

L'amore è un'altra cosa
(Prima parte) "Posso usarti come voglio. Sei totalmente a mia disposizione."
La donna tacque. Chi tace acconsente. Ma a lui non bastava. "Dimmelo tu."
"Puoi usarmi come vuoi. Sono totalmente a tua disposizione."
"Dillo ancora."
La donna ripeté. Con gli occhi oscurati dalla benda, sentiva quelle parole
da lei stessa pronunciate rimbombarle dentro la testa, per poi propagarsi
nel resto del corpo, quasi completamente nudo.
Le sembrava quasi di avvertire, nel buio, lo sguardo bruciante di lui che
esplorava avidamente il suo corpo, centimetro per centimetro, malgrado lo
conoscesse ormai benissimo, in ogni singolo dettaglio.
Dopo qualche lungo secondo lui parlò. La voce era bassa, resa roca
dall'eccitazione. Il tono riflessivo, quasi si rivolgesse a se stesso.
"Forse non ti rendi nemmeno conto del... potere... che emani in questo
momento... La tua bellezza... la sfrontatezza quasi orgogliosa con cui ti
sottometti... la tua immagine di donna bendata, legata, indifesa...
trasmettono una tale potenza... un senso di sacralità... Bisogna combattere
l'impulso di inginocchiarsi ai tuoi piedi e adorarti come una dea..."
La donna non rispose. Non era il momento per lei di fare commenti, e nemmeno
aveva tutta questa voglia di seguirlo nelle sue sottigliezze intellettuali.
Ma percepì l'eccitazione ed il coinvolgimento dell'uomo, e questo le
piacque.
Una mano forte la prese per la nuca e la tirò piano in avanti. Si ritrovò
con la bocca a contatto della bocca dell'uomo. Istintivamente la sua lingua
si mosse.
"Ferma" disse lui. "Limitati a offrirmi le labbra."
Subito sentì la lingua dell'uomo cominciare a scivolare sulle sue labbra
carnose, percorrendone il contorno, indugiando negli interstizi, quasi in
una maliziosa imitazione di cunnilinguo. Le sensazioni tattili erano acuite
dall'oscuramento della vista, e la donna si sorprese di quanto fosse
piacevole quel contatto delicato. Altre labbra, più sotto, continuavano
progressivamente ad inumidirsi.
L'uomo passò alle sue spalle. Due mani a coppa si adagiarono piacevolmente
sui suoi seni, saggiandone con delicatezza la morbida consistenza e il
turgore nervoso dei capezzoli, prontamente erettisi. La sua bocca intanto
aveva preso di mira la nuca e il collo di lei, con baci, slinguate e piccoli
morsi. La donna percepiva quasi con disperazione il crescere tumultuoso
della propria eccitazione, sapendo che non spettava a lei stabilire i tempi
in cui essa sarebbe stata sfogata. Anzi, sapeva perfettamente quanto lui
amasse tenerla a lungo sulla corda, lasciando accumulare il fuoco in lei
fino ai limiti della sopportazione.
Con tutta la calma del mondo l'uomo, tornato di fronte a lei, si dedicò ai
capezzoli sensibilissimi, saltando con la bocca dall'uno all'altro,
leccando, succhiando, mordicchiando, e lasciando alla punta di pollice e
indice il compito di consolare quello dei due rimasto momentaneamente solo.
Finalmente le sue mani afferrarono l'orlo del minuscolo perizoma, per farlo
lentamente scendere lungo i fianchi e poi lungo le gambe, ricoperte dalle
autoreggenti nere, che ora rimanevano l'unico indumento che la donna
indossava.
Lo sentì fare un passo indietro, per guardarla meglio. La voce era ancora
più bassa e roca.
"Sei bellissima... fa quasi male agli occhi vederti, per quanto sei
bella..."
Il rumore di passi la aggirò, e l’uomo tornò di nuovo alle sue spalle.
"Hai un culo..." esitò. "No... non perfetto... molto più che perfetto..."
Sembrò riflettere per un attimo. "La perfezione non sconvolge. Non eccita.
Non mette il fuoco nel sangue. La perfezione annoia. Non possiede la qualità
yin... il demonico... l'abissale... il fascinoso..."
Lo sentì inginocchiarsi dietro di lei. Per molti secondi non successe nulla,
e lei immaginò i suoi occhi ardenti ed adoranti che indugiavano sul suo
posteriore. Poi due mani ferme divaricarono le natiche, per offrire alla
luce i misteriosi tesori nascosti. Infine percepì i denti duri e umidi
graffiare dolcemente la pelle morbida e soda, prima dell'uno poi dell'altro
gluteo.
Restando in ginocchio, la afferrò con le mani sui fianchi per farla ruotare
di 180 gradi. In quel modo il pube della donna, e tutte le grazie che esso
conteneva, erano di fronte agli occhi dell'uomo, a brevissima distanza.
"Divina..." sospirò lui. "Assolutamente divina...".
Senza preavviso, la punta audace della lingua di lui rubò un rapido contatto
all'estremità superiore delle labbra, nella zona del clitoride, strappandole
un ansito. Poi l'uomo si alzò. "Vieni!" ordinò secco, e con una certa
brutalità la prese per un braccio, spostandola di un paio di passi. Le
manette metalliche le graffiarono i polsi dietro la schiena. "Inginocchiati"
le disse, strattonandola verso il basso. La donna ubbidì. Con sorpresa
trovò, sotto le ginocchia, non il freddo e duro contatto del pavimento, ma
un cuscino. Dentro di sé sorrise. Non le faceva mancare un pizzico di
gentilezza nemmeno quando stava per fare il cattivo.
La fece piegare in avanti, fino a poggiare la testa sul letto. Con le mani
legate dietro i fianchi, il peso del
corpo gravava un po' sulla fronte poggiata al coprilenzuola, ma era un
disagio sopportabile. Le fece divaricare le ginocchia, sfruttando tutta la
larghezza del cuscino, e spinse con una mano sulla schiena, per portarla ad
inarcarsi. Ora il suo culetto era aperto ed offerto. Allo sguardo, e a tutto
il resto. "Ferma così!" Ordinò.
Come era facile prevedere, l'uomo se la prese comoda, lasciandola ad
aspettare in quella posizione da vittima sacrificale. Restando immobile e
silenziosa, lei seguiva e ricostruiva i movimenti di lui in base ai rumori
prodotti. Lo sentì andare in bagno, pisciare, azionare lo scarico, lavarsi
accuratamente al lavandino. Altre volte aveva assaggiato il sapore della sua
urina; non le dava fastidio, ma evidentemente quel giorno non erano previsti
giochi di quel genere. Lui voleva che il cazzo avesse solo il proprio
sapore, senza aggiunte di nessun tipo. Un sapore che lei conosceva bene, e
adorava.
Con passi lenti tornò nella stanza. Fruscii di stoffa lasciavano capire che
si stava liberando dei vestiti. La donna pensò che quel giorno, purtroppo,
non sarebbe stata lei a spogliarlo, come invece amava fare. Le piaceva molto
sciogliere il nodo della cravatta, sbottonare pian piano la camicia,
scoprire gradualmente la pelle di quel corpo da uomo, asciutto e massiccio.
Sentirne la consistenza sotto le dita, aspirarne il profumo virile mescolato
a quello di qualche colonia legnosa e speziata. Le piaceva poi, soprattutto,
il momento in cui si inginocchiava davanti a lui, a superare le resistenze
di cinture e bottoni, e poi abbassare l'orlo dei boxer per vedere svettare
prontamente la prepotente erezione di quel cazzo che tanto piacere le dava.
E quindi, immediatamente, riempirsene la bocca. A meno che lui, come pure a
volte succedeva, non volesse infliggerle il supplizio di negarle quel
contatto, e di farla sudare per ottenerlo.
Ormai doveva essere nudo. Lo sentì armeggiare con la sua borsa, e subito
riprese coscienza della posizione in cui era obbligata, accucciata ai suoi
piedi, incaprettata ed esposta. Si chiese cosa lui avesse preparato oggi per
martoriarle quel culetto di cui lei andava così orgogliosa. Aveva provato un
po' di tutto: fruste, frustini, scudisci di ogni tipo. Molto spesso anche le
sonore sculacciate a mani nude. Che cosa, oggi? Lo avrebbe saputo
prestissimo.
Percepì un oggetto duro, piatto, levigato, non freddo, poggiato dolcemente
sulle natiche. In quel modo lui le stava facendo capire, in anticipo, cosa
la aspettava. Apprezzò, tra sé, la delicatezza. Intuì che era un paddle di
legno. Ne percepì persino l'odore, simile a quello di un mobile nuovo.
La donna inarcò ulteriormente la schiena per offrirsi meglio, come aveva
imparato a fare. E strinse i denti.
* * * * *
Conobbi Tiziana una mattina di novembre, fredda e piovosa.
Era in fila davanti a me alla segreteria dell'università, e stava litigando
con l'addetto allo sportello, un burocrate petulante e antipatico che in
facoltà conoscevamo bene. Quel giorno sembrava addirittura aizzato dalla
possibilità di esercitare i quattro soldi di potere che deteneva contro
quella ragazza notevolmente bella, ed era più indisponente del solito.
"Gliel'ho detto, signorina. Mi dispiace, ma deve rivolgersi all'economato
per avere il modulo."
"Ma... mi hanno assicurato che quei moduli li avete anche qui in
segreteria..."
"Non è questione di averli o non averli. La procedura stabilisce che..."
"Cosa mi interessa della procedura? Perché deve farmi fare due volte la
fila?"
La situazione era incanalata in un vicolo cieco, quando decisi di
intervenire. Avevo la fortuna di conoscere un dirigente degli uffici di
segreteria che era un amico d'infanzia di mio padre. Non avevo mai abusato
di quel numero di cellulare, ma quella volta mi sembrò il caso. Chiamai,
parlando a voce sufficientemente alta perché la bella mora mi sentisse.
"Pronto, Giovanni? Ciao... sono Roberto, il figlio di Franco... si, ciao...
benissimo, grazie... Senti, ti disturbo? Sei in ufficio?... No, è che sono
qui sotto, in fila allo sportello, e... No, non è per me... C'è una mia
amica che ha un problema... Ok, se scendi ti aspetto..."
La ragazza intanto si era girata a guardarmi sorpresa, come se fossi appena
uscito da un'astronave con la pelle verde e le antenne sulla testa. Le
strizzai l'occhio, per rassicurarla.
In un attimo fu tutto risolto, con annessa cazziata pubblica del burocrate.
