essere presa in quel modo... e mi eccitava che fossero tanti... sentivo che era una cosa... così porca... adoravo le sensazioni dentro di me... non finivano mai... appena uno terminava c'era sempre un altro che prendeva il suo posto... Mi sembrava di perdermi sempre di più in un abisso..."

"Ma non sentivi dolore?"

"In quel momento no... Nei giorni successivi sì... ho avuto parecchio fastidio... Ma durante, no... ero troppo eccitata per sentire dolore..." e gli leccavo la cappella guardandolo negli occhi. "Sentivo solo piacere... molto piacere... era sconvolgente..."

"E lo rifaresti?" La sua voce era roca per l'eccitazione.

Esitai, continuando a succhiarlo mugolando. Mi piaceva tenerlo in sospeso. Lo sentivo vibrare nell'attesa della mia risposta.

"Mmmmm... Rifare cosa... esattamente?" gli chiesi, passandomi la cappella sulle labbra.

"Farti inculare da più uomini... molti uomini... uno dopo l'altro."

Sospirai e ripresi a succhiarlo. Poi, tenendolo in mano davanti alla mia bocca e leccandolo di tanto in tanto, ripetei quell'ultima sua frase, lentamente, in tono sognante, come se la stessi valutando, immaginandomi la situazione.

"Farmi inculare... da più uomini.... molti uomini.... uno dopo l'altro..."

Marcello sospirava forte. Ma mi stavo eccitando anche io. Fino a quel momento non avevo mai preso seriamente in considerazione la possibilità di ripetere un'esperienza simile. Quella domanda puntava dritta su uno dei vortici più bollenti delle mie fantasie erotiche, dei miei desideri inconfessabili. Mi spostai in basso a leccargli i testicoli, quasi come per nascondermi, continuando a masturbarlo piano con la mano.
Risposi a voce bassa. Lo stavo ammettendo a me stessa, per la prima volta, prima ancora che a lui.

"Sì... Credo proprio di sì... Lo rifarei... Per me è un chiodo fisso, ormai..."

"Cazzo... ho trovato la terza per Sandro..." disse, come tra sé e sé. Non feci domande, e ripresi a succhiarlo. Ero scossa e turbata da quella mia esplicita ammissione, ma in qualche modo ne ero anche eccitata.

Mi accorgevo che anche Marcello continuava imperterrito a rimuginare sulle cose che gli avevo detto. Il suo cazzo era sempre più duro, ma non sapevo se fosse merito della mia bocca, delle parole che gli avevo detto, o del suo immaginarsi la scena che gli avevo raccontato. O chissà quale altra scena.

Ad un tratto disse: "Rita, ho una voglia pazza di incularti ancora". Senza aspettare altro, tornò alle mie spalle e mi penetrò. Ne fui felice, perché quei discorsi mi avevano messo addosso la stessa voglia. Da quella famosa sera era la prima volta che tornavo a riprovare quell'atto, e il primo round con Marcello era stato decisamente troppo breve. In questo secondo assalto invece resistette un po' più a lungo, e fu sicuramente più intenso e coinvolgente.

Dopo essere venuto di nuovo dentro di me, Marcello sembrò più rilassato e volle dedicarsi al mio piacere. Mi lavorò a lungo di lingua, con grande abilità, donandomi momenti sublimi. Alla fine crollammo tutti e due nel sonno, esausti.

La mattina dopo era ancora eccitato dalla mia storia. Continuava a chiedermi altri dettagli, e volle di nuovo prendermi dietro, mentre facevamo la doccia insieme. Fu molto eccitante, farlo così, sotto il getto dell'acqua tiepida, coi corpi insaponati. Trovavo stuzzicante questa sua predilezione per il mio buchino, e mi divertiva vedere quanto la mia storia lo avesse ossessionato.

Quando mi riaccompagnò in stazione mi sentivo soddisfatta del tempo passato con lui, e mi trovò assolutamente disponibile quando cominciò a parlare della possibilità di rivederci il mese successivo. Mi chiese se poteva farmi una proposta audace. Lo ascoltai.

Mi confessò che quando scendeva a Roma era solito frequentare un club privè, uno dei più noti d'Italia, situato appena fuori della città. Mi disse che l'ambiente era assolutamente gradevole, che si incontravano persone interessanti, che ci si poteva divertire parecchio sessualmente, ma allo stesso tempo ci si poteva anche limitare a guardare, se lo si preferiva. Nessuno era obbligato a fare nulla. Disse che gli sarebbe piaciuto moltissimo andarci con me.

Declinai l'invito. L'idea non mi attirava affatto. Non mi interessava, nemmeno per togliermi lo sfizio di una curiosità. Sembrò deluso, ma tornò subito all'attacco con un'altra proposta audace.

"E se la prossima volta portassi con me un amico?"

Una luce eloquente mi si accese nello sguardo. Non ci fu bisogno di rispondere.

* * * * *

Il mese successivo venne a prendermi in stazione insieme a Giancarlo. Un ragazzo romano della sua stessa età, meno bello, ma anche lui atletico, con un portamento simpatico e disinvolto. Scoprii in seguito che anche lui faceva parte del giro di persone che ruotava intorno a quel famoso club. Marcello conosceva parecchia gente di quel giro.

Andammo subito in albergo, senza perdere troppo tempo per salvare le apparenze. Appena in stanza mi rifugiai in bagno per una rapida doccia. Quando ne uscii ero vestita solo di un asciugamano. Loro mi stavano aspettando completamente nudi, Marcello sul letto, Giancarlo in piedi. Fu Giancarlo il primo ad avvicinarsi, per togliermi il telo e cominciare a baciarmi e ad accarezzarmi il seno. Marcello lo seguì a ruota, e così mi trovai in piedi, stretta tra quei due fusti che mi toccavano dappertutto e mi baciavano sul collo e in bocca, mentre le loro erezioni si sfregavano piacevolmente sul mio corpo nudo. Mi ritrovai subito eccitata. Ci spostammo sul letto, e Marcello scese subito con la testa tra le mie cosce, mentre la lingua di Giancarlo si dedicava al mio seno. Ero in paradiso.

Per un bel po' continuai ad essere oggetto di piacevoli carezze, manuali e di lingua, da parte di entrambi. Giancarlo mi parlava molto. Diceva che era molto eccitante trovarsi in quella situazione con me, che non vedeva l'ora di conoscermi meglio, che ero una ragazza molto interessante, che voleva provare tutto di me. Mi chiedeva perché lo facessi, cosa mi aspettavo da quell'esperienza. Gli spiegai che volevo scoprire cosa si prova a fare sesso con due uomini insieme, e che, in particolare, volevo sfruttare l'occasione per provare quella che era una mia fantasia proibita da molto tempo: farmi prendere da due uomini contemporaneamente, davanti e dietro. Sembrava molto interessato ad ogni mia risposta.

Dopo la lunga fase preliminare, cominciarono ad alternarsi nella mia fica, scopandomi ognuno brevemente prima di lasciare spazio all'altro, e così via. Tutto molto eccitante, ma la situazione stentava ancora a decollare. Sembrava che tutti e tre fossimo in attesa di qualcos'altro.

Ad un certo punto, mentre stavo scopando cavalcioni su Marcello, Giancarlo suggerì che forse era arrivato il momento giusto per farmi vivere la mia fantasia proibita. Mi schiacciai su Marcello con tutto il mio peso cercando di rendere il buco accessibile, mentre Giancarlo si avvicinava dietro di me. Iniziò a prepararmi, prima con la lingua, poi con le dita. Ma quando fu il momento di penetrarmi non gli fu facile trovare una posizione idonea. Ci fu tutta una serie di "Sposta la gamba" "Togli il braccio" "Vieni più su" "Stai più indietro" dall'effetto abbastanza comico. Finché non decidemmo una sosta, anche per permettere a Marcello di sgranchirsi un po', schiacciato come era dal peso di noi altri due.

Per qualche minuto mi dedicai a loro con la bocca, alternandomi un po' su l'uno un po' sull'altro, finché non mi sembrarono pronti per un secondo tentativo. Stavolta riuscimmo a trovare una posizione più adeguata, ma non fu facile lo stesso. Giancarlo mi faceva male nei suoi tentativi di forzarmi il buchino. Io cercavo di rilassarmi, ma non è così semplice rilassarsi mentre hai un altro uomo che ti riempie da davanti. Marcello a sua volta non riusciva a stare troppo fermo, diceva che gli veniva istintivo muoversi, e lo faceva anche per mantenere meglio l'erezione. Giancarlo cercò di facilitare la situazione, tornando a leccarmi il buco, commentando ironicamente quanto poco gli piacesse stare con la lingua di fuori ad un centimetro dalle palle pelose dell'amico.

Alla fine riuscì ad entrare tutto in me, lentissimamente. Eravamo talmente incastrati tra di noi, dentro e fuori, che era quasi impossibile ogni movimento. Fui io a provare ad oscillare un po'. Mi sentivo pienissima e ogni piccola vibrazione mi dava una scossa su tutto il corpo, di dolore e di piacere. Era molto eccitante, e pian piano stavo imparando come muovermi per gustare tutto al meglio. Cominciava decisamente a piacermi. Ma i miei due partner non condividevano il mio gradimento. Quei movimenti minimi che a me davano mille brividi, erano poca cosa per loro. Per quanto fosse eccitante la situazione, tutto quello che sentivano era di tenere il cazzo stretto in una morsa di carne e di non poterlo muovere come avrebbero desiderato per trarne il dovuto piacere. Marcello, in particolare, era in una posizione sacrificatissima, e cominciava a lamentarsi. Alla fine decidemmo di desistere, tornando stesi sul letto, uno accanto all'altro, con me in mezzo.

"Peccato, però..." sospirò Giancarlo. "Mi stava piacendo molto prenderti in quel modo. Non ti dispiace se continuo, vero?"

Non mi dispiaceva. Mi girai e sollevai il culetto per offrirglielo, piegando le ginocchia sotto di me, mentre lui si sistemava alle mie spalle, pronto a penetrarmi. Fu tutto molto agevole, se paragonato alle difficoltà di qualche minuto prima, quando c'era l'ingombro del cazzo di Marcello nella fica e tutti i tessuti erano dolorosamente in tiro. Era anche molto più piacevole. Senza nemmeno accorgermene mi trovai a sospirare e a gemere rumorosamente ai suoi ritmati affondi.

"Oh sì..." sussurrai. "Così è molto meglio..."

"Tutta un'altra cosa, vero?" chiese conferma Giancarlo.

"Decisamente... Continua ti prego... Mi piace..."

"Continuo volentieri..." disse lui. "Spero di bastarti, però... in fondo sono uno solo..."

Gli sfuggì la battuta. Confermava i sospetti che avevo avuto sin dall'inizio. Marcello aveva riferito a Giancarlo la storia della mia iniziazione. Anche lui, quindi, sapeva che ero stata presa da molti uomini, in quella prima volta, e probabilmente anche quanto mi fosse piaciuto. Ora mi spiegavo tutto quell'interesse per me, tutte quelle domande, e anche tutta quella voglia di "provarmi tutta", che in fondo non significava altro che fare esattamente quello che stava facendo in quel momento.

Forse avrei dovuto essere seccata per la scarsa discrezione mostrata da Marcello, ma in quel momento mi stavo divertendo troppo per pensarci. E poi era eccitante che Giancarlo fosse venuto a quell'appuntamento così desideroso di provare il mio culetto, per effetto del racconto che gli aveva fatto l'amico.

Marcello si avvicinò a me. Mi carezzò i capelli e mi baciò su una guancia. Forse temeva la mia reazione e cercava di rabbonirmi.

"Giancarlo moriva dalla voglia di prenderti dietro, sai?" mi sussurrò all'orecchio con tono affettuoso. "Gli ho accennato qualcosa della tua storia, e non vedeva l'ora. Sai bene che anche a me ha fatto l'identico effetto... e ancora non mi è passata!"

Mi carezzò ancora i capelli, mentre l'altro continuava ad incularmi di gusto.

"Sai? Abbiamo entrambi una voglia pazza di farti rivivere qualcosa di simile a quella tua serata a Milano. Certo, siamo solo in due, ma faremo del nostro meglio..."