Lei ebbe il modulo e lo compilò mentre io sbrigavo le mie faccende, senza
intoppi. Lo consegnò appena io ebbi finito, così ci ritrovammo ad
allontanarci insieme dallo sportello. Mi sorrise. Aveva un sorriso
splendido.
"Sei stato veramente gentile... non so proprio come avrei fatto..."
"Figurati, è stato un piacere."
"Avrei voluto strangolarlo, quell'idiota... mi sento ancora la rabbia
addosso..."
"E' una vecchia conoscenza. Fa spesso pezzi del genere... E’ un frustrato…
Si diverte a far incazzare gli studenti..."
"Ho proprio bisogno di un caffé... vieni con me al bar?"
Avrei voluto risponderle "con te verrei ovunque". Avevo il cuore in tumulto
anche solo a scambiare quelle due frasi di circostanza. Era davvero
bellissima. Aveva capelli neri, occhi scuri e un viso stupendo. Vestiva con
elegante sobrietà, in uno stile diverso da quello tipico di una studentessa.
Più da donna, meno da ragazza.
Fuori diluviava.
"Dovrai darmi un passaggio con il tuo ombrello" mi disse, "ho lasciato il
mio in macchina..."
Così mi ritrovai sottobraccio a quella donna da sogno, stretti stretti per
ripararci dall'acquazzone sotto quel mio ombrellino portatile sgangherato,
ad evitare con allegra complicità pozzanghere e auto in fila al semaforo,
diretti verso il Bar degli Studenti. Avevo il profumo dei suoi capelli neri
nel naso, ed il contatto con il suo corpo mi dava l'estasi. Avrei voluto che
quella fradicia traversata, condita dalle sue risate e dalla sua bellezza,
non finisse mai.
Per grazia del cielo una scarica di pioggia intensissima ci tenne a lungo
confinati dentro il bar, permettendoci di fare quattro chiacchiere e rompere
ancora meglio il ghiaccio. Scoprii così che aveva 25 anni, uno più di me.
Era rimasta indietro con gli esami, perché da qualche anno aveva un lavoro
fisso a tempo pieno, ma intendeva comunque portare a termine gli studi.
Parlammo soprattutto di università, di corsi, di esami, di professori. Era
amichevole e cordiale, senza la minima traccia dell'alterigia spontanea che
spesso rende antipatiche le donne molto belle. Chiunque ci vedeva poteva
tranquillamente pensare che eravamo vecchi amici in grande confidenza, e non
mi sfuggirono le occhiate intrise di invidia scoccate di tanto in tanto da
parte di altri ragazzi.
Quando la pioggia accennò a calmarsi, mi pregò di accompagnarla alla sua
auto col mio ombrello, fornendomi così l'occasione di godere ancora del
contatto col suo corpo, del piacere di camminarle al fianco, del profumo dei
suoi capelli neri umidi di pioggia. Ci fermammo davanti ad una Classe A di
color nero, le cui frecce la salutarono, lampeggiando felici, quando agì con
le dita sul telecomando inserito nella chiave.
"Grazie di tutto, Roberto. Mi sei stato davvero di grande aiuto" mi disse, e
mi regalò un altro dei suoi sorrisi radiosi, scaldandomi fino al midollo. Ma
subito mi gelò un pensiero: ancora pochi secondi e non l'avrei rivista più.
La mia mente si ribellò, e mi suggerì una mossa disperata.
"Aspetta!" la pregai, quando stava già facendo il gesto di chiudere la
portiera. Tra mille difficoltà, cercando di mantenere l'ombrello in
posizione utile a ripararmi dalla pioggia, che nel frattempo era tornata
fitta, riuscii a scribacchiare il mio nome e il mio numero di cellulare su
un fogliettino di carta. Glielo porsi.
"Per qualsiasi cosa dovessi avere bisogno... non farti scrupoli a
chiamarmi..."
Lei lo guardò incuriosita, e mi disse "Grazie!". Poi la portiera si chiuse e
il vetro gocciolante del finestrino si mise tra me e il suo sorriso. Pochi
attimi dopo il traffico caotico inghiottì la Classe A nera, lasciandomi solo
in mezzo al grigio e alla pioggia.
Ero convinto che non l'avrei vista più, che incontrarla e conoscerla fosse
stato solo il sogno di una grigia mattina d'autunno.
E invece...
* * * * *
"Grazie. Ti prego, dammene ancora. Anche più forte, se vuoi."
Questa frase faceva regolarmente da contrappunto allo schiocco dei colpi del
paddle sulle natiche della donna, ormai chiazzate di un rosso acceso
tendente al violaceo. Come d'abitudine, l'uomo aveva cominciato dolcemente,
con colpi appena più marcati di un affettuoso buffetto. Poi, pian piano
l'intensità era cresciuta, fino a raggiungere una notevole violenza. Quella
frase che lui le aveva imposto, (ogni volta una diversa, sempre piccante nei
suoi significati espliciti e impliciti) man mano aveva perso ogni contenuto
semantico, diventando una specie di mantra in cui la donna riversava il suo
dolore, la sua eccitazione, la sua frustrazione per l'inconcepibile
assurdità del piacere che le procurava subire quegli insensati soprusi.
Poi l'uomo si fermò, ansimante. Lei, bendata, non poteva vederlo, ma le
piaceva immaginarlo con il cazzo duro, che ondeggiava mentre la colpiva. Era
fondamentale che a lui piacesse maltrattarla così, che lo eccitasse, che ne
ricavasse un gusto sadico e cattivo. Come sempre, una decina di secondi dopo
la fine del trattamento, la sensazione di bruciore sulla pelle martoriata si
impennò. Emise allora un lungo lamento, quasi piangente, sperando con tutto
il cuore che lui ne sorridesse soddisfatto.
Le mani dell'uomo sfiorarono le natiche, ora sensibilissime, facendola
sobbalzare. Due dita tentarono la vulva in superficie, ritirandosi subito.
"Sei bagnata come una cagna in calore. Senti qui!"
Portò le dita alle labbra di lei, che obbediente le prese in bocca,
leccandole e succhiandole, avvertendo così il sapore asprigno dei suoi
stessi succhi.
"Ti eccita parecchio farti prendere a legnate..."
Per tutta risposta lei continuò docilmente a leccargli le dita, provando un
brivido perverso nel costatare che la sua posizione e il suo comportamento
in quel momento erano davvero in linea con quello di una cagna ai piedi del
proprio padrone.
Le frasi che l'uomo proferiva per esaltare il suo senso di sottomissione e
di umiliazione, erano mirate e calibrate. Senza nessuna enfasi nei toni. Più
simili alle incisioni dell'agopuntore che alle pugnalate di un teppista. Ma
sempre metallo che lacerava la pelle.
"Ora alzati in piedi"
Barcollando, la donna ubbidì. Tra le percosse e la posizione costretta delle
braccia, si sentiva tutta indolenzita, come fosse stata investita da un
treno. Anche i suoi pensieri e le sue emozioni barcollavano sotto i colpi
delle continue umiliazioni. E tutto questo le piaceva, da morire.
L'uomo l'abbracciò e le concesse un bacio in bocca in cui lei mise tutto il
calore e l'adorazione di cui era capace. "Grazie..." gli sussurrava tra un
bacio e l'altro. "Grazie... grazie... grazie..."
"Esprimi un desiderio" disse lui.
"Voglio succhiarti il cazzo... non ce la faccio più..."
"Vediamo cosa si può fare. Inginocchiati."
Lei si mise subito nella posizione che aveva imparato. In ginocchio, mento
verso l'alto, bocca spalancata e lingua di fuori. Sapeva già che non avrebbe
avuto subito quello che aveva chiesto. Lui si sarebbe fatto leccare a lungo
le palle e il buco del culo. Poi le avrebbe finalmente donato un contatto
con l'adorato cazzo, strofinandoglielo sul viso, sul collo, sulla fronte
sopra la benda. La avrebbe probabilmente schiaffeggiata con la sua mazza
dura, sbattendogliela sulle guance, sulle labbra e sulla lingua offerta. Poi
si sarebbe fatto leccare l'asta e la cappella, e solo allora, finalmente,
l'avrebbe scopata nella bocca, reggendola per l'attaccatura dei capelli
dietro la nuca e sbattendole ritmicamente la testa verso il cazzo. E lei
avrebbe goduto di tutto il supplizio.
Poi, probabilmente, l'avrebbe slegata e le avrebbe tolto la benda, per dare
inizio a tutta un'altra serie di giochi.
* * * * *
All'inizio di dicembre, poche settimane dopo, con mia grande sorpresa, ed
altrettanta gioia, Tiziana mi chiamò al cellulare. Disse che telefonava dal
lavoro. Mi spiegò che aveva l'esame di Statistica Economica la settimana
successiva ed era nel panico totale. Si ricordava che le avevo detto che
avevo preso 30 allo stesso esame all'appello di settembre, e mi chiese se
potevo andare da lei quella sera a spiegarle un paio di capitoli dei quali
non riusciva a venire a capo.
Non ci pensai un attimo. Mi feci dire dove abitava. Era dall'altra parte
della città, ma non era certo un problema. Quella sera, alle nove in punto,
ero da lei.
Era ancora più bella di come la ricordavo. Aveva i capelli raccolti a coda,
che esaltavano i lineamenti del viso, stupendi anche senza un filo di
trucco. Portava una semplicissima tuta da ginnastica, ma con una grazia tale
da farla sembrare un abito da sera firmato. Mi colpì che, malgrado la
stagione fredda, avesse i piedi nudi, calzati da un paio di spartane
infradito da casa. Erano affusolati, aggraziati, eleganti. Mai avrei pensato
che la vista di un semplice piede nudo potesse arrivare a turbarmi in quel
modo.
Mi accolse con calore e cordialità. Era un piccolo appartamento in una zona
non di lusso, ma di buon livello. Mi fece accomodare nell'ampia stanza che
faceva contemporaneamente da soggiorno e da studio. Su un tavolo libri e
quaderni aperti, ordinatamente disposti. In un angolo un PC acceso. A fianco
un lungo divano dal quale si poteva comodamente guardare il piccolo
televisore disposto su un basso tavolino.
Fece del suo meglio per mettermi completamente a mio agio, e nel giro di
pochi minuti mi accorsi che riuscivo a concentrarmi decentemente sulla
materia senza farmi distrarre troppo dalla sua vicinanza. Trascorremmo tre
ore consecutive sui libri di testo ripassando quasi l'intero programma. Lei
seguiva con impegno ed attenzione, e sembrava assimilare senza troppa
difficoltà anche i concetti più difficili. Il mio aiuto le avrebbe fatto
guadagnare tempo, ma dava l'impressione di essere stata perfettamente in
grado di farcela anche da sola. Si vedeva che era molto motivata.