Compresi in un attimo la situazione. Ecco cosa si agitava di nascosto dietro i loro modi galanti e rispettosi, le loro gentilezze, le loro attenzioni, la loro generosità nel darmi piacere con i baci, con le carezze, con la lingua. Sotto sotto, quello che li infiammava era la prospettiva di fare la festa al buchino di una ragazza che lo prendeva dietro volentieri. L'idea era premeditata. Non avevano nessun motivo per pensare che non avrei gradito il programma. Con un brivido perverso mi ritrovai ad ammettere a me stessa che avevano perfettamente ragione: quel programma piaceva molto anche a me.

Mentre pensavo queste cose, Giancarlo si sfilò e Marcello prese il suo posto. Era il primo dei tanti cambi della guardia che si sarebbero succeduti da lì in avanti. La temperatura erotica stava decisamente salendo. La festa era finalmente decollata.

Per tutto il resto della giornata non fecero altro che incularmi. Si alternarono dentro di me, prima nella classica posizione carponi, poi sperimentando tutte le possibili varianti. Da sopra, da sotto, da davanti, di fianco. Si gustarono il mio culetto disponibile in tutti i modi, in tutte le salse, da tutte le angolazioni. E io mi gustavo loro.

Andarono avanti fino a sera prima di crollare. Erano esausti dopo essere venuti tre volte ciascuno dentro di me. Mi ritrovai in mezzo a loro, a pancia sotto, distrutta, dolorante.

Presero a ricoprirmi di coccole e di attenzioni, a farmi un sacco di complimenti. A dirmi che a letto ero la fine del mondo, che erano fortunati ad aver avuto l'occasione di stare con me. Fu un momento molto tenero, in curioso contrasto con la selvaggia brutalità con cui avevano infierito sul mio didietro nelle ore precedenti.

Credo che una donna abbia sempre bisogno di un po' di coccole, dopo che si è abusato del suo buchino posteriore. Per quanto l'atto in sé possa piacere da impazzire, il "dopo" è sempre un momento difficile. Ci si ritrova avvolte da una sensazione che è insieme fisica ed emotiva, che parte da sotto, da quel dolore sordo proveniente dal buco e si irradia pian piano nell'anima. Ci si sente sporche dentro, violate nel profondo, corrotte. Si fa fatica ad accettarsi di nuovo.

Per questo in quei momenti un po' di miele, un po' di dolcezza, sono apprezzatissimi. Gilberto era stato tenerissimo con me dopo la sera della mia iniziazione. Mi aveva curato il buchino con creme lenitive, preparato tisane rilassanti, mi era stato vicino con tutto il calore possibile. Persino mentre maturavo la decisione di non vederlo più, non riuscivo ad avercela con lui. Anche quella sera Marcello e Giancarlo mi aiutarono molto a superare l'impatto con il "dopo".

Prima di addormentarmi, pensai che non era stata un'esperienza intensa e sconvolgente come quella della mia iniziazione, che ormai nella mia mente aveva assunto contorni mitici. Non era solo una questione di numero. Non c'era stata quell'atmosfera magica abilmente costruita che aveva reso la deflorazione del mio forellino una specie di rituale pagano, e che secondo me era stata importantissima per mettermi nelle condizioni mentali giuste per godermi al meglio tutto ciò che era successo.

Più ci ripensavo, più mi rendevo conto di quanto Gilberto fosse stato un grande. Per moltissime ragazze la prima esperienza di quel tipo avviene con un coetaneo, affettuoso e appassionato quanto si vuole, ma spesso inesperto e maldestro. Tutto si riduce a cinque minuti di dolore insensato e inutile, mentre lui raggiunge il proprio piacere. Se c'è una seconda volta, è ancora peggiore, perché non c'è più il brivido della scoperta, ma al contrario si aggiungono l'ansia e la disillusione dell'esperienza precedente. Di solito, entro la terza ci si mette la croce sopra, per sempre. Io stessa, ricordando i miei primi approcci con i ragazzi del mio paese, ero stata vicinissima ad un percorso del genere.

Invece, grazie a Gilberto, ero veramente stata "iniziata" al piacere del sesso anale, e avevo scoperto da subito come quel piacere si nutra di estremi, di esagerazioni, di abissi infiniti, di perdita totale del controllo. Avevo imparato subito cosa aspettarmi, cosa cercare, come goderne. Non sapevo se c'era qualcosa in me, di psicologico o di fisico, che mi rendeva particolarmente predisposta per quell'atto, o se dipendeva tutto da quella fortunata prima volta. Ma in ogni caso ero felice della mia capacità di provare piacere in quel modo.

Anche quel giorno, con Marcello e Giancarlo, mi ero divertita davvero moltissimo, e provavo una specie di strano senso d'orgoglio al pensiero che il mio buchino, da solo, fosse riuscito a mettere al tappeto quei due fusti che russavano ai miei fianchi.

La mattina dopo li ritrovai di nuovo eccitati e vogliosi, seriamente intenzionati a riprendere il discorso interrotto la sera prima. Quei due cazzi dritti che mi accerchiavano, a destra e a sinistra, apparivano ora come una terrificante minaccia per il mio buco che, dopo gli stravizi del giorno precedente, era troppo malconcio per essere disponibile ad ulteriori abusi. Cercai di indurli a desistere, ma loro inscenarono per gioco la parte degli irremovibili. Scherzosamente ci ritrovammo a mercanteggiare, per stabilire cosa potevo offrire in cambio della loro rinuncia. Alla fine mi impegnai di gratificare entrambi con un pompino che promisi "indimenticabile". Si atteggiarono a scettici, ma mi concessero di provare.

L'atmosfera tornò subito meno scherzosa e più erotica, quando cominciai a tener fede al patto dedicandomi con la bocca a Giancarlo, mentre Marcello si godeva attentamente lo spettacolo, in attesa del suo turno. Misi in campo tutte le lezioni e l'esperienza che avevo acquisito con Gilberto. Furono sorpresi e deliziati di tanta abilità, e si divertirono entrambi parecchio. Ma anche per me fu piacevole ed eccitante farli godere nella mia bocca.

Quando più tardi Marcello mi riaccompagnò al treno (Giancarlo ci salutò prima perché aveva un impegno) ero ancora più felice e soddisfatta del mese precedente. Mi ero divertita da morire, e gliene ero grata. Aspettavo con ansia che si parlasse del prossimo incontro nel mese successivo, sperando in qualche nuova proposta a sorpresa, ancora più audace. Provai per questo un po' di vergogna: ero tornata da poco insieme al ragazzo dell'Università e non mi stavo comportando benissimo nei suoi confronti. Anche perché a lui non concedevo che un castissimo petting, in linea con quell'immagine di brava ragazza di paese, un po' all'antica, cui ero associata nell'ambiente universitario. Ma non volevo rinunciare per niente al mondo a questi appuntamenti mensili all'insegna del sesso.

Quando l'argomento "prossimo incontro" venne fuori, mi accorsi di pendere dalle labbra di Marcello. Speravo solo che non tirasse nuovamente in ballo la storia del club privè.

"Ti ho mai parlato di Sandro?" mi disse.

Ricordai vagamente che lo aveva nominato durante il nostro primo incontro, ma non mi aveva dato altri dettagli.

"E' una persona estremamente interessante, che tra le altre cose ha l'hobby di organizzare feste di tipo erotico." Evidentemente era un altra conoscenza legata al giro del club.

"Orge?" chiesi. L'idea non mi piaceva troppo. Mi infastidiva in particolare la possibilità di essere oggetto di attenzioni femminili.

"Non proprio. Sono incontri molto esclusivi, di erotismo raffinato. Spesso sono feste a tema."

"A tema?"

"Sì... giochi o situazioni particolari, per stuzzicare la fantasia. Ho parlato di te a Sandro, e penso che voglia farti una proposta. Te ne vuole parlare direttamente lui, ma posso anticiparti che dovresti trovare la sua proposta particolarmente interessante..."

Mi porse un foglietto. "Questo è il suo cellulare. Chiamalo nei prossimi giorni."

Dopo circa una settimana, trovai il coraggio e feci quella telefonata. Fu un gesto fatto di impulso e dettato più che altro dalla curiosità. Pensavo che per quanto potesse esserci di particolare o raffinato si sarebbe comunque trattato di qualche variante di orgia. Non mi piaceva molto l'idea, per le ragioni che ho detto. La mia intenzione era quella di ascoltare la proposta e rifiutare gentilmente, per poi richiamare Marcello e concordare un programma alternativo.

"Pronto?" rispose una voce da uomo.

Mi presentai, secondo le istruzioni, come "l'amica di Marcello".

"Ah, sì, certo... Mi scusi, posso richiamarla tra cinque minuti esatti?"

Attesi. Richiamò quasi subito.

"Salve... Rita, vero? Ci diamo del tu?... Perfetto. Scusami per prima, ma ero con alcune persone, e dovevo liberarmene... Veniamo a noi. Quanti anni hai, prima di tutto? Ventidue?... Bene, sei molto giovane, ma maggiorenne. Marcello ti ha anticipato qualcosa? Nulla? Bene, ora ti spiego..."

Era una bella voce, calda e cordiale, quasi da speaker radiofonico. Si intuiva un uomo maturo ma giovanile, di cultura superiore alla media, benestante, raffinato. L'effetto complessivo era rassicurante.

"Vedi, Rita, a me piace organizzare degli incontri erotici... definiamoli pure delle 'feste'... ispirate ogni volta ad un tema diverso. Sempre però con un numero ristretto di persone, scelte con cura. Gente aperta di intelletto, culturalmente libera, capace di apprezzare certe raffinatezze del sesso."

Ascoltavo attenta, aspettando che venisse al dunque.

"Da tempo sto cercando di organizzare una serata particolare, seguendo una mia ispirazione piuttosto originale, che dovrebbe rivelarsi molto stuzzicante per chi parteciperà. Voglio chiamarla la Serata delle Tre Scimmiette."

Non avevo idea di cosa potesse significare.

"Tu conosci sicuramente le tre scimmiette della favola... non vedo, non sento, non parlo... ecco, prova ora ad immaginare una trasposizione delle tre scimmiette in campo erotico..."

Non ci arrivavo.

"Ma è semplice! Basta sostituire orecchi-naso-bocca delle scimmiette della favola con i tre orifizi erotici del corpo femminile. Le tre scimmiette saranno tre ragazze che metteranno a disposizione degli ospiti uno ed uno solo dei propri orifizi, ognuna uno diverso. Non è un'idea curiosa e intrigante? Quello che ho saputo di te da Marcello, ma correggimi se sbaglio, ti renderebbe l'interprete ideale per il ruolo di una delle tre scimmiette. Immagino che hai capito quale..."

Avevo capito quale. Provai un brivido caldo su tutto il corpo. Mi tornò in mente la mia serata con Gilberto, l'intensità di quelle sensazioni, l'eccitazione, il senso di vertigine, l'abisso. Mi accorsi di quanta voglia avevo di rivivere emozioni di quell'intensità. E adesso mi si presentava un'occasione, probabilmente irripetibile.

Sandro non sapeva come interpretare il mio silenzio, e continuava a parlare con toni rassicuranti, cercando di convincermi.

"Naturalmente la cosa viene fatta con lo spirito del gioco, con un senso di complicità tra tutti i presenti. L'obiettivo è quello di passare una serata piacevole e divertente per tutti, all'insegna di un sesso trasgressivo, ma raffinato. Non faccio per vantarmi, ma nessun uomo e nessuna donna sono mai usciti insoddisfatti dalle mie feste. Posso dire di avere un certo nome, nell'ambiente, e la partecipazione alle mie iniziative, ti assicuro, è richiestissima. Saremo poche persone. Beh, diciamo il minimo indispensabile per dare un po' di pepe al tutto. Ma non di più. Detesto le ammucchiate.
Ah, voglio aggiungere che una tua eventuale risposta positiva non sarà vincolante. Fino a quel giorno, se ci ripensi, sarai liberissima di chiamarti fuori. E anche in qualsiasi momento durante la festa. Qui a Roma avrai una stanza d'albergo tutta per te, a mie spese, e non appena dovessi decidere che ciò che sta avvenendo non è di tuo gradimento, sarai immediatamente riportata in albergo, senza la minima esitazione. Su questo hai la mia totale garanzia."

Non lo stavo nemmeno seguendo. La mia mente vagava a mille miglia di distanza. Ascoltai in silenzio la mia stessa voce rispondere con un tremito.