Tuttavia l'atmosfera tra noi non fu mai troppo seriosa, ed ogni tanto ci
scappava qualche battuta, magari qualche gioco di parole spinto su qualche
termine tecnico. Malgrado la pesantezza della materia, quelle tre ore
filarono via in modo piacevole. Si era creato un bellissimo feeling tra di
noi. Il vantaggio psicologico tanto di essere "l'insegnante", quanto di
essere "l'amico che sta facendo un favore", mi permetteva di non restare
schiacciato dalla sua bellezza e dal fascino intenso che emanava. E se è
vero che nell'arco di quelle tre ore non avevo potuto evitare di dimostrarmi
sensibile a quel fascino, con qualche velato complimento o qualche discreta
allusione, è pur vero che lei non ne sembrava infastidita. I suoi sorrisi
erano quasi un'istigazione a insistere.
Poco dopo mezzanotte, dopo aver sviscerato insieme l'ennesimo argomento
ostico, mi guardò negli occhi e con un gesto teatrale chiuse il libro.
"Ora basta studiare. Che ne dici di divertirci un po'? Ti va?"
Senza aspettare risposta si alzò e si diresse verso il divano. Nel giro di
dieci secondi era rimasta in mutandine e reggiseno.
Ebbi la sensazione di trovarmi davanti ad uno di quei manifesti pubblicitari
di biancheria intima che a volte compaiono sui muri della città, distraendo
pericolosamente gli automobilisti di passaggio. Tiziana non aveva
assolutamente nulla da invidiare a quelle modelle, e anche la biancheria che
indossava era di gran classe. Con la differenza che lei non era una semplice
foto su un manifesto. Era lì davanti a me, in carne ed ossa, e per di più
con una dichiarata intenzione di "divertirsi un po'" che la mia mente non
riusciva a capacitarsi di interpretare nella maniera più clamorosamente
ovvia.
Senza nemmeno accorgermene mi ritrovai sul divano accanto a lei, a baciarla
lingua in bocca, con le mani che non trovavano pace a correre libere su quel
corpo da favola.
Mi colpì subito il suo comportamento. Non era come la maggior parte delle
ragazze che avevo conosciuto, che sembrano resistere pudicamente fino
all'ultimo prima di lasciarsi andare, quasi come se volessero dare
l'impressione di cedere al piacere solo dopo lunga ed eroica lotta, oppure
che si abbandonano ma con una certa passività. Tiziana manifestava
apertamente il suo desiderio, il suo piacere, e la voglia di andarselo a
cercare.
Non ebbe alcuna indecisione nel mettermi le mani sulla patta dei pantaloni
per saggiare la mia eccitazione, e addirittura mostrò una certa fretta
nell'armeggiare con zip e bottoni per portare il mio cazzo allo scoperto. E
quando si chinò per prenderlo in bocca, non fece la parte di quella che si
"sacrifica" per dar piacere ad un partner. Altro che! Se lo succhiava di
gran gusto, e non faceva niente per nasconderlo.
Il suo comportamento mi eccitava da impazzire. Forse poche ore prima avrei
potuto pensare che in un frangente simile, con una donna così bella,
l'emozione avrebbe potuto giocarmi qualche brutto scherzo. Ma in quel
momento un'idea del genere era totalmente inconcepibile. Ero un animale
affamato di sesso che non chiedeva altro dalla vita di scoparsi quello
splendido esemplare di femmina. Semmai dovevo sforzarmi per controllare che
tanta eccitazione non mi portasse anticipatamente al capolinea.
Dovetti insistere perché accettasse di farmi ricambiare il favore orale.
Sembrava ansiosa di passare a cose più concrete. Ma fui irremovibile. Una
fica così, quando ti capita, bisogna gustarsela in tutti i modi. Così, con
malsimulata impazienza, si concesse alla mia lingua, allargando le gambe e
sedendosi sull'orlo del divano. Mi inginocchiai davanti a lei e mi tuffai
con la testa a slinguazzare quel fiore dolce e succoso con tutto me stesso.
Fu lei ad interrompermi, prendendomi quasi di peso con le mani sotto le
ascelle e tirandomi sopra di lei, per farsi penetrare. La sua fica era
morbida e calda e il mio cazzo, duro all'inverosimile, vi sguazzava
felicissimo. Lei muoveva il bacino ritmicamente andando incontro ai miei
colpi, senza nascondere il suo piacere e l'avidità con cui lo ricercava. Poi
mi fece rotolare a terra sul tappeto, di schiena, e mi montò sopra. Si
muoveva sul mio cazzo come un esperta cavallerizza, tarando il ritmo in modo
da tenermi all'infinito sull'orlo del punto di non ritorno. Poi, quando il
suo piacere fu maturo al punto giusto, lasciò andare le briglie e prese a
scivolare su e giù con foga, portando entrambi ad un intenso e appagante
orgasmo.
Ma il piacere fisico non fu nulla rispetto alla soddisfazione di vedere
quella donna bellissima sgodazzare a causa mia, del mio cazzo, e poi vederla
emergere dalle nebbie dell'orgasmo con uno dei suoi magnifici sorrisi,
ancora più dolce e intimo del solito.
Quando si accoccolò sul mio petto, col respiro caldo e ancora leggermente
affrettato, provai una sensazione indescrivibile. Mi sentivo un dio. Sereno
forte e calmo, come non sono stato mai. Sorrisi... erano le parole di una
vecchia canzone di Battisti. "L'interprete di un film". Mi ritrovai a
canticchiarla nella mente: "Tu... mi fai sentire un altro uomo".
Ero pazzamente innamorato di quella donna, e felice di esserlo.
Dopo qualche minuto, con molta delicatezza, mi fece presente che l'indomani
doveva lavorare e non poteva far troppo tardi. Così mi rivestii.
"Il tuo aiuto mi è stato davvero prezioso, anche stavolta" mi disse, mentre
ci salutavamo sull'uscio dell'appartamento. "Non so davvero come
ringraziarti..."
Stavo per rispondere "mi hai ringraziato abbastanza", ma mi accorsi in tempo
che sarebbe stata un'indelicatezza imperdonabile. Trovai le parole giuste
"Non devi ringraziarmi, è stato davvero bellissimo stare qui stasera con te"
"E stato bellissimo anche per me. Davvero. Buonanotte" e con un tenero bacio
sulle labbra mi congedò.
Me ne tornai a casa felice come un bambino, con un sorriso ebete stampato
sul viso.
Non feci nessun tentativo di ricontattarla nei giorni seguenti. Mi aveva
spiegato che, tra il lavoro e l'esame che si avvicinava, la attendevano
giorni pesantissimi.
La settimana successiva mi arrivò un SMS. "Ho preso 30! Anche per merito
tuo. Grazie! Ora vado fuori per le Feste. Vacanza meritata. Buon Natale!
Tiziana."
Risposi. "Spero esserti ancora di aiuto in futuro. Chiamami quando vuoi.
Buon Natale!"
Per me Babbo Natale quell'anno era arrivato in anticipo ed era stato
insolitamente generoso. Come se non bastasse tutto il resto, avevo appena
ricevuto anche l'ultimo regalino. Ora avevo il numero del suo cellulare.
* * * * * (Seconda parte)
Quando lui le tolse la benda, la prima cosa che lei vide,
mentre gli occhi si riabituavano alla luce, fu il suo cazzo imponente. Era
ancora inginocchiata ed ammanettata, e l'uomo era in piedi davanti a lei.
Mosse istintivamente la testa avanti per prenderlo in bocca. Era esattamente
ciò che aveva fatto negli ultimi minuti, ma avere la possibilità di vedere
finalmente l'oggetto del suo desiderio dava tutt'altro sapore alla cosa.
Lui però la trattenne, afferrandola per i capelli.
"Aspetta, ingorda che sei. Ti tolgo anche le manette."
Mentre lei sgranchiva le braccia indolenzite, lui si sistemò sul letto, con
entrambi i cuscini sotto le spalle. Allargò le gambe offrendole la vista
invitante di tutta la sua dotazione virile.
"Vieni. Vieni a succhiarmelo."
Lei si sistemò in ginocchio sul letto tra le sue gambe e si chinò in avanti.
Lui portò le mani dietro la nuca, e chiuse gli occhi. "Vi lascio soli...",
aggiunse con un pizzico di ironia.
Effettivamente la donna amava pensare a quel cazzo quasi come ad un entità
separata, dotata di un suo carattere, di una sua personalità, di una
sensibilità indipendente. E concepiva il proprio rapporto con quell'organo
come qualcosa di slegato da quello con il possessore dello stesso.
Il rapporto con l'uomo era intricato e contorto, pieno di raffinate
sfumature, di aree grigie in cui i confini tra dominatore e dominato
sfumavano o tendevano a ribaltarsi. Il piacere di interpretare un ruolo non
era fine a se stesso, ma legato a doppio filo al desiderio di compiacere
l'altro. Le brutalità erano venate di dolcezza, e le dolcezze di brutalità.
Ogni gesto, ogni parola, ogni momento, aveva mille significati e mille
sfumature, fino al punto di mandare in tilt ogni logica e scatenare così gli
istinti più profondi. Occorreva maestria e sensibilità da parte di entrambi
per condurre questa danza senza fughe per la tangente e al contempo
continuando ad alimentarne la magia.
Invece nel rapporto con il suo cazzo era tutto molto più semplice e lineare.
Lei era la sua ancella devota ed adorante, lui (il cazzo) era il suo signore
e padrone. Lei lo serviva con impegno e passione, omaggiandolo in tutti i
modi possibili, e manifestandogli in ogni modo la sua sottomissione. Lui la
ripagava, servendosi con strafottenza di tutti gli orifici disponibili, che
lei gli offriva con gioia. Non c'era spazio per dubbi o ambiguità.
Lo toccò e lo carezzò a lungo, giocando con la pelle che ne scopriva e
ricopriva la punta, e osservando deliziata ogni dettaglio e ogni rilievo.
Mani e occhi, a lungo tenuti fuori dal gioco, volevano recuperare il tempo
perduto. La sensazione di tenerlo in mano, stringerlo nel palmo, sentirlo
così caldo, massiccio e duro, le piaceva molto, così come guardarlo da
vicino, a pochi centimetri dagli occhi, quando sembrava ancora più grosso.
Le piaceva che quell'oggetto vivo dalla forma tozza e primitiva riempisse il
suo campo visivo da tutte le angolazioni.
Guardò la cappella, che a sua volta la fissava con quell'espressione ottusa,
e ne percepì il tacito ordine. "Prendimi in bocca, cosa aspetti?"
Lei si chinò con il viso e con dolcezza ubbidì. Come sempre immaginò di
comunicare attraverso il pensiero con quel grosso cazzo che le riempiva la
bocca. "Sono la tua ancella... sono la tua schiava... ti adoro... sono qui
per darti piacere con tutta me stessa..." E lui rispondeva ergendosi
sdegnoso, ma accettando di buon grado tanta adorazione.
Dedicarsi con trasporto all'atto orale produsse l'ennesima vampata di
eccitazione nel suo basso ventre. Ormai sentiva di avere disperatamente
bisogno di essere scopata. Era un supplizio atroce avere il cazzo che più di
ogni altro desiderava, il più adatto a riempirla e a farla godere, lì a
portata di mano, a strettissimo contatto con tutti i suoi sensi. Davanti
agli occhi, sotto il naso, tra le mani, tra le labbra, sulla lingua, contro
il palato. Persino l'udito veniva stimolato dai musicali gorgoglii e
risucchi che si producevano tra gola e gengive nell'andirivieni di quel
cazzo nella sua bocca.
Ma non poteva fare nulla. Doveva aspettare che lui volesse. Ormai sentiva la
zona del basso ventre bruciare letteralmente, e un senso doloroso di vuoto
tra le gambe la torturava. Con gli occhi cercò gli occhi di lui, per
esprimergli una tacita implorazione. Ma lui teneva le palpebre abbassate,
sorridendo beato. Con un sospiro cambiò posizione, mettendosi di fianco, in
modo da dare momentaneo sollievo ai suoi spasimi di desiderio stringendo le
cosce una contro l'altra. Poi, quasi tremando, riprese a succhiarlo e
leccarlo, come in cerca di uno sfogo attraverso la bocca, anche se così
rendeva inevitabilmente più piacevole l'atto per lui, e rischiava di
prolungare ulteriormente la tortura dell'attesa.
Dopo un tempo che le sembrò infinito, quando aveva l'impressione di essersi
ormai consumata le labbra e la lingua su quel cazzo di marmo, l'uomo la
chiamò a sé. La invitò a stendersi di fianco accanto a lui, la baciò
teneramente, le accarezzò il seno, con la massima calma. Ma come? Cosa
aspetta ancora?
Poi lui parlò. "Vuoi essere scopata?"
"Sììì... sììì... !" quasi urlò lei.
"Allora chiedimelo. Implorami."
Lei spalancò gli occhi, incredula.
"Ti prego... scopami... ti scongiuro..."
"Chiedimelo in modo più porco."
Le sembrava di impazzire.
"Dammi il cazzo... voglio il tuo cazzo nella fica... aprimi..."
"Ancora più porco."
Ormai lei stava urlando.
"Sbattimelo in fica... fottimi come una cagna... ho voglia del tuo cazzo...
sto impazzendo..."
"Così va bene. Continua."
Lei sospirò. Poi riprese con voce più bassa, roca, tremante, comprendendo di
dover passare senza sconti sotto il giogo di un'altra umiliazione, e
provandone il solito sottile perverso piacere.
"Guarda che bella fica che sono... sono qui solo per te... con tutto il mio
corpo... La mia fica vuole il tuo cazzo da gustare, da far godere... Cosa
vuoi di più da me?... Mi hai massacrato di botte, mi hai fatto eccitare, ti
sei fatto succhiare e leccare in tutti i modi... ti sei divertito con me
come hai voluto... ti chiedo solo di scoparmi... di farmi totalmente tua...
ti prego... ti imploro..."
Lui esitò. Poi sussurrò "D'accordo."
* * * * *
Passò tutto gennaio senza che avessi più notizie di Tiziana. Tante volte mi
era capitato di passare interi minuti a guardare il suo nome sul display del
cellulare, col dito poggiato sul tasto "chiama". Ma ogni volta mi mancava il
coraggio. Magari la beccavo in un momento poco adatto e facevo la figura del
rompipalle. Durante il giorno temevo di infastidirla sul lavoro. La sera mi
sembrava indelicato. E poi avevo il terrore di trovarla con un uomo. Certo,
non mi illudevo nemmeno lontanamente che una donna così bella non avesse
qualcuno che le stesse dietro, ma non volevo finirci in mezzo con una
chiamata inopportuna.
E poi chiamarla per dirle cosa? Come stai? Hai fatto altri esami? "E tu mi
interrompi nel pieno di una scopata per chiedermi se ho fatto altri esami?"
No, non era proprio il caso.
A febbraio ebbi lo spunto. Lessi sul giornale che i Brand New Heavies erano
in concerto in città. Avevo visto a casa sua i CD che aveva, e mi ero fatto
un'idea abbastanza precisa dei suoi gusti musicali. Poteva essere davvero
l'idea giusta.
"Tiziana? Ciao sono Roberto. Ti ricordi di me? Quello dell'esame di
Statistica..."
"Roberto! Come no? Che piacere! Come stai? Non ti sei più fatto vivo..."
"Sto bene, grazie. Senti, puoi parlare? O sei impegnata?"
"No.. sto comprando un paio di cosette al supermercato... dimmi pure!"
"Ho due biglietti per il concerto di giovedì dei Brand New Heavies. Volevo
sapere se ti interessa venire..."
Ad essere sinceri, "ho due biglietti" significava che non li avevo, ma che
avrei battuto a tappeto la città per trovarli se avessi ricevuto da lei la
milionesima parte di un "forse".
"Gli Heavies in tour da noi? Non lo sapevo! Quando hai detto che c'è il
concerto?"
"Giovedì sera, al Palladium..."
"Giovedì? Maledizione..."
Mi sentii gelare.
"Sei impegnata?"
Ci pensò su un attimo. "Credo di potercela fare... quando posso darti la
risposta definitiva?"
Calcolai che nella peggiore delle ipotesi, se all'ultimo momento non trovavo
nessun altro, potevo rivendermi il biglietto in più fuori dal locale.
"Anche giovedì in mattinata..."
Giovedì sera, Tiziana ed io eravamo tra la folla di giovani che si accalcava
ballando davanti al palco su cui si esibivano i Brand New Heavies, con la
settima o ottava cantante di colore della loro storia.
"Brava", commentò Tiziana, urlando sopra la musica assordante, "ma era
meglio Carleen Anderson!"
"Meglio ancora N'Dea Davenport, allora!" risposi io
Mi scoccò un'occhiata feroce. "Vorresti dire che per te la Davenport è
meglio di Carleen??"
"Beh..."
"Non capisci un cazzo di musica!" concluse, e mi rivolse un'antipatica
linguaccia, subito addolcita da un sorriso.
Rispetto a quando l'avevo conosciuta, si era vestita in stile molto più
causal, adeguato all'occasione. Semplicissimi jeans che esaltavano la linea
sinuosa dei fianchi, e una camicetta a quadri di flanella, quasi maschile
nelle intenzioni, ma che dimenticava presto le intenzioni quando si trovava
a seguire la curva generosa del suo seno.
Avevo pian piano preso maggiori confidenze con lei col trascorrere della
serata, e ormai mi comportavo come se fossi il suo ragazzo, con tutto
l'orgoglio conseguente del farmi vedere da tutti al fianco di una bellezza
simile. A lei non sembrava dispiacere che la tenessi per mano, o con il
braccio intorno alle spalle, che l'abbracciassi appena c'era la minima scusa
per farlo. Tutti gesti che le coppie di solito si scambiano senza farci
nemmeno caso, ma che per noi non erano affatto scontati e costituivano per
me una fonte di piacere immenso.
Nella calca danzante mi veniva spontaneo starle addosso in senso protettivo,
e lei stessa sembrava volersi stringere vicino a me. Ma presto i contatti si
trasformarono in sfregamenti, sempre meno casuali, e sempre più ricercati da
entrambi, della mia patta contro il suo culo, o delle mie mani sulla curva
delle tette sopra la camicetta. La musica, ritmata e sensuale, faceva il
resto. Ci misi pochissimo a ritrovarmi arrapato come una bestia, e ancora
più arrapato ad osservare come anche lei desse segni evidenti di
eccitazione. Un altro paio di coppie, nel raggio di due metri da noi, si
stavano scambiando effusioni ancora più esplicite, e presto Tiziana ed io
concordammo tacitamente che non potevamo essere da meno. E così la danza di
carezze audaci reciproche, sfregamenti di bacino e baci di lingua, proseguì
con ulteriore calore.
Alla fine dello spettacolo, la paziente coda per uscire e poi il vento
gelido che spirava quella sera, sembravano aver calmato un po' l'atmosfera
bollente tra di noi. Lei era un po' fredda con me, e sembrava evitare il mio
sguardo, quasi fosse imbarazzata. Temetti di aver esagerato, e ormai
cominciavo a ritenere completamente tramontata la speranza di chiudere la
serata a casa sua con una ricca scopata. Mi consolai tra me pensando che era
stata comunque una serata stupenda, e non solo per gli Heavies.
"All'incrocio gira a destra, ché si fa prima" mi disse mentre la
riaccompagnavo a casa con la mia Opel Corsa. Eseguii senza discutere. Quella
zona della città mi era del tutto sconosciuta.
Fino a quel momento in macchina tra noi c'era stato silenzio, anche se
mimetizzato dalla radio FM. Lei se ne stava taciturna per conto suo e io non
sapevo a mia volta cosa dire.
"Ora a sinistra e prosegui diritto... ecco, ora ancora a sinistra..." Avevo
perso del tutto l'orientamento, ma lei sembrava conoscere bene la strada.
"Adesso accosta e spegni il motore."
Non feci nemmeno in tempo a rendermi conto che eravamo finiti in una
stradina buia ed isolata, che mi ritrovai con la sua lingua che mi frugava
la bocca e la sua mano a massaggiarmi il cazzo da sopra i pantaloni.
"Non ce l'avrei fatta a resistere fino a casa..." mi alitò in un orecchio
tra un bacio e l'altro, "Mi hai fatto troppo arrapare... porco che non sei
altro... Adesso devi scoparmi... subito..."
Freneticamente, ma con molta abilità, aveva estratto il cazzo e mi
masturbava con la mano, continuando a slinguarmi in bocca e su tutto il
viso. Poi si chinò a succhiarmelo avidamente, con rumorosi mugolii. Io
intanto avevo allungato il braccio destro e le avevo slacciato il bottone e
la zip dei jeans, e quindi sfruttato lo spazio così liberatosi per metterle
una mano nelle mutandine, da dietro, e palparle il culo e la fica. Tra le
cosce era un lago, e le mie dita scivolavano facilmente nella vagina ben
lubrificata.