"Sì... Mi interessa. Accetto."

"Bene!" Il tono calmo e controllato non riuscì a nascondere del tutto il suo entusiasmo. "Sono davvero felice. Hai fatto la scelta giusta e sono sicuro che alla fine ne resterai pienamente soddisfatta. D'altra parte è noto a tutti che le mie feste..."

Pensai che poteva piantarla con quei discorsi da venditore. Ormai avevo accettato.

"Per gli aspetti organizzativi pratici, direi che la cosa migliore sia fare di Marcello il nostro punto di riferimento. E' un ragazzo davvero in gamba, che forse finora avevo un po' sottovalutato. Sarà lui a riferirti tutti i dettagli. La festa è programmata per il 29 di questo mese. Ci vedremo lì. Allora grazie Rita, e piacere, davvero piacere, di averti conosciuto. A presto."

A presto.


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SECONDA PARTE – La Serata delle Tre Scimmiette

Passai quelle settimane in una specie di stato mentale sospeso. Esteriormente conducevo la stessa vita di sempre, forse ero addirittura iperattiva, quasi per cercare di non affrontare il pensiero di quello che stavo per fare. Continuavo a studiare, a seguire i corsi, ad uscire con il ragazzo (e mi sentivo una carogna a concedergli null'altro che qualche bacio e qualche palpata superficiale). Quel pensiero si limitava a rimanere incombente sullo sfondo.

In certi momenti però, non potevo fare a meno di affrontarlo. I miei atteggiamenti mentali si alternavano ciclicamente. Un momento ero spaventata da quello che mi attendeva. Un momento dopo ero eccitatissima alla prospettiva di ripetere un'esperienza simile a quella di Milano. Poi mi sembrava assurdo che avessi accettato di concedermi, e in quel modo poi, a dei perfetti sconosciuti. Ma mi rendevo conto che era proprio quell'assurdità a rendere tutto assurdamente eccitante. Ogni tanto, quando venivo assalita dagli scrupoli e dalle paure, prendevo il cellulare, seriamente intenzionata a richiamare quel numero e a dire a Sandro che volevo rinunciare. Poi però mi tornava in mente che quella telefonata avrei potuto farla in qualsiasi momento, fino all'ultimo, e desistevo. Intanto il tempo passava, e il giorno fatidico arrivò.

La mattina del 29, Marcello mi accompagnò dalla stazione all'albergo dove era stata prenotata la mia stanza. Un lussuoso quattro stelle nel centro di Roma. "Gentile omaggio di Sandro" mi disse, "ma stai tranquilla... se lo può largamente permettere". Mi lasciò sola, affinché potessi dedicarmi ai preparativi. Avevo già fatto una seduta dall'estetista prima di partire, ma volli lo stesso ripetere la depilazione, soprattutto in certe zone, con maniacale attenzione.

Nel pomeriggio, mi praticai un clistere, con acqua tiepida e delle essenze alle erbe che avevo preso in erboristeria. Fu un'operazione piuttosto maldestra, visto che non avevo mai tentato nulla del genere. Tuttavia alla fine ero più pulita e "libera" di prima, e tanto bastava.

Mi vestii in modo molto informale, con una comoda tuta da ginnastica e un soprabito leggero. Non era difficile immaginare che ero destinata a passare la serata nuda.

Alle sette e mezza di sera, puntuale, Marcello mi venne a prendere.

Sembrava piuttosto eccitato. Era al volante di una BMW che gli aveva prestato il solito Sandro. Si diresse subito fuori Roma, per anguste stradine di campagna che sembrava conoscere a menadito. Stava cominciando a salirmi un po' d'ansia.

Mentre guidava lo incalzavo con domande su dettagli dello svolgimento della festa, ma nella maggior parte dei casi mi rispondeva "vedrai... non preoccuparti... vedrai..." Però riuscii comunque a scoprire qualcosa. Per esempio che noi scimmiette saremmo state in una stanza apposita, e non nella sala grande dove si teneva il ricevimento vero e proprio. Fu un particolare che tutto sommato mi piacque. Non sarei stata esposta a tutti per tutto il tempo, ma allo stesso tempo tutti sapevano eventualmente dove trovarmi. Cercai di sapere quanti uomini sarebbero stati presenti. "Una decina" mi disse, vago, garantendomi di non poter essere più preciso di così. "Sai come vanno queste cose... fino all'ultimo c'è gente che rinuncia, o gente che si aggiunge... proprio come nelle feste normali".

Quando arrivammo alla villa, Marcello mi guidò attraverso un entrata laterale fino ad una stanza da letto. Lì mi fece spogliare completamente e a sorpresa tirò fuori un cappuccio nero di raso, una specie di piccolo sacco chiuso, chiedendomi di indossarlo intorno alla testa. Disse che lo avrei dovuto tenerlo per tutta la durata della festa, e lo stesso avrebbero fatto le atre due ragazze. Mi spiegò che era una prassi. Molte signore insospettabili amavano di tanto in tanto concedersi a qualche gioco erotico particolare, ma avevano il comprensibile scrupolo di non voler essere identificate. D'altra parte anche tra i partecipanti uomini c'erano a volte personaggi in vista che preferivano non essere riconosciuti dalle ospiti esterne al giro ristretto e fidato.

Intuii che la ragione principale era soprattutto quest'ultima. Non mi piaceva molto tutto ciò, ma infilai obbediente quel pezzo di stoffa. Mi ritrovai improvvisamente circondata dal buio. Il senso di inquietudine saliva sempre di più. Mi accorsi che la mia mente stava disperatamente cercando di elaborare un modo per tirarmi fuori da quella situazione.

Tenendomi per mano mi fece attraversare dei corridoi. Incrociammo delle persone lungo il tragitto. Degli uomini. Marcello si fermò a salutarli.

"E' lei? E' la terza scimmietta?" chiese uno di loro.

Marcello confermò. "Ottimo!" commentò il tipo. Delle mani si posarono sul mio corpo. Palparono il seno, seguirono la curva dei fianchi, saggiarono la consistenza delle natiche, indugiarono nel solco. "Bene, bene! Bel materiale. Andate pure a prepararvi!"
"A tra poco..." aggiunse maliziosamente un'altra voce maschile. Rivolta a me, intuii, visto che un'altra mano era scesa insinuante a tastarmi il culo.

Ci fermammo. Marcello mi tolse il cappuccio. "Eccoci qua. Questo è il posto riservato a voi. Ora devo andare di là un secondo a sistemare alcune cose. Tu aspettami qui. Tornerò tra pochi minuti, per prepararti".

Rimasi sola in quella stanza. Mi guardai intorno. Sembrava un piccolo studio. Non c'erano mobili, ma le pareti erano adornate di quadri che sembravano di pregio. Tende pesanti coprivano una finestra. Per terra c'era un ampio tappeto, soffice, con dei cuscini in corrispondenza alle tre postazioni delle altrettante scimmiette.

Mentre aspettavo, arrivarono, prima una poi l'altra, le altre due ragazze, anche loro accompagnate, ognuna da un uomo diverso. Anche loro completamente nude. Gli accompagnatori scambiarono qualche parola sottovoce con loro, poi si dileguarono. Restammo così noi tre sole, in un silenzio imbarazzante. Lo ruppe quella che poi scoprii essere "la Bocca", con una improvvisa risata.

"Ma ragazze! Cosa sono quelle facce? Suvvia, mica siamo ad un funerale. Ne ho viste parecchie di queste festicciole. Sandro è uno che in queste cose ci sa fare. Potete essere sicure che ci divertiremo, e parecchio." Era una bella ragazza sulla trentina, con un corpo stupendo. Lo sguardo di una che la sa lunga, e che ne ha fatte di tutti i colori.

"Non sono qui per divertirmi" rispose seria l'altra, "la Fica", una biondina carina, ma piuttosto insipida. Più giovane della Bocca, ma sicuramente con qualche anno più di me. "Non mi interessa divertirmi. Lo faccio per amore. Il mio uomo mi ha chiesto di prestarmi a questo gioco, ed io lo faccio per lui. Solo per lui."

"Certo, tesoro, come no?" rispose ironica la Bocca. "Ma questo non ti impedirà di divertirti, vedrai. E tu, invece? Perché lo fai?" aggiunse rivolgendosi a me.

Feci un sorriso timido e un gesto vago con le spalle, per eludere la domanda. Che però continuò a riecheggiare dentro di me. Perché lo facevo? "Per provare piacere", mi risposi. Ma mi accorsi subito che non stava in piedi. Era piacere, solo piacere, quello che stavo cercando? Era piacere, solo piacere, quello che avrei provato in quella serata? C'era sicuramente dell'altro, ma non ebbi voglia di rifletterci.

La Bocca cominciò a sistemare le cose. Si vedeva che conosceva bene quella stanza. Tirò bene le tende, posizionò al meglio i cuscini sul tappeto. Sul soffitto erano appesi tre faretti da teatro. Maneggiando un telecomando li accese e si accinse ad orientarli. Un motore elettrico permetteva di variare il puntamento. Alla fine ogni faretto puntava su una delle tre postazioni.

Mentre faceva queste operazioni mi caddero gli occhi su alcuni segni che aveva sulla schiena. Si accorse che li avevo visti, e notò il mio sguardo terrificato. Sorrise. "Oh, non preoccuparti, tesoro. Non c'è in programma nulla del genere stasera. Vedrai, sarà una serata tranquillissima."

In quel momento tornò Marcello. Mi porse un tubetto di crema lubrificante. "Tieni, ungiti un po'. La festa sta per cominciare. Sta arrivando gente." Effettivamente dal salone al di là del corridoio si udivano voci di persone man mano più numerose. Tappi di bottiglie stappati, tintinnio di bicchieri. Si distinguevano anche voci di donne, e la cosa mi preoccupò. Usai la crema con generosità, ungendomi bene anche dentro, a fondo. Mi sintonizzai attentamente con la sensazione di penetrazione causata dal mio dito. Una pallida ombra di ciò che mi aspettava di lì a poco. Lasciai il tubetto sul tappeto, vicino ai cuscini della mia postazione. Sicuramente ce ne sarebbe stato ancora bisogno.

La Fica si era già messa in posizione. Indossava il suo cappuccio nero e stava sdraiata sui cuscini, con le cosce aperte e le ginocchia piegate. Un faretto disegnava un cerchio bianco di circa un metro di diametro, perfettamente centrato sul suo sesso. La posa era quella di una donna che si offre, ma si intuiva che era tesa e contratta. Vidi la Bocca indossare un cappuccio identico al nostro, ma con un ampio ritaglio circolare che lasciava scoperta tutta la parte bassa del viso. Stava inginocchiandosi alla mia destra, rivolta verso il centro della stanza. Il faretto puntava dritto su quel foro nella stoffa nera, con quelle labbra rosse, carnose, in primo piano. All'ultimo momento aveva dato una passata di rossetto. Sarebbe durato poco, pensai, ma evidentemente anche la messa in scena iniziale voleva la sua parte.

Toccava a me. Marcello mi infilò il cappuccio e mi piazzò carponi nella mia postazione, al centro tra le altre due. La testa verso il muro. Il culo esposto.

"Non così" mi disse. "Inarca la schiena... devi essere più aperta... si deve capire che stai offrendo il culetto agli invitati... Ecco, così va meglio... allarga un po' le ginocchia... ottimo..." Avevo assunto quella che sarebbe stata la mia posizione per le prossime ore. Nuda, incappucciata, carponi, poggiata sugli avambracci, oscenamente offerta.

Marcello si alzò in piedi ed osservò l'impatto complessivo. Sembrava molto soddisfatto. "Stupendo. Hai la chiazza d'unto intorno al buco che brilla sotto le luci. Si vede bene che ti sei lubrificata e che sei pronta per gli ospiti. Fa un gran bell'effetto. E' molto invitante."
Lo sentii armeggiare ancora col telecomando dei faretti per perfezionare il puntamento. Poi spense la luce del lampadario e senza aggiungere altro se ne andò, chiudendo la porta.

Restammo sole. Le Tre Scimmiette. Una Bocca, una Fica e un Culo. Ogni orifizio bene in vista, illuminato dal rispettivo riflettore.