Si rialzò per liberarsi frettolosamente di mutandine e jeans, mentre io
facevo altrettanto spingendomeli in basso sino ai polpacci. Pur nelle
ristrettezze dell'abitacolo riuscì a venirmi sopra cavalcioni e ad impalarsi
sul mio cazzo durissimo. Non riuscivamo a scopare con bei colpi ritmati e
regolari. Era tutto un agitarci frenetico e scomodissimo, ma forse per
questo ancora più eccitante. Sgomitando tra finestrino e specchietto Tiziana
riuscì a sollevarsi la camicetta e la maglietta bianca per sbattermi in
faccia quella meraviglia di seno. Affondai deciso di bocca e lingua in quel
dono del cielo, mentre le scosse disordinate dei nostri bacini facevano
cigolare i sedili e oscillare le sospensioni.
Era avvenuto tutto troppo in fretta.
"Non ne ho per molto" la avvertii, gemendo, dopo qualche minuto.
"Nemmeno io... dammi venti secondi..."
Mi concentrai, mentre lei iniziava un concerto crescente di "Sìììì... sìììì....
sìììììì....." per poi urlare "Vieni, porco... riempimi di sperma... Oohh...
Ohhhhhh..., OOOOOOHHHHHH!" e io, subito dietro lei, mi svuotai rantolando di
tutta la tensione erotica accumulata nella serata.
Non fu semplice disincastrarci, appena ripreso fiato, in quella scatola da
sardine che è la mia macchina. Ma con un po' di pazienza ci riuscimmo, e la
riaccompagnai a casa.
* * * * *
La donna si stese sulla schiena e spalancò le cosce. La fica colava umori
vistosamente. Appena lui accennò ad andarle sopra, lei le afferrò il cazzo
con la destra, quasi temendo ulteriori rinvii, e lo tirò verso di sé, con
decisione.
Malgrado lo stato di eccitazione della donna, la penetrazione non fu del
tutto indolore. Quel cazzo era molto grosso, e lei passò in un attimo dalla
sensazione di lancinante vuoto nel ventre ad essere piena fino all'eccesso.
Ma lo scivolare del cazzo fino all'elsa nella guaina aveva come spento un
interruttore nella mente di lei. Dove prima c'era tempestosa caotica
agitazione, ora tutto era silenziosamente concentrato verso la percezione
dell'atto.
Lui cominciò lentamente a far oscillare il bacino, facendo così scivolare il
cazzo lungo le pareti vaginali. Ad ogni passaggio queste lentamente cedevano
e il piacere si faceva più intenso. Lei cominciava a perdere il controllo,
o, come amava dire "a non capirci più niente".
I suoi occhi esprimevano goduria e gratitudine, e l'uomo se ne compiaceva,
continuando piano a scoparla.
La donna aveva la sensazione che il piacere che lo sfregamento del cazzo le
procurava non si limitasse a restarsene nella zona della penetrazione. Come
una specie di marea, rifluiva verso l'alto ad ogni affondo dell'uomo, e
presto tutto il ventre era pervaso da questa sensazione di calore elettrico.
Man mano l'ondata salì fino a raggiungere lo snodo del cuore, e da lì si
diffuse ulteriormente verso le braccia e le gambe. Sembrava come se i colpi
di quel cazzo coinvolgessero e procurassero piacere a tutte le cellule del
corpo.
"Mi stai scopando... tutta..." sospirò. Un tentativo piuttosto goffo per
comunicare all'uomo quello che provava. Ma ebbe la sensazione che l'uomo
avesse capito. Sapeva leggere stupendamente dentro di lei.
Intanto la sensazione di calore e di tensione elettrica cresceva e si
accumulava, trascinandola prepotentemente verso l'orgasmo.
"Oh, ti prego... continua... non ti fermare... mi fai morire..."
Lui affrettò all'improvviso il ritmo e l'intensità dei colpi. Lei sentì una
scossa fortissima nel basso ventre che trovò corrispondenza nella testa,
alla base della nuca. Tutto il corpo, pervaso di materia infiammabile
accumulata fino a quel momento, prese fuoco, e l'incendio divampò,
trascinandola in un orgasmo totale. Le sembrò di vibrare tutta
incontrollabilmente per una quindicina di secondi, poi pian piano la scossa
si placò lasciando gradualmente il posto ad una sensazione di beatitudine.
Con piccoli colpi del bacino, lui creò dei piccoli dolorosi ritorni di
fiamma. Poi la pace.
I due si baciarono teneramente, lingua contro lingua.
"Non puoi farmi godere sempre così..." gli disse. "Questi orgasmi sono
troppo intensi... danno dipendenza..."
Lui sorrise, ma non commentò.
"Devi continuare a scoparmi e a farmi godere... Non posso farne a meno..."
continuò lei, tornando consapevole del grosso cazzo duro che aveva ancora
piantato fino in fondo nel suo corpo.
* * * * *
Dopo la sera del concerto, per lungo tempo non la vidi più. Provai a
cercarla al cellulare qualche volta. In un paio di casi la vocina registrata
mi segnalò insistentemente che il suo apparecchio era spento o
irraggiungibile. In un altro paio di casi provai ad invitarla a cinema, o a
vedersi dopo cena per bere qualcosa e fare quattro chiacchiere. Andò male:
era sempre impegnata, o davvero troppo stanca. Sembrava sinceramente
dispiaciuta di dovermi dire di no, ma cominciai a pensare fosse solo una
parte. Lentamente mi stavo rassegnando all'idea che quella splendida stella
cometa fosse ormai uscita dall'orbita della mia vita, e non ci sarebbe stata
una nuova combinazione astrale favorevole per altri tre o quattro millenni.
Arrivò così la fine di giugno, quel periodo dell'anno in cui gli studenti
sono dilaniati tra le angosce degli appelli estivi e l'entusiasmo per i
progetti per le vacanze estive imminenti. Mi ero appena tolto quel mattone
immenso di Diritto Pubblico, e mi godevo la beata esultanza del momento.
Erano passati almeno un paio di mesi dal mio ultimo tentativo di
riagganciarla, ma quella sera ero in uno stato d'animo tutto particolare. In
quel periodo dell'anno, alle nove di sera il cielo è ancora chiaro e il
tramonto, di cui ancora si scorgevano i bagliori rossastri, non sembra più
essere la fine di un giorno, ma solo la spettacolare sigla iniziale di una
notte tutta da vivere, di un'intera estate tutta da vivere. E avevo troppa
voglia che lei facesse parte, in qualche modo, dell'estate che mi aspettava.
Così decisi di chiamarla. Mentre il suo cellulare squillava, sentivo il
cuore in gola dall'emozione. "O la va o la spacca" mi ripetevo, "in fondo
cosa ho da perderci?"
La trovai a casa. Stava studiando, mi disse. Andai subito al dunque.
"Hai già impegni per le ultime due settimane d'agosto?"
Non si sbilanciò. "Perché me lo chiedi?"
Presi fiato e la sparai.
"Ascolta cosa ti propongo. Siamo una decina di amici, ragazze e ragazzi, un
paio di coppie e gli altri liberi. Tutti tipi simpaticissimi e in gamba.
Abbiamo affittato un casale nel Grossetano, tutto per noi, facciamo come ci
pare. E' un posto fantastico, appena un paio di chilometri dal mare, ma un
po' in collina, ventilato, si sta freschi anche in piena estate. E' su due
piani, ci si sta anche in quindici, volendo, quindi saremo comodi. Che ne
dici?"
Sentii un raggelante silenzio dall'altra parte. Non potevo guardarla in
faccia, quindi non sapevo come l'aveva presa. Improvvisamente sentii la sua
risata argentina. Non sapevo come interpretarla.
"Scusami" mi disse, "è che... beh... sono un po' sorpresa..."
"Sono stato troppo indiscreto a invitarti?"
"No, affatto... anzi, sei stato gentilissimo, ma..."
Trattenni il fiato, per qualche secondo. Poi, visto che nemmeno lei parlava,
suggerii: "Hai altri piani, immagino... beh, me l'aspettavo... siamo quasi a
luglio..."
"Se devo essere sincera al cento per cento, non ho niente di ben definito
ancora... Però avevo un paio di cose in piedi, e..."
"Tiziana, non devi preoccuparti... sapevo che era un tentativo disperato...
diciamo che era una scusa per chiamarti e per sentire come stavi... Certo,
mi avrebbe fatto davvero piacere... sarebbe stato un sogno averti con noi...
e sono pronto a scommettere che saresti stata benissimo anche tu!"
Sembrò intenerita dalle mie parole. "Facciamo così. Nei prossimi giorni ho
in programma di sentire delle persone per avere un quadro più preciso. Se
dovessi decidere di venire, entro domenica prossima mi faccio viva. Okay?"
Era un modo gentile di dirmi di no, concedendomi altri tre giorni per
sognare. Non mi facevo illusioni.
Invece, la domenica mi chiamò. Cinque minuti esatti prima di mezzanotte,
quando ormai ero del tutto rassegnato.
"Pronto?" biascicai nel telefonino che mi bruciava tra le mani.
"Roberto?"
"Sì?"
Le sue parole mi fecero sciogliere su due piedi.
"Parlami ancora di quel casale in Maremma..."
* * * * * (Terza
parte) Il grosso glande violaceo, sapientemente
manovrato dalla mano della donna che stringeva l'asta, percorse
languidamente lo spazio tra il clitoride e l'imbocco della vagina. Poi
ritornò avanti e ancora indietro, poi ancora avanti e indietro, carezzando
ad ogni passaggio le pieghe morbide delle piccole labbra e facendo scoccare
scintille di piacere ad ogni frizione contro il bottoncino sensibile. La
donna giocò ancora per qualche secondo, ma alla fine cedette alla tentazione
e lo puntò contro la vagina, calandosi lentamente con tutto il peso del
corpo. Subito fu pervasa dall'intensa sensazione che provava ogni volta che
quel grosso cazzo la penetrava, aprendosi prepotentemente la via nella sua
intimità. Una sensazione lacerante e dolorosa, ma assolutamente sublime,
alla quale non sapeva rinunciare.
Con lentezza studiata la donna si impalò tutta fino alla base, gustando in
particolare gli ultimi centimetri in basso, laddove il diametro del cazzo
era ancora più ragguardevole. Si fermò un attimo, ad apprezzare la
sensazione di pienezza che quell'arnese caldo e vibrante, piantato fino
all'elsa nel suo ventre, le dava.
"Ora mi vieni sopra e mi fai un bel bocchino con la fica" le aveva chiesto
lui, dopo che lei si era ripresa dagli orgasmi del precedente amplesso. La
donna trovava estremamente eccitante l'immagine del "bocchino con la fica",
e si figurava grottescamente cosa avrebbe potuto voler dire avere una bocca
golosa tra le gambe, capace di prendere quel cazzo fino in gola, e non solo
di goderne come una fica, ma di percepirne con precisione i contorni ed il
sapore con la sensibilità di una lingua, di due labbra, di un palato.
Quello che tuttavia la stuzzicava di più, in quel momento, era il fatto di
assumere finalmente nel gioco una posizione di iniziativa. Era, anche
fisicamente, "sopra", padrona della situazione, e assolutamente determinata
a fare impazzire di piacere l'uomo. Per un attimo immaginò i lineamenti di
lui contratti nell'apice del godimento, il suo respiro fuori controllo,
tutto il suo essere fremente nell'orgasmo, soggiogato dalle delizie
intossicanti che il suo splendido corpo di donna gli poteva regalare. Un
brivido di anticipazione le percorse la schiena, e nei suoi occhi apparve
per un attimo una luce maliziosa.
Con grazia soave il suo bacino prese a muoversi. Era un movimento rotatorio
che disegnava arabeschi e spirali che si intrecciavano nelle tre dimensioni,
provocando sul cazzo dell'uomo uno sfregamento sempre vario ed
imprevedibile, con un alternarsi caleidoscopico di sensazioni tale da avere
quasi un effetto ipnotico. L'esatta antitesi del monotono va-e-vieni della
scopata al maschile. Qualcosa cui era impossibile applicare uno schema, una
regolarità, un ordine; ci si poteva solo perdere dentro. L'uomo sospirò è
chiuse gli occhi, predisponendosi alla resa. Lei vide il gesto, e ne ricavò
una sensazione trionfante.
Intanto quel movimento sinuoso che produceva con il bacino faceva sì che il
cazzo "rintoccasse" a turno su tutti i suoi punti sensibili interni, sopra,
sotto, a destra, a sinistra, all'imbocco o dentro in fondo. Era molto
piacevole seguire i rintocchi di quel grosso bastone di carne dentro di sé,
e indugiò per un po' a gustarseli. Pensò a quanto sarebbe stato facile
ottenere il massimo del piacere da quella posizione. Volendo, avrebbe potuto
raggiungere l'orgasmo in pochi secondi. Pochissimi secondi... Volendo...
Si riscosse d'un tratto, con un brivido. Stava per lasciarsi andare. Osservò
i lineamenti dell'uomo. Gli occhi erano chiusi, il respiro affrettato.
Probabilmente non si era accorto di quella transitoria debolezza. Tornò a
concentrarsi sulla sua voluttuosa danza del ventre, e sul proposito di
affogare l'uomo nel godimento, fermamente decisa a perseguire quell'obiettivo.
Ma era diventato improvvisamente molto più difficile ignorare i rintocchi di
piacere che scaturivano dal contatto con il cazzo dell'uomo, sempre più
forti e più intensi. Scoprì di avere il respiro affrettato mentre un velo di
sudore le imperlava la fronte.
Per un attimo pensò di accelerare il ritmo, nel tentativo di portare
rapidamente l'uomo all'orgasmo. Ma si accorse presto che i movimenti più
affrettati rischiavano di trascinare lei, prematuramente, nel vortice del
piacere. Allora rallentò, rendendo la sua danza più morbida e voluttuosa, ma
anche così la delizia che ne ricavava era irresistibile, forse ancora più
intensa. Si sentì improvvisamente, disperatamente, in trappola.
"Vieni qui, leccami le labbra..." ordinò lui dolcemente, facendola chinare
in avanti, in modo che i due volti fossero vicini e il suo petto a contatto
con il torace dell'uomo. In quella posizione il movimento reciproco dei loro
sessi era più sacrificato, e lei ebbe un attimo di sollievo. Ma fu una
parentesi illusoria. Ubbidire all'ordine dell'uomo l'aveva riportata al
ruolo di ancella sottomessa, con la scossa di eccitazione che questo le
dava. Ed era così piacevole passare servizievolmente la lingua sulla linea
piena delle sue labbra virili. Come se ciò non bastasse, l'uomo l'aveva
afferrata saldamente per le natiche, e aveva cominciato ad imporle un moto
di su e giù a cui si contrapponeva, a tempo, spingendo con il proprio
bacino. I colpi ritmici e decisi di quel cazzo nel suo corpo erano
altrettante scariche di voluttuoso piacere.
Lei sollevò il viso, sospirando, come per sottrarsi. Ma la mossa consentì
all'uomo di impadronirsi con le labbra di un capezzolo, prendendo a
torturarlo con la lingua e coi denti. Tutto congiurava a farle perdere il
controllo.
"Cre... credo di stare... per venire..." sospirò lei, riconoscendo la
propria sconfitta. Ma era così bello essere sconfitte così, perdendosi nella
lussuria.
"No" rispose lui "devi resistere. Ti dirò io quando venire..." Era un
ordine. "Leccami ancora le labbra" aggiunse. Con quell'uomo anche la propria
resa incondizionata era un obiettivo da conquistare faticosamente.
Il bastardo. Sapeva che imporle di trattenere il piacere era un modo per
moltiplicarlo. La stessa contrazione muscolare che lei trasmise al suo basso
ventre, per cercare istintivamente di ricacciare indietro l'avvicinarsi
dell'orgasmo, andò vicino a scatenarlo, rischiando di provocare l'effetto
opposto. Il suo corpo era una fremente polveriera pronta ad esplodere alla
minima scintilla, alla minima vibrazione. Si concentrò a leccare le labbra
dell'uomo, cercando disperatamente di dimenticare il grosso cazzo che
ritmicamente le rimescolava le carni. Ma non era facile.
"Debbo venire... non ce la faccio più..." implorò.
L'uomo esitò. Ogni millesimo di secondo che passava era una tortura, crudele
e deliziosa, per lei.
"Perché vuoi venire?"
La donna strinse i denti. Capì cosa lui voleva. Qualche frase porca, di
autoumiliazione, che rendesse ancora più bruciante la sconfitta. Non era
quello il problema. Avrebbe detto tutto quello che voleva, senza esitazione.
Il problema era un altro. Dire quelle frasi eccitava tremendamente anche
lei, e temeva che ciò la avrebbe fatta esplodere, nella condizione in cui
era. Peggio ancora, lui le stava chiedendo di idearne una, quindi di
pensarci, quindi di andare con la mente all'immagine e ai significati che
evocava.
"Perché vuoi venire?" insistette lui.
"Perché... perché sono una lurida troia..." rispose lei in un gemito, con i
muscoli del collo indolenziti per lo sforzo di trattenere la mente
dall'indugiare sul concetto
"E cosa ti rende così troia?"
"Tu... tu... e... il tuo cazzo..." Il solo pronunciare la parola "cazzo", in
quelle condizioni, era un pericolo mortale.
"Ripetilo."
"Il tuo... cazzo... mi rende... una lurida troia..."
"Bene. Ripetilo ancora dieci volte. Dieci volte. Io le conterò. Quando dirò
'dieci' potrai venire."
* * * * *
La prima uscita andò benissimo. Non poteva essere altrimenti, e avevo
pregustato per settimane quel momento. Sto parlando dell'occasione in cui,
due giorni prima della partenza, presentai Tiziana ai miei amici. Fino ad
allora avevo parlato di lei in termini molto vaghi, come di una "collega di
università". Quando mi presentai in pizzeria, per la rituale cena
pre-vacanza preparatoria e propiziatoria, con a fianco quello schianto di
figa, le loro facce erano uno spettacolo assoluto.
I problemi temevo di incontrarli nel seguito. Come si sarebbe integrata
Tiziana in un gruppo di giovani che non conosceva? Come l'avrebbero accolta?
I ragazzi bene, ci si poteva contare, ma le ragazze? E lei, come avrebbe
trovato i miei amici? Simpatici o noiosi? Chissà che ambienti frequentava di
solito, e che vacanze faceva di solito.
Invece andò tutto divinamente fin dal principio. Tiziana era simpatica,
allegra, spigliata, loquace, e tutti se ne innamorarono all'istante, anche
le ragazze. Dal canto suo anche lei sembrava trovare assolutamente piacevole
la compagnia. Dava quasi l'impressione che la vita "di comitiva" fosse per
lei un gradito ritorno al passato. Nessuno ci chiese pubblicamente se
stavamo insieme, e noi non facemmo nulla per confermarlo, ma nemmeno per
smentirlo. Più tardi Massimo, uno del gruppo, mi chiamò da parte e mi disse
"Accidenti che sventola! Ma ci stai insieme?" Risposi vago: "Ma no... è
un'amica...", ma con il tono e lo sguardo sornione che diceva chiaramente
"Me la scopo". E non era nemmeno una bugia.
Anche dopo la partenza tutti i miei timori e le mie incertezze svanirono in
una bolla di sapone. Tiziana accettò con la massima tranquillità, come se
fosse assolutamente scontato, di dividere con me una delle camere del
casale, dotata di letto matrimoniale, come facevano le altre coppie. Nessuno
ne sembrò sorpreso, per tutti era la cosa più naturale del mondo. Anche io,
all'esterno, mi comportavo come se fosse così, ma dentro di me stavo
esultando come se avessi appena vinto a Wimbledon. Due settimane,
quattordici notti, a dividere il letto con quella dea. Non riuscivo a
crederci.
Ricordo perfettamente la prima sera di vacanza, quando tutto il gruppo
sembrava ansioso di esplorare la zona e capire cosa offriva in termini di
vita notturna. A me invece non fotteva nulla: avevo un'idea ben precisa, e
tutta mia, della vita notturna che avevo intenzione di fare durante la
vacanza, e non comprendeva locali, discoteche all'aperto e feste paesane. Il
momento che aspettavo da settimane era vicinissimo, stavo fremendo, e quelli
continuavano a girare a vuoto per il circondario senza una meta. "Non
facciamo troppo tardi, ragazzi, via... E' la prima sera... Oggi abbiamo
viaggiato, siamo stanchi... Abbiamo tempo tutta la vacanza per visitare
questi posti..." continuavo a bofonchiare, e i ragazzi, con l'aria di chi la
sa lunga, guardavano sogghignanti me e Tiziana, dalla quale non mi
allontanavo mai. Tiziana stessa sembrava piuttosto divertita.
Quella notte si tolse addirittura lo sfizio di farmi uno scherzo. Si sdraiò
sul letto, nuda, accanto a me, innocente come se fosse mia sorella, e spense
la luce. Non appena provai ad allungare un braccio verso di lei, si
sottrasse dicendo, con la massima serietà: "Dai Roberto, ti prego... E' la
prima sera... Oggi abbiamo viaggiato, siamo stanchi... abbiamo tutta la
vacanza..." Capii che mi stava prendendo per il culo un attimo prima che
scoppiasse a ridere. Allora strinse una mano intorno al mio cazzo che era
durissimo da tutta la serata, e sussurrò "Qui c'è qualcuno che, a quanto
pare, non è poi così stanco per il viaggio..." per poi immergersi
immediatamente con la testa sotto le lenzuola.