Passò del tempo. Non so dire quanto. Non mi mossi di un millimetro. Sentivo il calore dei faretti sulla pelle delle natiche. Dal corridoio arrivavano attutiti i suoni della festa. Voci di uomini e donne. Chiacchiere, risate. Immaginai camerieri in guanti bianchi che offrivano calici di champagne agli ospiti su vassoi d'argento. Qualcuno suonava pezzi d'atmosfera al pianoforte. Dal vivo, mi sembrò. Mi chiesi se sarei stata inculata anche dai camerieri e dal pianista. In fondo, perché no? Che problema c'era? Non lo avrei nemmeno mai saputo.

Passarono ancora dei minuti. Poi sentii dei passi, e delle voci sempre più vicine. Qualcuno aprì la porta. Riconobbi la voce di Sandro, il padrone di casa, che parlava con tono un po' teatrale.

"...e qui, signore e signori, abbiamo le nostre... Tre Scimmiette. Tre ragazze giovani ed avvenenti, e ognuna delle tre si è spontaneamente offerta per mettere uno dei propri orifizi del piacere a libera e completa disposizione di tutti voi. Come vedete, la posizione e l'illuminazione suggeriscono quale sia l'orifizio, senza possibilità d'equivoco. Potete servirvene a volontà in qualsiasi momento lo desideriate, da adesso fino alla fine della festa. Sapete tutti dove trovarle."

Ci fu un brusio di commenti. Distinsi la voce decisa di una donna. "Me ne servirò sicuramente!" Ebbi un brivido alla schiena. La porta si richiuse e le voci si allontanarono. L'ospite continuò a mostrare la casa.

Passarono altri snervanti minuti di attesa e di immobilità. Poi arrivò qualcuno. Nella stanza cominciò ad esserci del movimento. La festa stava cominciando. Sentii il cuore battere a mille.

Immaginai che gli ospiti avessero i bicchieri in mano, perché qualcuno si lamentò con stizza della mancanza di tavoli o altri piani d'appoggio dove posarli. I rumori erano sempre più vicini.

Alla mia destra un uomo si slacciò i pantaloni. Presto arrivarono chiari rumori di risucchio e mugolii soffocati. La Bocca aveva cominciato a lavorare. "Prendilo tutto in gola, troia... fino ai coglioni... così..." disse secca una voce da uomo, confermando ciò che avevo intuito. Provai un certo fastidio. Era quello l'atteggiamento che gli ospiti avrebbero avuto con noi scimmiette?

Dalla mia sinistra provenne un gemito femminile di sofferenza. "Questa fica è secca! E' chiusa come un'ostrica. Come cazzo si fa a scoparla?" commentò spazientito un ospite. "Se è un'ostrica, prova con lo champagne!" suggerì ilare un altro tizio. Fu preso sul serio, perché sentii il rumore del liquido rovesciato, un fruscio di bollicine, e l'urletto della ragazza al contatto con il liquido freddo. I due ne risero.

Sapevo che da un momento all'altro qualcuno si sarebbe interessato a me. Trattenevo il fiato in attesa. Una mano si posò sul mio culo. Sobbalzai leggermente, ma mi imposi di mantenermi ferma in posa. Mani maschili afferrarono i glutei, sfiorarono i fianchi. Un dito forzò per un attimo l'ingresso della mia vagina. Poi niente. L'uomo si allontanò. Me ne sentii un po' umiliata. Continuai ad aspettare, mentre intorno a me continuava l'attività.

Passò ancora qualche minuto, e altre mani presero a toccarmi. "Buona sera" disse una voce calda e gentile, sia pure con una certa affettazione che denotava un pizzico di ironia. Palpò liberamente il culo e le tette, poi prese a sfiorarmi il sesso e ad accarezzarmi tra le gambe con sapienza. Cominciai ad eccitarmi. Lui se ne accorse. Allargò le labbra della fica e vide che mi stavo bagnando. "Brava... molto brava..." commentò. Passò a dedicarsi al mio buchino. Mi penetrò con un dito, poi con due. Poi con entrambi i pollici, forzando leggermente per allargarmi. "E' davvero un onore e un piacere per me essere il primo..." mi sussurrò dolcemente all'orecchio. Subito dopo la punta del suo cazzo si appoggiò al buco e cominciò a spingere. Lentissimamente si fece strada. Fu molto delicato. Ma quel cazzo, me ne accorsi subito, era enorme. Istintivamente mi irrigidii. "Eh no..." mi rimproverò paternamente, "così non va bene...". Mi imposi di rilassarmi, e di aprirmi a lui, che dolcemente riprese a spingere. Era davvero un affare smisurato, lungo e largo. Continuava ad entrare a fondo in me e non finiva mai. Mi sentivo tirare tutta, dentro e fuori. Mi accorsi di sudare freddo. Alla fine fu dentro fino alla base. "L'hai preso fino in fondo... brava..." mi disse, sempre con il suo tono affettuoso e paterno. "Adesso pensa a godertelo. Voglio che tu lo senta bene tutto." Cominciò a muoversi dentro di me, dando la sensazione di risucchiare avanti ed indietro tutti i miei organi interni ad ogni affondo. Ero eccitatissima, e la cosa mi stava piacendo da matti. In quel momento ero completamente dimentica di tutto quello che stava succedendo intorno, alle altre scimmiette, e tutta concentrata sul mio interno, sulla danza sconvolgente di quel grosso bastone di carne. Ci sapeva fare da dio. Si mosse fluido e voluttuoso anche quando il ritmo aumentò, e mi tenne stregata dal suo cazzone fin quando raggiunse un copioso orgasmo dentro di me.
Mi dispiacque che avesse finito. Si sfilò, mi salutò con un affettuoso schiaffetto sul culo e si dileguò. La prima era andata decisamente bene.

Due nuove mani maschili mi presero per i fianchi e un altro cazzo mi penetrò senza troppi complimenti. C'era qualcosa di familiare nel tocco. Era Marcello.

"Sono io, Rita. Come va? Qui c'è già una discreta coda che si è formata per te. Il tizio di prima se l'è presa un po' troppo comoda..."

Pensai che invece mi sarebbe piaciuto molto averlo dentro più a lungo.

"Hai visto che razza di spadone enorme? Beh... visto, no... ma immagino che lo avrai sentito. Gli ho ceduto il diritto di essere il primo. Abbiamo preferito che fosse lui a cominciare con te. Per fare un po'... come dire... da apripista. Per rendere le cose più agevoli a chi viene dopo. Mi sembra che abbia fatto proprio un buon lavoro. Già ti sento piuttosto larga. Comoda. Ti si incula davvero bene..."

Per dimostrare l'assunto, tentò un paio di colpi più decisi.

"Credo che non avrai tempo di annoiarti, stasera. A parte la fila che c'è adesso, sono tutti molto incuriositi da te. Non si fa altro che parlare di te, di là, nella sala grande. Mi hanno fatto un sacco di domande... Sono piacevolmente colpiti dalla tua età, non si aspettavano una ragazza così giovane... Scalpitano per provarti... Penso che nessuno rinuncerà al suo turno, almeno una volta. Ma puoi contarci che parecchi faranno il bis."

Ma quanti uomini c'erano? Non doveva essere una serata per "pochi intimi"?

Marcello sembrò leggermi nel pensiero, perché, continuando ad incularmi, disse. "Ci sono una quindicina di uomini. Massimo sedici, diciassette. Più del previsto, ma non sono poi tantissimi, dai... Avremmo dovuto essere di meno. Ma in qualche modo si è sparsa la voce nel giro, e sono arrivate un sacco di richieste. Tutti arrapati come mandrilli per la terza scimmietta. Tutti volevano venire a incularti. Sei la star della festa."

Diciassette uomini erano venuti lì, appositamente per inculare me. Non riuscivo a capacitarmene. Non riuscivo a dare un senso compiuto a quella situazione. Mi sembrava tutto così assurdo. Gente ricca, facente parte del "giro", sicuramente in grado di ottenere ogni tipo di favore sessuale, culetto compreso, in qualsiasi momento, da fior di strafiche. Perché si stavano scaldando tanto per me? Che senso aveva questo istinto primitivo, tribale, che portava gli uomini a trovare così esaltante ed eccitante l'idea di accalcarsi furiosamente in venti su un solo buchino indifeso?

"E sarebbero potuti essere molti di più." Continuò Marcello. "C'era una fila di richieste lunga così. Sandro ha cercato di mantenere il basso il numero. Ma ci sono personaggi cui non si può dire di no. Anche gente importante... Se tu sapessi chi è venuto qui stasera, appositamente per godersi il tuo culo, ci rimarresti di stucco... Beh, fammi sbrigare... qui c'è gente che aspetta. Resterò in zona, verrò ogni tanto a controllare. Tu stai tranquilla e... goditi la serata!"

Dopo queste amene comunicazioni di servizio, Marcello serrò il ritmo e arrivò rapidamente all'orgasmo. C'era una fila di persone in attesa, non era carino farle aspettare troppo. Se ne andò, dicendo allegramente "Prego, si accomodi!" a quello che veniva dopo. Era lui che mi aveva portata lì, e poteva fare il padrone di casa con il mio buco.

Il terzo indossava il preservativo. Pensai che avrei dovuto essere io ad imporlo a tutti. Sarebbe stata una richiesta più che legittima. Invece così era degradante. Era lui, a proteggersi da me. D'altra parte non potevo lamentarmi di essere identificata come un soggetto a rischio, visto quello che stavo facendo, senza nessuna precauzione. Cercai di trovare motivo di tranquillità nella disinvoltura della maggior parte degli altri. In certi giri è difficile che entrino persone meno che sicure.

Fece i suoi comodi in silenzio per un paio di minuti. Poi, pochi attimi prima dell'orgasmo, lo tirò fuori, si strappò via il preservativo, e mi schizzò addosso il suo sperma, orientando i suoi schizzi sopra il buco, appena sotto l'osso sacro, da dove cominciarono a colare come una melassa verso il basso. Un tipo simpatico. Da me si proteggeva, ma la sua sborra nel culo voleva darmela lo stesso.

Immediatamente un quarto prese il suo posto, stavolta a pelle nuda. Restò abbastanza poco anche lui, abbandonandomi, e questo era un inedito, senza venire. Aveva degustato il mio culetto, ed ora, con ogni probabilità, si recava per finire da una delle mie colleghe. O forse per un altro assaggino, prima di cambiare ancora. O di tornare da me.

Mise in crisi la mia contabilità. Dovevo contarlo come "quattro", oppure no?
Mentre me lo chiedevo, un altro ancora prese il suo posto e cominciò a sua volta ad incularmi.

La coda andò avanti a lungo in questo modo. Ognuno rimaneva per un tempo piuttosto breve, secondo buona educazione, prima di lasciare il posto al successivo. Qualcuno era protetto, qualcuno no. La maggior parte no. Qualcuno mi veniva dentro, qualcuno fuori, sul culo o sulla schiena. Nessuno di quelli che mi inculavano col preservativo rinunciava a schizzarmi addosso, tirandosi fuori e togliendoselo prima di venire. Mi ritrovai presto con la schiena ricoperta da un lago di sperma che colava da tutte le parti. Qualcuno invece se ne andava senza raggiungere l'orgasmo e magari, chissà, dopo qualche minuto tornava a mettersi in fila. Qualcuno ostentava una beffarda gentilezza mentre mi inculava ("Permette, signorina?"), qualcuno andava giù pesante con gli insulti, qualcuno si prendeva il proprio piacere dentro di me in silenzio, con la massima indifferenza, come se fossi un semplice oggetto. Qualcuno prima di penetrarmi mi lubrificava, attingendo dal tubetto e entrando a fondo con le dita. Altri usavano la propria saliva, facendola arrivare dalla loro bocca al mio buco non sempre in modo elegante e piacevole. Qualcuno ce l'aveva un po' più grosso, qualcuno un po' più piccolo. Qualcuno picchiava giù duro, qualcuno era appena più delicato. Ma presto, nella mia percezione, si confusero tutti in un'appiattito, indifferenziato, impersonale, ottuso, al limite anestetizzante, martellamento nel mio ano.