Pensavo che l'effetto afrodisiaco di averla accanto nuda potesse attenuarsi
nei giorni. Non successe. Ogni volta che ero nel letto vicino a lei ero
sempre in tiro. Scopavamo tutte le notti, a qualunque ora si andasse a
letto, e tutte le mattine prima di alzarci. Più la scopavo, più mi sembrava
bellissima, più adoravo quel corpo sublime, più ero avido di prenderla
ancora e ancora. Lei faceva commenti ironici sulla mia esuberanza, ma
sembrava tutt'altro che dispiaciuta della superattività erotica cui la
sottoponevo.
Ricordo una mattina in particolare, che seguiva una notte in cui lo avevamo
fatto a lungo e con foga. Al risveglio mi avvicinai a lei, che ancora aveva
gli occhi chiusi, e cominciai a baciarla sul collo, premendo sulla sua
coscia con la mia puntuale erezione.
Schiuse le palpebre e mi sorrise, tenera. Poi mi disse: "Ti prego Roberto.
Stamattina davvero non ce la faccio. Sotto mi sento tutta infiammata. Ieri
sera hai davvero esagerato."
La guardai disperato, anche perché le sue parole avevano amplificato la mia
eccitazione.
"Dai. Ti faccio venire con la bocca. Vedrai che ti piacerà da morire..."
propose.
Non avevo problemi a crederle. Me l'aveva già preso in bocca molte volte,
anche se mai come "servizio completo" fino in fondo, e si vedeva che sapeva
trattare la materia da fuoriclasse. Ma in quel momento, forse proprio per la
sua ritrosia, e per l'esaltazione animale che mi dava saperla "infiammata"
per causa mia, volevo assolutamente la sua fica. Feci una faccia
imbronciata. Lei insistette, con voce maliziosa.
"Non hai idea di quello di cui sto parlando... una sinfonia di labbra,
lingua, bocca... e tette... tutta per te. Una delizia per il tuo cazzo, come
non ne ha mai provate. Devi solo startene tranquillo, a goderti il pompino e
a farti servire. Posso starci un'ora, se vuoi. Ti faccio impazzire di
goduria. Te lo faccio volentieri. Mi piace succhiartelo. Potrai venirmi in
bocca. Sai che non ho ancora assaggiato il tuo sperma? Ne ho una voglia..."
e per dare maggiore suggestione al tutto mi guardava negli occhi passandosi
la lingua sulle labbra. Ma, con sommo egoismo, quella mattina mi ero
intestardito, come un bambino capriccioso.
Sospirò e mi sorrise ancora.
"Ho paura di non riuscire a bagnarmi abbastanza. C'è il rischio di combinare
qualche guaio con lo sfregamento, e di dover poi andare in bianco tutti e
due sino alla fine della vacanza. Capisci cosa voglio dire?"
Non commentai.
"Ma voglio provare a venirti incontro."
Io aspettavo fremente il resto del discorso.
"Devi darmi una lunga leccata... lunghissima e bagnatissima... devi infilare
la lingua dentro più che puoi... Forse così riusciamo a combinare
qualcosa... Ma non ti garantisco niente, chiaro?"
Mi precipitai con entusiasmo sotto le lenzuola e tra le sue cosce. Dentro di
me pensai che il sesso a volte è strano. Avevo rifiutato un super pompino e
mi accingevo felice a leccarle la fica, senza nemmeno la sicurezza di un
premio finale. Ma in un angolo del cervello avevo preso nota che quel tipo
di pompino a cinque stelle era assolutamente da provare. C'erano ancora
molte notti di vacanza...
"D'accordo... proviamo..." mi disse dopo una decina di minuti, quando sembrò
pronta. Le fui subito sopra, ingrifatissimo, ma lei afferrò decisa il mio
cazzo per farlo penetrare lentamente e delicatamente. La sentivo molto
stretta e un paio di smorfie sul suo volto testimoniarono qualche fitta di
dolore. Anche se una parte di me se ne vergognava, tutto ciò mi eccitava
selvaggiamente.
Quando fui finalmente tutto dentro, Tiziana mi cinse il collo con le braccia
e insinuò la sua lingua morbida nella mia bocca, regalandomi un bacio di
dolcezza infinita.
"Non pensare al mio piacere..." mi sussurrò. "Lo sto facendo per te... Pensa
a goderti la mia fica... Scopatela bene... Cerca solo di non tirarla troppo
per le lunghe". Fui fedele alla consegna: l'insieme delle circostanze, la
sua disponibilità a compiacermi anche senza goderne, la sua dolcezza, la sua
passione, mi avevano arrapato oltre ogni limite, e la sensazione della sua
fica forsennatamente stretta intorno al mio cazzo era talmente deliziosa che
venni in lei in meno di un minuto.
Durante la giornata, con l'eccitazione ormai sfogata, mi sentii
tremendamente in colpa per il mio egoismo. Quella sera cominciai a scoparla
con insolita delicatezza. Fu lei a dirmi "Ora sto bene. Scopami forte, porco
che non sei altro. Fammi godere."
Ricordo un'altra notte, verso la fine della vacanza. Eravamo andati tutti
insieme a mangiare pesce, e avevamo un po' abusato del vinello bianco,
fresco e frizzante. Io ero mezzo ubriaco, anche lei sembrava alticcia, e ci
stavamo baciando lingua in bocca sul letto con molta passione. La stanza era
buia, ma fuori era una notte chiara e i raggi lunari filtravano dalla
finestra. Lei teneva le braccia tra i nostri corpi, e con una mano mi
stringeva il cazzo, con l'altra mi carezzava le palle. Io la abbracciavo,
palpandole il culo con le mani, e arrivando fino a stuzzicarle la fica, da
dietro, che sentivo già bagnata.
Con un dito umido, forzai l'ingresso del forellino anale. Lei soffocò un
sospiro, e continuò a baciarmi, smulinando con maggiore entusiasmo la sua
lingua contro la mia. Poi si staccò.
"Cosa fai?" mi chiese.
"Ti sto inculando con un dito..." Anche parlando sottovoce la mia voce
tradiva l'alcool che avevo in circolo.
"E perché?"
"Perché vorrei incularti con un'altra cosa..."
Tornò a baciarmi con passione. Era eccitata. Mossi la punta del dito con
maggiore decisione. Le sue mani continuavano a stringermi il cazzo.
"Davvero vuoi incularmi?" chiese ancora.
"Sì!"
"Certo che sei un bel tipo, lo sai? Non ti basta scoparmi tutte le sere e le
mattine con questo affare sempre dritto. Non ti basta che da quando hai
scoperto i miei pompini mi fai fare pure gli straordinari. Ora anche il culo
vuoi!"
Si sentiva che era eccitata. I nostri respiri erano affannati, e le sue mani
sul mio cazzo sempre più frenetiche.
"Sì! Voglio incularti!" sussurrai ancora. Non ero in condizioni per
argomentazioni più sofisticate, ed ero arrapato come un toro.
"Sei un gran porco!"
Tornò a baciarmi. Era un fuoco. Il suo comportamento non era certamente un
no alla mia richiesta. Persino da semiubriaco era impossibile sbagliarsi.
"L'hai già fatto?" le chiesi, non appena le nostre bocche si staccarono di
nuovo, rendendomi subito conto dell'idiozia della domanda.
"Ma sentilo!" rispose, più divertita che irritata, anche lei con un tono un
po' da alticcia. "Lo volevi vergine? Avevi voglia di fotterti un bel culetto
vergine? Mi dispiace, mio signor porcone, ma devo darti una delusione!"
"No.. è che..." cercai di spiegarmi, "volevo chiederti se... se ti
piaceva..."
Mi baciò ancora. Eravamo entrambi eccitati. Temevo che se avesse continuato
a smanettarmi il cazzo in quel modo, sarei venuto presto, ma non come avrei
voluto.
"Sì... mi piace..." mi disse pianissimo, nell'orecchio. "Mi piace... Sono
felice che me lo hai chiesto... Ho voglia anche io di farmi inculare da
te... Cosa pensi di me? Che sono una troia, vero?"
"Penso che sei la donna che ogni uomo sognerebbe di avere accanto. Sei
bellissima. A letto sei divina. Sei..."
"Vedo che hai capito quello che devi fare se vuoi essere accontentato..."
disse ironica.
"Cosa?"
"Leccarmi il culo. Leccarmelo molto bene..."
Così, quella sera, mi tolsi anche lo sfizio di incularmi quella donna da
sogno. Esperienza indimenticabile. Eccitante, intensa, profonda, condivisa.
Tutto era eccezionale, le sensazioni, la situazione, la tensione, il
peccato. Soprattutto lei era divina.
Ripercorsi ogni singolo istante con la mente, dopo, mentre ero a fianco a
lei, che era ancora stesa a pancia sotto, e le carezzavo i capelli profumati
e la curva elegantissima della schiena, che culminava in quel culo
spettacolare che era appena stato mio. "E' tutto troppo bello. Troppo bello"
dissi piano, parlando più a me stesso che a lei.
"Non pensarci..." rispose lei, seria. La testa sprofondata nel cuscino.
"Perché?"
"Perché le cose belle finiscono."
Rimossi immediatamente quella frase dalla mia mente, e me la spassai senza
pensieri per gli ultimi residui giorni di vacanza. Ma il ricordo di quelle
parole tornò improvvisamente attuale, appena tornati in città.
* * * * * (Quarta
parte) Secondo quello che era ormai un rituale abbastanza
consolidato, la donna gli aveva chiesto, docile e sottomessa, di essere
sculacciata. Era ormai assuefatta al gusto sottile e perverso di quella
pratica, che abbinava al blando, ma piccantissimo, dolore fisico, una
cocente umiliazione che la scuoteva nel profondo del suo essere.
Inizialmente era stato l'uomo ad imporle quel trattamento, giustificando la
"punizione" con pretesti sempre meno credibili. Ma presto la donna scoprì il
gusto assurdo e perverso di essere lei stessa a chiedere, magari a
implorare, di subire quella umiliazione.
Quel giorno l'uomo l'aveva accontentata senza la minima parsimonia, né nella
quantità dei colpi, né nella violenza degli stessi, e lei lo aveva più volte
ringraziato per questo.