Fu una fase della serata assolutamente desolante. Facevo dei paragoni con la serata della mia iniziazione, e mi accorgevo di quanto, malgrado la somiglianza esteriore (una coda di uomini a sodomizzarmi), si trattasse di esperienze agli antipodi. L'altra volta conoscevo tutti, loro conoscevano me, e malgrado la maschera sul viso che simboleggiava un anonimato rituale, ognuno di loro aveva per me una parola affettuosa, un pensiero gentile. Ero a tutti gli effetti la festeggiata, e a loro modo mi festeggiavano, inculandomi con l'affetto di chi accoglie una nuova adepta meritevole nella grande famiglia. Il piacere e l'eccitazione erano ai massimi livelli.

Ben altra cosa di questa sfilza di cazzi anonimi, intenzionati solo ad usarmi, che alla fine si confondevano tra loro fino a diventare un solo unico cazzo, altrettanto anonimo e indifferenziato, che continuava pervicace il suo insignificante "tum tum" nelle mie viscere, senza cuore, senza anima.

Già. In fondo cosa c'è di così profondamente diverso dal prendere quindici cazzi diversi per due minuti l'uno, o un solo cazzo per mezzora? Quello che stavo facendo in quel momento sembrava a tutti così incredibile e sconvolgente. Ma non è molto più vera, sentita, partecipata, condivisa, erotica la situazione in cui una donna lo prende da un solo uomo, magari dotato di un po' di resistenza?

Forse è eccitante l'idea che una donna metta il culo liberamente a disposizione, alla cieca, a quindici uomini diversi. Non lo metto in dubbio. Lo è per la donna stessa, e non facevo fatica ad ammettere che era quella la molla che mi aveva portato lì, a fare quello che stavo facendo. Ma l'eccitazione ha bisogno di essere alimentata. Una situazione eccitante, non lo rimane in eterno, restando sempre uguale a se stessa.

Essere lì, ad offrire oscenamente il culo, con una fila di quindici, o venti, sconosciuti, pronti a incularmi a turno, era sicuramente eccitante, come idea. Tantissime donne, forse tutte, hanno evocato situazioni simili nei recessi più impenetrabili del loro immaginario erotico. Ma io a quell'idea, che si stava fisicamente realizzando, col passare dei minuti mi ero totalmente assuefatta. Continuavo a convincermi che avrei di gran lunga preferito, a quella situazione idealmente eccitante, un solo uomo a incularmi a lungo.

Magari qualcuno come il primo della serata, l'Apripista, con quel cazzo enorme, e quel suo indubbio saperci fare. Bisognava saperci fare per forza con quell'arnese smisurato. Maneggiato goffamente avrebbe procurato solo dolore lancinante a qualsiasi malcapitata. Così invece, con quel perfetto mix di dolcezza e di decisione, era in grado di farti volare in paradiso. E poi dava l'idea di uno capace, volendo, di resistere parecchio. Quella sera con me sicuramente aveva stretto i tempi, pressato dalla fila degli altri ospiti. Chissà che sensazioni ti poteva dare un tipo del genere, ad incularti per mezz'ora, un'ora, magari due ore di seguito. Roba da svenire per il piacere, da morire di libidine. Chissà se aveva una donna, o un'amante, che inculava regolarmente, cui regalava quei momenti di goduria senza pari. Chissà se lei si rendeva conto della fortuna che aveva.

E così passavo quegli interminabili minuti, gli stessi in cui realizzavo la mia fantasia selvaggia dei molti uomini ad alternarsi nel mio didietro, a sognare di essere inculata da un uomo solo. Paradossi del sesso.

A un certo punto la fila finì. Un cazzo schizzò nelle mie viscere e stavolta non ci fu subito un altro cazzo pronto a sostituirlo. Il mio culo rimase improvvisamente vuoto, dandomi la curiosa impressione di una sensazione inedita. Non avevo la minima idea di quanto tempo fosse passato, di quanti uomini fossero passati. Avevo attraversato tutta quella fase in uno stato di semi incoscienza. Eppure, stimai, doveva essere un numero perlomeno paragonabile alla quantità di ospiti (sedici-diciassette) di cui aveva parlato Marcello. Probabilmente anche di più. O erano stati in molti a fare il bis, oppure già buona parte dei partecipanti, forse tutti, avevano avuto almeno un "turno" con me. Oppure i partecipanti erano più di quanti mi volevano far credere.

Tornai presente a me stessa. La prima sensazione fu di un fastidioso dolore alle ginocchia. Spostai la percezione nelle mie zone intime. Il buco non mi faceva nemmeno troppo male, considerata la situazione. Lo sentivo aperto, sentivo sulle mucose interne, sensibilizzate dallo sfregamento, la carezza dell'aria fresca. C'era un abbondante riflusso di sperma che fuoriusciva e che sentivo colare lungo l'interno delle cosce.

Tornai anche a essere cosciente della stanza dove mi trovavo, e dove continuavano ad avvenire cose intorno a me. Alla mia destra riuscivo a distinguere i mugolii di Bocca, che proseguiva imperterrita le sue fatiche orali. Quello che mi sorprese, invece, furono i sospiri di godimento di Fica, alla mia sinistra. La signorina stava senza dubbio prendendoci parecchio gusto a farsi scopare a batteria, malgrado tutto l'immacolato amore che era alla base delle sue motivazioni.
Ad un certo punto la sentii esplodere in un teatrale e rumoroso orgasmo. L'ospite che la stava scopando se ne vantò con qualcuno che evidentemente era nei paraggi. "Visto? Che ti dicevo? Ormai ha preso il via. Ogni botta un orgasmo. Dai, vieni a provare anche tu..."

Tuttavia, non mi dimenticavo che ero ancora lì, carponi, offerta a chiunque avesse voluto incularmi. C'erano uomini nella stanza. Qualcuno entrava, qualcuno usciva. Si sentivano passi, voci, commenti. Nella maggior parte dei casi commenti pesanti che riguardavano noi tre. Le voci arrivavano dall'alto. Gli uomini erano in piedi, io ero accucciata carponi sul pavimento, con la testa più o meno all'altezza dei loro polpacci. Ero ai loro piedi, pronta a farmi prendere, in attesa. In qualsiasi momento ad uno di loro poteva venire lo sfizio di farsi un giro nel mio culo. Poteva succedere subito, tra un minuto, o tra un'ora. Analizzavo attentamente ogni rumore, ogni passo, ogni parola pronunciata, per cogliere l'eventuale indizio di qualcuno interessato a provarmi. Ogni volta che qualcuno si avvicinava, trattenevo il respiro. Mi inculerà? O no?

Questa situazione di incertezza aveva risvegliato prepotentemente la mia eccitazione. Quell'attesa era mille e mille volte più stuzzicante rispetto a prima, quando smaltivo quella fila monotona e infinita. Mi sorpresi a desiderare che qualcuno mi inculasse. Stavo sperando, e non temendo, quando cercavo di interpretare le intenzioni degli uomini intorno a me dai movimenti, dai passi, dalle frasi dette, dai commenti. Quando me ne resi conto, mi eccitai ancora di più, e a sua volta mi trovai a desiderare qualcuno nel mio culo ancora più ardentemente.

Ascoltai col fiato sospeso dei passi che sembravano avvicinarsi decisamente a me, e restai delusa quando tornarono ad allontanarsi. Mi illusi pazzamente quando due mani maschili afferrarono e allargarono le mie natiche, e fu davvero cocente la delusione, quando tutto quello che ottenni fu solo uno sprezzante commento. "Guarda il culo di questa troia come l'hanno ridotto...".

Passai altro tempo in attesa. Altri passi si avvicinarono.

"Ehi, Culo! Ma ti hanno lasciata sola sola?!" disse una voce piuttosto antipatica e strafottente.

Sì, tesoro, avrei voluto rispondergli. Sono sola. Ti prego fai qualcosa tu, sono a tua disposizione. Ma restai muta, trattenendo il respiro.

"Quasi quasi ti faccio compagnia, che ne dici?"

Oh, sì... ti prego, pensai. Inculami. Ne ho voglia. Sentii le sue mani sul culo, che mi aprivano.

"Ne hai avuta già tanta, di compagnia... e si vede... ma devi essere una cui la compagnia piace parecchio, vero?"

Sogghignò beffardo. Sì tesoro, umiliami. Deridimi quanto vuoi. Ma inculami, te ne prego. Ascoltai come fosse un canto angelico il rumore metallico della sua cintura che si slacciava. Lo sentii inginocchiarsi. Sputò sul mio buco, mancando il bersaglio di un paio di centimetri. Bagnò frettolosamente la cappella nella sua stessa bava, cercando di trasferirne un po' dove serviva Poi puntò deciso all'ingresso.

"Ecco, qui c'è un altro bel cazzo per te...."

Lo accolsi dentro con gioia, e non feci nulla per nasconderlo. Dimostrai apertamente con i miei gemiti e i miei sospiri di gustarmi quel cazzo (tra l'altro davvero un bel cazzo). La cosa scatenò una grandinata di commenti umilianti e di insulti da parte del tizio, ma mi accorsi che non mi importava, anzi perversamente lo trovavo eccitante. Stavo cominciando a divertirmi parecchio.

Il tizio durò abbastanza a lungo, poi mi schizzò sulla schiena, continuando a insultarmi e a deridermi. Mi ritrovai così di nuovo nella situazione di attesa, con il culetto per aria, a sperare che qualcuno volesse prendermi, sempre più vogliosa ed eccitata.

Quella fase mi piacque da morire. Intuii che quasi tutti gli ospiti mi avevano già provata durante quella lunga fila iniziale. Questo aveva sicuramente smorzato sia la curiosità che gli ardori ormonali dei presenti. Ora le visite si erano sensibilmente rarefatte. Durante le lunghe attese la voglia di essere inculata cresceva costantemente. Alimentata dall'inebriante sensazione di essere in balia della volontà altrui, dal non sapere chi quando e come mi avrebbe presa, dai rumori di sesso che venivano dalla mia destra e dalla mia sinistra, dai commenti sprezzanti che sentivo rivolgere a me e alle altre, dalle innumerevoli volte che mi ero illusa sentendo dei passi avvicinarsi, o delle mani palparmi, e dalle innumerevoli volte che ne rimanevo scottata. A volte il desiderio si faceva quasi doloroso. Col risultato che quando qualcuno si decideva finalmente a penetrarmi con il cazzo, per me era una goduria immensa. E lasciavo che si capisse anche dall'esterno.

Non mi sfuggì che la notizia della mia ora entusiastica partecipazione agli atti era circolata di bocca in bocca. "La scimmietta Culo si è scatenata... devi vedere come si gusta i cazzi che prende... che troia!" Questi erano i commenti che si scambiavano i presenti. La cosa raddoppiò gli insulti che mi venivano rivolti, sia da chi mi prendeva, sia da chi assisteva lì intorno. Dal breve ed efficace "troia di culo", gettonatissimo, a quelli più complessi ed elaborati. Ma non mi importava poi molto. Era evidente che fossi una "puttana col culo affamato di cazzo". Era lampante che fossi una "zoccola che gode a farsi inculare". Era indiscutibile che fossi una "mignotta che lo prende in culo da tutti". Altrimenti cosa stavo facendo lì, in quel momento?

Ma quel florilegio di volgarità era soprattutto sintomo del fatto che con il mio comportamento, con la manifestazione esplicita del mio piacere, stavo risvegliando le voglie selvagge del pubblico maschile, forse un po' appannate dalla prima serie di orgasmi. Probabilmente questo mi fece guadagnare una mezza dozzina di ulteriori gustose inculate. In quel momento non mi interessava altro.

Poi successe qualcosa, che all'inizio non capii. Era cambiata l'atmosfera intorno a me. Qualcosa aveva distratto l'attenzione degli uomini da noi tre. Sentii delle voci femminili, ed ebbi un brivido. Erano entrate delle donne nella nostra stanza. Probabilmente la cosa aveva incuriosito gran parte degli ospiti, che erano accorsi a vedere cosa sarebbe successo. Si sentiva che c'era molta gente a gustarsi la scena. Alla mia destra sentii una frase: "Dai, cagnetta, datti da fare." Una delle donne si stava facendo leccare la fica dalla Bocca.

Un rumore di tacchi a spillo si avvicinò alle mie spalle. Chi era questa? Cosa voleva da me?

"Ma tu guarda cosa abbiamo qui..." disse con mellifluo sarcasmo. "E sarebbe per questo culone enorme che tutti voi uomini stasera sembrate impazziti?" Ci fu qualche sghignazzo, qui e là. Poi tornò il silenzio. Tutti i presenti probabilmente stavano osservando attentamente. Sentii le sue mani su di me, e ne provai un fastidio indescrivibile. Stava allargandomi le chiappe per guardare meglio dentro. Provavo un cocente imbarazzo.

"Questo buco è troppo largo, signori miei..." osservò placida. "Conoscendo le dimensioni della maggior parte dei presenti, direi decisamente che ormai per voi è del tutto inservibile. Vi perdereste dentro."

Qualcuno rise, divertito.

"Ma non c'è problema. Con un buco del genere si possono fare tante altre cose..." dichiarò. I suoi passi si allontanarono, e tirai un sospiro di sollievo. Ma subito la sentii ritornare. Io restavo immobile, nella mia posa, rigida come un pezzo di legno.

Mi accorsi che stava cercando di infilarmi qualcosa nel buco. Cercai di muovermi, ma ricevetti un sonoro sculaccione. "Stai ferma, Culo!" mi urlò autoritaria. Come ultima arma di difesa, sprofondai nella totale passività. Capii, anche dal profumo, che si trattava di fiori.
Avevano delle escrescenze sul gambo che mi davano un dolore atroce, come se fossero spine. Ma lei continuava incurante ad infilarmi fiori, uno, due, tre, quattro... e intanto parlava.

"Voi uomini siete così rozzi e primitivi... appena vedete un buco pensate che non possa servire ad altro che a metterci il vostro cazzo dentro. Vi manca la poesia, il senso del bello... Guardate qua! Et voila, un perfetto vaso di fiori."

Doveva aver fatto un gesto coreografico, perché scoppiò un piccolo applauso, punteggiato da risate beffarde. Nella solitudine del mio cappuccio nero stringevo i denti e piangevo in silenzio.

"E' bastato il tocco di una donna... di una vera donna... e guardate come è cambiato in un attimo l'aspetto complessivo di questa specie di stalla di bestiame... con tutte le vacche che contiene. Ooops... ho detto vacche? Scusate, mi sono sbagliata... intendevo dire... scimmiette, naturalmente..." Ci furono altre risate tra i presenti. Si rivolse quindi alle amiche e disse "Andiamocene, care..."

Le donne e il loro seguito uscirono dalla stanza. Non osavo muovermi. Rimasi ferma, a fare il vaso di fiori, sentendomi ridicola e masticando la rabbia e la frustrazione per l'umiliazione subita. Si sentivano continuamente uomini entrare e scoppiare a ridere per lo spettacolo che offrivo.

Per qualche minuto il perfido incantesimo di quella strega fu inattaccabile. Non avevo il coraggio di togliermi da sola i fiori dal culo, e nessuno dei presenti sembrava intenzionato a farlo. Forse qualcuno avrebbe avuto voglia di incularmi, ma l'incantesimo bloccava tutti. Chi avrebbe mai il coraggio, in pubblico, di mettersi ad inculare un vaso di fiori? Di togliere i fiori da un vaso per metterci il cazzo?

Probabilmente mi ero distratta, perché non mi accorsi che qualcuno si era avvicinato. Mi strappò violentemente e dolorosamente i fiori dal culo, incurante di tutto, e subito mi penetrò con inaudita irruenza. Aveva un cazzo enorme, e durissimo. Forse la scena precedente lo aveva furiosamente eccitato. Mi dava colpi talmente forti che persi l'equilibrio sulle braccia e crollai con la faccia a terra. Lui ne approfittò per schiacciarmi la schiena con una mano e tenermi così inarcata per incularmi ancora più violentemente. Avvertii distintamente una sensazione di lacerazione nel buco. Mi stava spaccando. Intanto mi ricopriva di insulti, ma la sua voce, una specie di oscuro grugnito, ne rendeva incomprensibili una buona parte. Ero sorpresa. Non sembrava una persona che potesse far parte di quell'ambiente "bene". Qualcun altro, vicinissimo a lui, lo stava aizzando a spingere ancora più violentemente, riferendosi a me con epiteti irripetibili. Quel cazzo enorme mi venne nel culo, e quasi contemporaneamente sentii degli schizzi sulla schiena. L'altro uomo si era masturbato vedendo la scena, ed aveva voluto venirmi addosso.
Restai per un attimo stesa per terra cercando di interpretare cosa fosse successo.
Evidentemente qualche facoltoso signore del "giro", piuttosto che servirsi in prima persona, preferiva portarsi dietro quella specie di energumeno supercazzuto, e masturbarsi davanti alle imprese di quest'ultimo. Mi aveva fatto inculare dal suo autista, o dalla sua guardia del corpo. Mi chiesi se il prossimo avrebbe portato il suo cane.

Eppure avevo gradito moltissimo quell'inculata feroce, malgrado la violenza ed il dolore. Aveva spazzato via il senso di gelo che la visita della "Dama dei fiori" mi aveva lasciato addosso. Il mio buco era tornato un oggetto sessuale, capace di suscitare il desiderio e di dare piacere. Non più un vaso di fiori. Il perfido incantesimo era stato spezzato.

Cercai a fatica di rialzarmi, ma mi sentii afferrata da più mani e mi ritrovai seduta sulle ginocchia di un tizio. Dovevano aver portato una sedia, ma non me ne ero accorta. Cominciavo ad essere molto stanca e confusa.

"Ciao, Culo, come stai?" mi disse beffardo. Il suo alito sapeva di sigaro, si sentiva anche da sotto il cappuccio.

Le sue mani mi tastavano le chiappe. "Sei un bel Culo, lo sai? Magari un po' grosso, ma carino... e poi sei ospitale, accogliente..." Il tizio doveva essere qualcuno importante. C'erano alcuni uomini intorno a lui che ridevano, riverenti e servili, alle sue battute.

"Però... Però..." continuò, "sei anche un Culo un po' birichino... Eh, già... Hai detto di sì ad un po' troppi uomini, stasera... Hai preso decisamente troppi cazzi... Mica si fa così..."

Capii subito dove stava andando a parare.

"Meriti sicuramente una piccola punizione..." e all'improvviso fece partire una sferzante sculacciata. I suoi accoliti sghignazzarono.

Mi uscì un "no", soffocato dal cappuccio.

"Ehi! I culi non parlano!" E giù un altro sculaccione. Altri sghignazzi.

Poi aggiunse, con tono appena più conciliante, ma senza perdere l'aplomb del dominatore: "Solo qualche buffetto per dare un po' di colore. Su, fai la brava."

Non mi ribellai. Mi fecero chinare sulle cosce dell'uomo, per trasversale, e lui prese a sculacciarmi con la destra, sempre più forte. Scoprii che mi piaceva. Era tremendamente eccitante. Dopo una decina di violenti colpi su ogni natica, l'uomo si rivolse alla sua claque.
"Mi sembra che adesso abbia un bel colore, vero ragazzi? Voi che dite, ora me la posso inculare?"

Ottenne un diffuso e divertito consenso, ed io ero già pronta a mettermi nella usuale posizione da scimmietta per riceverlo. L'avrei fatto con piacere, visto che quelle sculacciate mi avevano scaldato il sangue. Invece arrivò la sorpresa. Mi fece girare di spalle e mi fece sedere verso il suo ventre fino ad impalarmi sul cazzo che nel frattempo aveva tirato fuori dai pantaloni.

Per la prima volta in quella lunga serata, dovetti prendere parte attiva all'inculata, invece che subirla, o godermela, passivamente. Mi muovevo su e giù, facendo leva con le mani sulle sue ginocchia, mentre lui, restando comodamente seduto, si gustava il mio culetto generoso che scivolava docile sul suo cazzo. Ad un certo punto si accese addirittura un sigaro, e la cosa mi confermò che doveva essere un pezzo grosso, visto che a nessun altro era stato concesso fumare in quella stanza fino a quel momento.

Il movimento era faticoso, ed ero molto stanca, ma in quel modo avevo il vantaggio di giostrarmi la penetrazione, variando a piacere i ritmi, i tempi, i movimenti.
Era un bel cazzo duro, e sentirlo dentro mi stava dando gusto. Gradualmente la sensazione di fatica scomparve, e mi ritrovai a descrivere una danza fluida e voluttuosa con il mio culo sul suo cazzo. La situazione era eccitante, il piacere intenso. Non solo per me. Il tizio, tra una boccata e l'altra del suo cubano, sussurrò: "Ragazzi, mi sbagliavo... Altro che 'i culi non parlano'... questo è un Culo che parla... e canta... e balla... e suona..."
Gli altri risero divertiti. Ma io apprezzai il complimento.

Purtroppo non ebbe pazienza di farmi arrivare fino in fondo. A un certo punto sbuffò "Va beh... ma così facciamo notte...."

Con una certa irruenza mi gettò a terra. Ebbi appena il tempo di riprendere la posizione da scimmietta, e me lo ritrovai dentro, a fottermi il culo selvaggiamente. Quando fu sull'orlo dell'orgasmo, offrì una performance inedita. Si sfilò dal mio buco e avanzò con i piedi fino a trovarsi quasi cavalcioni sulla mia schiena. Poi infilò il suo cazzo pulsante sotto il cappuccio e si masturbò con la stoffa di raso, fino a produrre un abbondante sborrata sulla mia nuca, tra i miei capelli, dietro l'orecchio e fin sulla mia guancia sinistra, tra le risate e gli applausi dei suoi deferenti seguaci. L'odore di sperma che mi circondava ormai da parecchio, che da ore sentivo provenire dal mio corpo e pungermi le nari, divenne improvvisamente insostenibile. Il liquido caldo e appiccicoso mi scivolò fastidiosamente intorno al mento e al collo.

Rimasi immobile, stesa di fianco sui cuscini, senza nemmeno cercare di asciugare lo sperma che colava. I passi si erano nuovamente allontanati. La stanza ora era vuota. Eravamo rimaste solo noi scimmiette. Cominciai a pensare, e un po' a sperare, che la festa fosse finalmente finita.

Passò qualche minuto, e tornai a sentire qualcuno entrare nella stanza. Senza nemmeno pensarci tornai nella mia posizione di scimmietta, per offrire il culo all'ospite ed eventualmente riceverlo. Mi sorpresi di come quel ruolo di scimmietta si fosse radicato nei miei istinti. Ormai mi bastava sentire dei passi in avvicinamento per mettere subito il culo a disposizione.

Come al solito, sperai che quei passi fossero per me. Fui esaudita. L'uomo si fermò appena dietro di me. Nel silenzio della sala distinsi chiaramente la discesa della zip.
La sua mano sinistra si appoggiò al mio culo per divaricarlo. Intuii dei movimenti.

Pensai delusa che forse voleva solo masturbarsi guardando il mio buco martoriato. Invece stava rigenerando l'erezione. Lo sentii inginocchiarsi e, per l'ennesima volta quella sera, un cazzo mi scivolò dentro.

Per qualche minuto fu freddo, metodico, continuo nei suoi affondi. Sembrava uno dei tanti orientati solo a prendersi con indifferenza il piacere dal mio buco più rapidamente possibile. Peggiori persino di quelli che mi insultavano.

Invece ad un certo punto, a sorpresa, mi parlò. La voce era roca, eccitata, ma calma.

"E' la quarta volta che ti inculo stasera..."

Restai muta. Lui esitò, poi aggiunse "Non sono nemmeno sicuro di farcela a venire. Ma voglio riuscirci a tutti i costi. A costo di sborrare sangue."

Esitò ancora.

"Non servirà a niente, lo so. Vorrei avere cento cazzi... ed andare avanti per mesi ad incularti... senza farti nemmeno respirare.... Ma non servirebbe a niente lo stesso."

La sua voce, come in un crescendo, gradualmente aumentò d'intensità emotiva. Il tono era man mano più sprezzante e volgare.

"Forse nemmeno ti rendi conto di quanto sei troia a stare qui... a farti inculare da gente che nemmeno vedrai mai in faccia... a farti ridurre il culo come una fogna sfondata.... Non sai quanto la cosa mi arrapa... e mi fa impazzire... e mi fa incazzare... Non sai quanto mi
ossessioni la mente."

I suoi colpi si fecero più forti.

"Mi ha ossessionato da quando Sandro mi ha invitato, dicendomi di aver trovato finalmente la terza scimmietta... Erano anni che cercava una come te... Nemmeno le puttane dell'Est a pagamento avevano accettato... Poi sei arrivata tu, troia... ventidue anni... una ragazzina... e ti sei offerta volontaria... volontaria, dico... Perché ti piaceva... perché l'avevi già fatto, così mi hanno detto, e ti era piaciuto... troia... e volevi farlo ancora..."

Prese fiato. Poi riprese con tono ancora più drammatico.

"E mi ha ossessionato quando ti ho visto... qui, col culo offerto sotto i riflettori... e quando hanno cominciato ad incularti... un cazzo via l'altro... e tu troia contenta, a farti aprire il culo sempre di più, a fartelo riempire di sperma sempre di più... Mi sono messo in fila anche io... anche io ti ho inculato, e ti ho sborrato nel culo... mi illudevo di liberarmi da quest'ossessione... E invece è tornata... più forte di prima... Ti ho inculato ancora... ho aggiunto altra mia sborra nel tuo culo... ma l'ossessione non è passata... Sono andato di là, ho bevuto qualcosa... ho cercato di non pensarci... Non è servito a nulla... Nella mia mente immaginavo che tu eri qui... a farti inculare da qualcuno... o, peggio ancora, che eri ferma... in posa... ad aspettare docile il prossimo cui veniva voglia di incularti... E io scacciavo queste immagini dalla mia mente... ma di là chiunque parlava di te... commentavano, ridevano, facevano battute... usavano per te i nomi più turpi, i sinonimi più dispregiativi di cagna, troia, rottainculo... e inesorabilmente mi tornavi in mente..."

Prese fiato ancora. Lo stavo ascoltando rapita. C'era qualcosa in quello che diceva che rendeva quel discorso... intimo. Qualcosa di speciale tra me e lui.
L'uomo continuò.

"Allora sono tornato. Ti ho inculata ancora. E ora sono qui di nuovo... per la quarta volta... mentre la festa sta finendo... tutti sono stanchi, felici e soddisfatti... la gente comincia ad andar via... e io non trovo pace... ho ancora voglia... sono ancora ossessionato da te... vengo qui, e... ti trovo pronta, dio del cielo... in posa... incredibilmente pronta a beccarti un altro cazzo in culo... dopo cinque ore... cinque ore... che ti stiamo inculando tutti a ripetizione... Oh, dio..."

Respirava forte. Ma stavo respirando forte anche io. Non solo per l'atto fisico. Quel discorso mi stava coinvolgendo. Sentivo qualcosa, ma non riuscivo a capire cosa.

"Potrei farlo un milione di volte... non servirebbe a niente... mi sei entrata nella mente e non riesco a scacciarti... Ma voglio andarmene stremato... voglio essere sicuro di averti schizzato in culo fino all'ultima goccia di sperma disponibile... voglio che tutte le volte che ti penserò ancora... e sa il cielo quante volte succederà... non ci sia il minimo sospetto che io possa averti inculato meno di quanto avrei potuto..."

Smise di parlare. Cominciò ad ansimare forte, era vicino all'orgasmo. Percepii qualcosa di strano. In qualche modo folle, oscuro, irrazionale, ebbi l'impressione che nelle parole di quel tipo curioso si nascondesse la ragione vera del mio essere lì. Ma era una percezione viscerale, fisica, una specie di calore che si riflesse sul resto delle mie percezioni fisiche. Come se in qualche misterioso recesso della mia anima, talmente buio e profondo da ignorarne io stessa l'esistenza, un contatto elettrico si fosse chiuso, una luce si fosse accesa.

Qualcosa si mosse dentro di me. Dal fondo del mio culo, dove il cazzo di quell'uomo stava sfregando selvaggiamente, si sprigionò una specie di brivido caldo. Una specie di vortice che si irradiava in tutto il corpo e risucchiava dentro ogni pensiero.

Riconobbi, seppur dietro la maschera di mille particolari diversi, lo stato di anticamera dell'orgasmo. Un orgasmo diverso da quelli soliti, ma che si annunciava intenso e profondo come non mai. Mi accorsi che stavo gemendo rumorosamente.

Anche il tizio riconobbe quei sintomi. Prese a fottermi il culo con maggiore entusiasmo. Come se essere l'unico a portarmi all'orgasmo in quella serata assurda fosse stata una cura efficace per la sua ossessione.

Ma in quel momento, come in un lampo, capii che non potevo cedere all'orgasmo. Non era la cosa giusta, per me. Avrei perso qualcosa. Non dovevo. So che sembra tutto assolutamente folle, assolutamente assurdo. Forse lo è. Ma le cose andarono esattamente così.

Mi raffreddai, il piacere tornò indietro. L'uomo raggiunse il suo orgasmo da solo. Eiaculò le sue piccole gocce dense sulla mia schiena, e se ne andò sconfitto.

La festa era finita.

Qualcuno stava ancora scopando la Fica alla mia sinistra, ma capii che era il suo uomo. Le diceva "Sei stata bravissima..." e le faceva mille coccole. Poi sentii che se ne andarono. Arrivò Marcello, anche lui visibilmente soddisfatto di come erano andate le cose. Mi tolse il cappuccio e mi aiutò ad alzarmi. Barcollavo e non riuscivo a stare in piedi da sola. Ero indolenzita dappertutto. Sentivo caldo, e l'odore di sperma che mi circondava, proveniente anche dal mio corpo, mi stava soffocando. Dovunque sulla mia pelle, persino nei posti più imprevisti, sentivo la presenza fastidiosa di chiazze di sperma seccato. Marcello mi invitò a seguirlo verso un bagno, per fare una doccia. Ma io volevo andarmene prima possibile. Gli chiesi di andare a prendere i miei vestiti e di portarmi via. Appena lui uscì dalla stanza crollai di nuovo a terra sui cuscini e mi misi stesa su un fianco.

La Bocca, anche lei liberatasi del cappuccio, si stava massaggiando le mascelle con una mano, ma aveva la solita aria allegra. "Santi numi, stasera ho preso in bocca di tutto... ho leccato di tutto, ho succhiato di tutto... Cazzi, coglioni, fighe, culi... sborra a litri... Ho un alito pestilenziale..."

Poi si rivolse a me. "Ehi! Complimenti! Sei stata strepitosa!"

La guardai interrogativa. Mi spiegò che il suo cappuccio era solo scenografico. Le riusciva abbastanza facile sbirciare attraverso il foro. E aveva visto ogni cosa.

"Sei stata inculata da tutti. Nessuno ha rinunciato all'occasione. E quasi tutti hanno fatto almeno un bis. Davvero un successone. Al tuo confronto io e l'altra siamo state del tutto snobbate. Erano tutti per te."

Non riuscivo a condividere tanto entusiasmo.

"Anche con quella stronza dei fiori, sei stata grandissima, Hai fatto bene a non ribellarti."

Abbassai lo sguardo. Non avevo voglia di ricordare quel particolare momento.

"In questo modo agli occhi di tutti ne sei uscita vincitrice. E' lei ad aver fatto la figura della rosicona invidiosa. Sai che bel coraggio, mettere dei fiori nel culo di una poveretta in un momento in cui non si può nemmeno difendere... Il vero coraggio è il tuo, a fare quello che hai fatto stasera. A metterti a culo in su, con un cappuccio in testa, e farti inculare a volontà da una ventina di uomini. Ti confesso che io questo coraggio non ce l'ho. Non sai quante volte Sandro ha provato a convincermi a fare la terza scimmietta... E dire che sono troia forte..."

Non capivo se dovessi prendere quel discorso come un complimento. Dal suo tono sembrava di sì.

"Senti" mi disse, "posso chiederti di farmelo vedere? Sono così curiosa..."

Per l'ultima volta in quella serata, tornai pronta ad assumere la mia posizione di scimmietta. Ormai era un automatismo oliato. La Bocca si inginocchiò dietro di me. Aprì le mie natiche dolcemente con le mani. La sentii commentare.

"Dio del cielo, che voragine..."

Sentii che si avvicinava con la testa. Ebbi un sussulto. Ricordavo di averla sentita leccare una donna quella sera. Ma per fortuna si limitò a guardare. Il faretto acceso, ancora perfettamente puntato, facilitò l'introspezione.

"Però... Sta molto meglio di quanto pensassi. E' molto aperto, ma non ci sono grosse escoriazioni, né grosse lacerazioni. Qualcosa di rotto c'è... qui e là... ma diamine, mica ti eri illusa di riportarlo a casa sano, vero? E' molto arrossato, ma questo è il meno. Non vedo nemmeno troppo sangue. Nel complesso ti è andata di lusso. Devi avere i tessuti molto elastici e resistenti."

Sembrava competente e professionale. Forse era un medico.

"Hai la predisposizione genetica delle donne che possono divertirsi sul serio con il culo. Sapessi come ti invidio. A me piace da matti prenderlo in culo, ma se facessi una cosa come questa credo che ci resterei secca. Beata te, vedi di approfittarne!"

Tornò seria.

"Attenta a quello che mangi, nei prossimi giorni" aggiunse. "Roba leggera, molti liquidi, e soprattutto niente spezie piccanti. Tra due o tre giorni non sentirai più niente, ma meglio resistere almeno una settimana prima di ricominciare a usarlo con gli uomini. Non essere ingorda." E mi mollò un affettuoso buffetto su una natica.

Marcello rientrò in quel momento, e provai imbarazzo a farmi beccare in quella posizione, con la testa di Bocca tra le chiappe, intenta a osservare lo spettacolo. Ma lui non sembrò farci caso.

Misi solo il soprabito sul mio corpo nudo, e ce ne andammo. Era l'una e tre quarti del mattino. Ero entrata in quella villa alle otto di sera.

Durante il viaggio Marcello mi fece a sua volta i complimenti. Mi disse che ero stata fantastica, che tutti gli uomini erano stati entusiasti di me e gli avevano esplicitamente chiesto di riferirmi il loro ammirato apprezzamento. Una serata splendida, concluse. "E tu? Ti sei divertita?"

Finsi di essermi appisolata sul sedile.

Mi portò in albergo, mi spogliò e mi fece stendere subito sul letto. Pensavo che se ne andasse, invece si spogliò a sua volta e cominciò a leccarmi il seno, a leccarmi tra le cosce. Poi si stese sopra di me e mi scopò con gusto. Credo che lo eccitasse il pensiero di avere la Terza Scimmietta di nuovo tutta per lui. Non poteva non approfittarne. Anche se nello stato in cui ero ridotta, completamente incapace di provare qualcosa, era come farlo con un cadavere. Prima di venire si sfilò da me e venne a strofinare il cazzo tra le mie tette, per poi schizzarmi in faccia e sul collo. Crollò al mio fianco e in dieci secondi russava alla grande.

Rimasi immobile, con il suo sperma ancora sul viso, a fissare il soffitto. Ero stanchissima, distrutta, ma non riuscivo a dormire. Mi accorsi di quanto fossi stanca soprattutto mentalmente. Era la mia mente, stanca e indolenzita, a negarmi il sonno.

Per essere inculate ci vuole la predisposizione mentale giusta. Non puoi avere pensieri avversi a quello che stai facendo. Si rifletterebbero sulle contrazioni involontarie rendendo assurdamente dolorosa la penetrazione. Bisogna bloccare sul nascere ogni pensiero negativo. Bisogna accettare il cazzo nel culo con gioia, pensare continuamente "Sì, che bello, mi stanno inculando, come godo". Pensarlo anche se chi ti sta inculando è uno sconosciuto che non vedrai mai in faccia, anche se pensa di te le cose più turpi e te le dice, anche se si fa beffe di te, anche se ti umilia e ti deride. Pensarlo anche se, ancora peggio, lo fa con totale indifferenza, trattandoti da oggetto. E pensarlo davvero, crederci. Perché il culo non sa mentire. La fica sì, la fica è una bugiarda nata, ma il culo non mente mai.

Quando ti inculano, o svieni per la sofferenza, o devi accettare di farti inculare anche mentalmente. Di essere inculata anche nella mente. La mia mente era stata inculata per cinque ore, quella sera, ed ora, dolorante, non mi permetteva di dormire.

Decisi di alzarmi e di farmi un bagno caldo. Quando fui completamente immersa nel vapore e nell'acqua tiepida, la mia mente si sbloccò. Quella parte di me che avevo tenuto anestetizzata per tutta la sera, quella che avrebbe voluto ribellarsi alla situazione, si ridestò dolorosamente come un arto tenuto a lungo costretto. Fu allora che l'enormità di quello che avevo fatto quella sera mi crollò addosso come un'alluvione. Provai per tutto quello che era successo, per quello che avevo subito, e soprattutto per me stessa, l'orrore ed il ribrezzo più profondi. E piansi, rumorosamente, a lungo, con le mani sugli occhi.

Dopo lo sfogo mi sentii più rilassata, e incredibilmente ci fu una specie di reazione contraria. La sensazione di orrore era sparita. Cominciai a ripensare ai momenti della festa e a sentirmi eccitata. Anche dal ricordo delle fasi che sul momento mi erano sembrate meno esaltanti. Quindici... venti uomini in fila... per incularmi... uno dietro l'altro... cosa poteva esserci di più eccitante? Ed io l'avevo fatto. L'avevo fatto! E ne ero orgogliosa.

Poi tornai a provare orrore e schifo. Sembrava che due demoni opposti lottassero per impadronirsi della mia mente, alternandosi nel controllare i miei pensieri, e io non potessi far altro che assistere impotente, troppo stanca per intervenire, troppo stanca persino per sentirmi impazzire.

Il mio corpo era come un arco teso. Ore e ore di eccitazione, di stimolazioni fisiche, senza mai avere uno sfogo di piacere vero e proprio. Sentivo dentro l'energia di un vulcano sull'orlo di esplodere. Il demone del sesso tornò a prendere possesso della mia mente. Cominciai a stuzzicarmi la fica con il getto dell'acqua, poi piano piano ad accarezzarmi la zona del clitoride, avvicinandomi sempre più. Nella mente si accalcavano i ricordi della serata e mi procuravano un'esaltante eccitazione. Ricordai gli insulti che mi avevano rivolto, e provai un perverso piacere a rievocarli. Cominciai a ripeterli a me stessa, a voce alta, mentre mi carezzavo tra le cosce, sempre più velocemente.

"Sì... sono una troia di culo..."

"Sì... sono una puttana... col culo affamato di cazzo..."

"Sì... sono... ooh... una zoccola... una zoccola che gode... oohhh... a farsi... incu... incu... AAAAAAAAHHHHHHH!"

Quando mi ripresi dall'orgasmo mi accorsi che l'acqua era quasi fredda. Mi ero lasciata andare al sonno per qualche minuto. Mi alzai, mi asciugai, e tornai a letto. Per un attimo mi chiesi chi fossi io davvero, se quella che piangeva con orrore per quello che era successo, o quella che si era masturbata al ricordo, e voleva farlo ancora. Decisi che non avrei mai risolto il dilemma quella notte, e finalmente crollai addormentata.

La mattina dopo, Marcello mi accompagnò in stazione. Ero taciturna e confusa, nonché dolorante in tutto il corpo. Lui fu abbastanza gentile con me e abbastanza comprensivo da non tirare in ballo discorsi sulla sera prima. Non lo guardavo mai in faccia, e rispondevo a monosillabi a qualunque domanda. Alla fine, con molto tatto, mi disse che gli sarebbe piaciuto rivedermi ancora per il mese prossimo, stavolta, precisò, per "una cosa tranquilla". Mi accennò qualcosa, sussurrai un distratto assenso. Ci salutammo. Mi aspettava un viaggio da incubo, in cui non riuscii a trovare una posizione seduta in cui stare comoda senza dolori per più di cinque minuti.

* * * * *

Non lo rividi più.

Dopo circa una settimana mi chiamò, e cercò di convincermi ad andare con lui al suo club privè, per la fine del mese. Era particolarmente insistente. Gli feci qualche domanda, per cercare di capire.

Venne fuori che diversi partecipanti alla serata delle Tre Scimmiette, rimasti particolarmente colpiti dalla mia performance, ne avevano parlato agli amici. La voce si era diffusa per tutto il giro di persone che gravitava intorno a quel club, e ora erano in moltissimi a volermi conoscere (dove "conoscere" era evidentemente un gentile eufemismo).

A mia precisa domanda, mi assicurò che non si sarebbe trattato affatto di un bis di quello che avevo fatto nella serata delle Tre Scimmiette. La regola d'oro di tutti i club era che chiunque era libero di fare qualsiasi cosa solo se e quando lo voleva, con chi voleva, e nel modo che voleva. Su questo non dovevano esserci dubbi. Potevo anche restare tutto il tempo solo a guardare, se avessi voluto. Poi però aggiunse che... beh... era chiaro che quelle persone... come dire... avevano saputo... e... insomma... più o meno... era quella cosa lì che si aspettavano da me... E comunque cosa c'era di male... era quello che io volevo, no? Non avevo sempre detto che mi piaceva? Che lo trovavo eccitante?

Risposi fredda che, no, grazie, la cosa non mi interessava. Ma lui andò avanti ad insistere. Perse la pazienza. Mi chiese perché facevo la difficile. Aggiunse che lo stava facendo per me. Per farmi divertire. Per farmi vivere le mie fantasie. Che avrei dovuto ringraziarlo.

A questo punto si beccò un vaffanculo formato gigante.

Era stato uno stronzo.

Non ero così stupida da non capire quello cui teneva in quel momento. Era stato lui stesso a spiegarmi come funzionavano le cose in quegli ambienti. Le donne non vi si accostano mai da sole. C'è sempre bisogno di un accompagnatore che le inserisca nel giro. E le donne, a dispetto delle leggende che circolano, sono sempre pochissime in quei club. C'erano, è vero, parecchie coppie scambiste che frequentavano regolarmente il circolo, ma quelle donne, con pochissime eccezioni, erano disponibili esclusivamente nel giro delle coppie, che costituiva una specie di area protetta, anche fisicamente separata, nel club. Le donne disponibili per l'area dei "singoli" erano merce rara e preziosa.

Riuscire a portare una "singola" al club era sempre grande titolo di merito. Marcello sapeva che se fosse riuscito a portare al club addirittura l'ormai leggendaria Terza Scimmietta, e metterla a disposizione dei soci, ne avrebbe guadagnato un prestigio immenso.

Era stato già un grosso colpo per lui trovare la Terza Scimmietta per la festa di Sandro. E ora scalpitava per sfruttare il momento favorevole, portando il suo trofeo al club. La sua popolarità sarebbe schizzata alle stelle. Grazie al mio culo. E aveva fretta di farlo presto, prima che l'onda emotiva legata alla serata nella villa di Sandro fosse scemata.

Ormai, di me, di fare sesso con me, non gli interessava che marginalmente. Ma non era nemmeno quello il punto. Io stessa ero ormai più interessata alle situazioni che mi proponeva piuttosto che a lui in particolare. Il problema era un altro.

Per me la serata delle Tre Scimmiette era ancora troppo recente. Non avevo ancora avuto il tempo di superare e smaltire i traumi interiori, le lacerazioni nell'anima, che un'esperienza del genere non può non lasciare. In quel momento l'idea di tornare a fare la Terza Scimmietta, a farmelo mettere in culo da un numero imprecisato di uomini, probabilmente ancora maggiore, forse addirittura il doppio o il triplo, mi repelleva. Era ancora troppo presto.

L'ingordigia lo aveva portato a sbagliare del tutto i tempi. Avrebbe fatto molto meglio a confermare, per la volta successiva, il programma che mi aveva accennato prima che partissi con il treno e che aveva definito "una cosa tranquilla". Passare un paio di giorni nella villa al mare di un suo amico con lui ed un terzo amico. Gli avevo già dato il mio assenso. Per i miei standard, farmi inculare a volontà da tre ragazzi per due giorni di seguito era ormai "una cosa tranquilla".

Poi avrebbe potuto provare a tornare all'attacco con il club privè, e non escludo che a quel punto avrei accettato. Anzi, ne sono sicura. Il trend inequivocabilmente era quello. Doveva solo darmi il tempo necessario per digerire la serata delle scimmiette, e mi sarei prestata con gioia a farmi ancora inculare all'ingrosso, nel suo club o dovunque avesse voluto.

Invece gli chiusi il telefono in faccia e, malgrado i suoi tentativi, ruppi ogni contatto.

* * * * *

Da allora, ho messo "la testa a posto".

Due mesi dopo riuscii ad ottenere una borsa di studio dell'Unione Europea per andare a terminare gli studi in Francia, ed accettai. Il modo migliore per tirare una linea con il mio passato e recidere radicalmente tutti i legami. Era una decisione che avrei preso comunque, da anni sognavo di poter studiare all'estero, ma sicuramente in quel momento, dopo tutto quello che era successo, fu ancora più facile.

In Francia ho raggiunto la laurea, ho trovato un buon lavoro, e tuttora vivo qui.
Durante gli studi ho conosciuto quello che è il mio attuale ragazzo, e che presto sposerò.
Vengo in Italia piuttosto raramente, e lo faccio solo per tornare al mio paesino d'origine per far visita ai miei. Tenendomi ben alla larga dalle rotte dei club privè o dei "giri" dediti al sesso di gruppo.

Tutti gli eventi che ho qui raccontato, dal primo incontro con Gilberto a Milano fino alla serata delle Tre Scimmiette, hanno coperto un arco temporale di circa sette mesi.
Sette mesi, nella vita di una persona, non sono niente. Possono tranquillamente essere rimossi dai ricordi, o al più catalogati come "fase particolare", come "crisi passeggera", come "momento di sbandamento", e in definitiva avere un impatto del tutto trascurabile sull'immagine complessiva che ho di me stessa e della mia sessualità.
Tolto quel periodo, sono sempre stata una donna come tante, con una vita sessuale assolutamente normale. Oggi faccio l'amore con il mio uomo. Rapporti normali, senza spettacolari funambolismi. Senza nemmeno particolare predilezione per i rapporti anali. Anzi, semmai esattamente l'opposto. E mi sta benissimo così.

Però...

Però, se devo essere sincera fino in fondo, mi capita di attraversare dei momenti in cui le cose non sono così limpide e chiare.

Quando nelle mie notti insonni mi abbandono a qualche gioco di piacere solitario, oppure quando mi capita di leggere qualche racconto erotico particolarmente evocativo, mi succede di ripensare a quelle mie esperienze e di provare una specie di nostalgia. Per quelle sensazioni forti, per quelle emozioni intense. Sembra quasi che una parte profonda di me desideri ancora vivere quelle emozioni e riassaporare quelle sensazioni. Una parte di me che per adesso se ne sta buona nel suo angolino, ad accontentarsi delle briciole delle mie fantasie solitarie, ma che un giorno potrebbe venir fuori a reclamare la sua parte con insistenza.

Nessuno sa, allora, cosa potrebbe succedere.

Per questo, nel terminare questa storia, mi accorgo di non essere affatto sicura di poter scrivere la parola “fine”.


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Così finisce (forse) la storia di Rita. La storia che in un piovoso giorno di novembre mi ha affascinato, mi ha sedotto e si è offerta spudoratamente a me.

Mi sono preso delle libertà con lei. L'ho toccata, ritoccata, manipolata. L'ho fatta piegare ai miei voleri. L'ho violata, forse violentata, sicuramente sodomizzata. Ho cambiato i nomi, i luoghi, i tempi, i fatti, le parole. Ho tolto ed ho aggiunto. Come sempre fa ogni uomo, ho cercato di possederla totalmente, di renderla completamente mia. E come accade sempre ad ogni uomo, non ci sono riuscito. Comunque, come non sempre fa ogni uomo, ci ho messo me stesso, mi sono donato a lei, le ho dato tutto.

Il risultato lo avete letto. Difficile adesso separare quello che deriva dalla storia originaria e quello che ho aggiunto di mio. Sarebbe come pretendere di separare la forma dalla materia. La reazione chimica c'è stata ed è ormai impensabile poter risalire alle componenti originali.

Qualcuno si chiederà comunque se la storia originale fosse una "storia vera". Non chiedetelo a me. Non lo so, e in fondo non mi interessa saperlo. Sguazzo in questa materia da troppi anni per non essermi accorto che i confini tra storia, racconto, ricordo, fantasia, realtà, invenzione, sono sempre labili e incerti. Nessuna storia è mai completamente reale, nessuna mai completamente inventata. Non esistono "storie vere" e "storie non vere".

Esistono storie che devono assolutamente essere raccontate. Questa è una di quelle. Almeno secondo me. Ma se avete letto fin qui, forse ora lo pensate anche voi


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