Il trattamento era finito e la donna era rimasta nella stessa posizione
carponi sul letto, con i glutei irregolarmente chiazzati di viola e rosso
acceso e le labbra della fica schiuse che piangevano lacrime di rinnovata
eccitazione. L'orifizio anale palpitava leggermente, quasi cosciente del
fatto che si avvicinava il momento in cui sarebbe stato pienamente coinvolto
nella festa.
L'uomo trasse dalla sua borsa una scatolina di legno, un po' più grande di
un portapenne, e la porse alla donna, facendole segno di aprirla. La donna
eseguì, senza cambiare posizione, restando poggiata su ginocchia e gomiti.
Nella scatola c'erano cinque palline nere, tenute insieme da una cordicella.
Riconobbe subito di cosa si trattava. Palline anali. Ne aveva un set a casa,
regalatole dall'uomo tempo addietro, che erano state protagoniste di diversi
giochi stuzzicanti. Lui a volte le chiedeva di indossarle la mattina, prima
di uscire di casa, e tenerle durante tutte le attività giornaliere. Era una
sottile tortura incontrare gente, parlare, camminare, sedersi, fare finta di
nulla, mentre le palline si muovevano nel suo retto, donandole quelle strane
piacevoli sensazioni interne e soprattutto distogliendo continuamente la sua
mente dagli affari quotidiani per dirottarla verso pensieri erotici. Aveva
rapidamente imparato come quei giorni fosse indispensabile per lei portarsi
dietro un paio di mutandine di riserva, da indossare quando le prime fossero
state fradicie dei suoi umori.
L'uomo la chiamava al telefono, la sera, per farsi raccontare la sua
giornata con le palline nel culo. Poi rimaneva in linea, mentre lei se le
toglieva, ascoltando da lei tutti i particolari dell'operazione. Infine,
sempre per telefono, la pilotava con la voce mentre lei dava finalmente
sfogo alla sua eccitazione.
Queste palline nere erano del tutto simili a quelle, argentate, che già
aveva. Ma erano notevolmente più grandi, forse anche una volta e mezzo più
larghe rispetto alle altre. Le dimensioni, stimò, di una pallina da ping
pong. Messe in fila, una a fianco all'altra, avevano un ingombro
paragonabile a quello di un cazzo importante. Un grosso cazzo nero. Per un
attimo immaginò cosa avrebbe significato passare una giornata con quella
specie di enorme cazzo snodabile nel culo, fatto di palline che sfregavano
tra di loro e contro di lei. Un cazzo abbastanza lungo da darle
l'impressione di arrivarle fino in gola. Immaginò il rimescolamento interno
che le avrebbe procurato ad ogni minimo movimento, ad ogni respiro. Sarebbe
stato impossibile simulare indifferenza. Avrebbe avuto un lago tra le cosce
per tutto il tempo. Una sequenza ininterrotta di situazioni imbarazzanti e
umilianti, con le persone che avrebbe incontrato. Un brivido di eccitazione
la scosse.
"Dai, provale" le disse l'uomo, porgendole un tubetto di crema lubrificante.
Sarebbero state piuttosto dolorose da infilare. Ancora più dolorose da
estrarre, soprattutto se lui avesse voluto giocare a tirarle via
velocemente, con piccoli strattoni decisi alla cordicella, come amava fare a
volte con quelle più piccole. La cremina era irrinunciabile.
"Vuoi mettermele tu?" chiese la donna, inarcando la schiena e offrendosi.
"No. Fai da sola. Voglio guardarti mentre lo fai." rispose l'uomo.
"Eventualmente" aggiunse poi, "ti aiuterò a toglierle".
* * * * *
"Roberto, non possiamo vederci più. La vacanza è stata bellissima, tu sei
stato meraviglioso, ma adesso ognuno di noi deve tornare alla propria vita.
Io ho una mia vita, e tu ne hai una tua."
Così mi disse al telefono, il giorno dopo il nostro ritorno. "Io ho una mia
vita e tu ne hai una tua." La mia vita... Per due settimane mi era piaciuto
fantasticare, immaginandola con lei. Ora con quelle parole la stava
svuotando di ogni colore.
Non mi arresi senza combattere.
"Non capisco perché... Cosa c'è di male se continuiamo a vederci?"
"Credimi. Dispiace a me quanto a te. Ma ti assicuro che non è possibile."
"Perché dovrebbe essere impossibile? Eppure ci vedevamo prima della vacanza.
O mi sbaglio? Cosa è cambiato?"
"Non 'ci vedevamo'. Ci siamo visti. Un paio di volte, nell'arco di dieci
mesi. Che senso avrebbe adesso una cosa del genere? Dammi retta, Roberto, è
meglio così. Chiudiamola senza drammi, e conserviamo un bellissimo ricordo
l'una dell'altro. Non roviniamo tutto trascinando avanti una storia che non
ha nessuna possibilità."
Fu come quei cazzotti devastanti che prendono a volte i pugili. Quelli con
l'effetto ritardato.
I primi giorni ci fu solo una vaga tristezza, una specie di retrogusto di
malinconia che accompagnava la mia giornata, ma la vita sembrava scorrere
normalmente. Poi arrivò la botta forte. Non riuscivo a sopportare l'idea di
averla persa. Era proprio una sensazione di intollerabile dolore fisico, di
rabbia repressa, di disperazione. La notte mi si presentavano davanti agli
occhi le immagini dei nostri momenti di sesso. Per due settimane mi ero
abituato ad averla accanto, a sentire la vicinanza del suo corpo, sempre
caldo, disponibile, profumato. Rivivere con la memoria quei momenti mi
eccitava, ma non osavo toccarmi, quasi fosse una profanazione di quei
ricordi. Così, giorno dopo giorno, il dolore della mancanza era moltiplicato
dal desiderio fisico, sempre più incontrollabile, di possederla ancora.
Cominciai a non mangiare, a non dormire, a perdere interesse in tutto. I
classici sintomi dell'amore perduto, cantati da migliaia di canzonette
insulse, ma che poi sono sempre tremendi quando te li ritrovi tra capo e
collo.
In tutto questo c'era una sola parola, una sola domanda, che continuava a
rimbalzarmi nella testa. "Perché". Perché dovevo perderla? Cosa aveva di
così speciale, di così particolare, di così esclusivo, la "sua vita", per
non avere un misero angolino anche per me?
Mi accorsi che della sua vita non sapevo niente. Non sapevo nulla di chi
fosse, di cosa facesse. Tutte le volte che più o meno per caso era venuto
fuori il discorso sul suo lavoro, anche tra gli amici in vacanza, Tiziana
glissava. Era "impiegata" in una "piccola azienda", diceva col tono di chi
affronta un argomento sgradito, scoraggiando chiunque dal chiedere ulteriori
informazioni.
Decisi che ne dovevo sapere di più. Era l'unico modo per uscire dall'apatia
che mi aveva preso, e che mi impediva di dedicarmi ad ogni altra attività
della mia vita. Così cominciai come un pazzo a seguirla nei suoi
spostamenti, con discrezione, da casa al lavoro, facendo molta attenzione
che lei non se ne accorgesse. La cosa andò avanti per qualche settimana. Non
ci misi molto a capire la situazione, e quello che scoprii mi fece ancora
più male.
Fu inevitabile decidere di affrontarla, di parlarle, di chiederle
spiegazioni. Conoscevo bene i suoi orari e sapevo quando rientrava dal
lavoro. Pensai che aspettarla sotto casa fosse la soluzione migliore.
Era una sera grigia. Tirava una fastidiosa tramontana che strappava le prime
foglie gialle dagli alberi, spazzando via dall'aria tutti i rimasugli
dell'estate. Avevo progettato di aspettarla in macchina, ma non trovai un
posto da cui fosse possibile controllare il suo portone, per cui fui
costretto a parcheggiare lontano e ad aspettarla all'aperto. Cominciò a
piovere, prima piano poi a dirotto. Stringersi contro il muro, sotto il
cornicione, era quasi inutile. La pioggia cadeva a vento. Il tempo passava,
cominciava a fare buio, e lei non si vedeva. Di solito a quell'ora era
rientrata da un pezzo. I miei abiti erano sempre più intrisi di pioggia, ma
ricacciavo continuamente indietro la tentazione di andarmene.
Pioveva forte. Proprio come il giorno in cui la conobbi.
Finalmente scorsi da lontano la sua figura elegante che si avvicinava,
riparata dall'ombrello. Si accorse di me all'ultimo momento, e restò
sorpresa.
"Roberto! Ma cosa fai qui, sotto la pioggia?"
"Ti aspettavo..."
"Ma sei pazzo? Sei bagnato fradicio..."
"Dovevo parlarti..."
Non andava bene così. Era tutto sbagliato. Lei doveva essere umiliata e
confusa, non gentile e materna. E io dovevo essere quello "superiore", nei
modi e negli atteggiamenti, non fare la figura del coglione zuppo che se ne
sta per ore sotto la pioggia ad aspettarla. Ma ormai non potevo tornare
indietro.
* * * * *
Le palline nere, probabilmente ancora tiepide e odorose, giacevano
indisturbate in un angolo del pavimento. Avevano svolto la loro parte ed ora
se ne stavano lì per terra, dimenticate. Sul letto l'uomo aveva dato inizio
all'atto finale del loro incontro spingendo il suo grosso cazzo
nell'orifizio anale di lei, reso accogliente dai giochi precedenti, ed ora
stava sodomizzandola a buon ritmo.
Lei subiva quell'assalto, come sempre, docile e disponibile.
Quell'atto era lo stadio estremo del rituale che si ripeteva ogni volta che
si incontravano, il culmine del processo di dominazione di lui su di lei, e
il gradino più basso della sua umiliazione, della sua degradazione a
giocattolo erotico, della progressiva perdita di tutti gli orpelli dell'io,
come in una danza dei sette veli, che era alla base del suo piacere
perverso. La sodomizzazione era l'atto che simbolicamente violava il più
profondo del suo essere. Ma era anche la fine, il non plus ultra, il punto
oltre il quale non si poteva andare nella dominazione di un'altra persona, e
l'orgasmo che ogni volta l'uomo riversava copioso nelle sue viscere era in
un certo senso una resa finale a quelle colonne d'Ercole che non potevano
essere oltrepassate.
Così, perlomeno, la spiegava lui. Per lei era molto più semplice. Le piaceva
e basta. Le piaceva perché era un modo totale e incondizionato di offrirsi a
lui. Le piaceva perché sentiva che era qualcosa di molto porco, di molto
proibito, che le faceva vibrare corde fisiche, emotive e mentali, che lei
sentiva essere peccaminose, diaboliche. Le piaceva perché lui veniva così,
fottendola nel culo, e lei adorava sentire il corpo di lui, adagiato sulla
sua schiena, che si scuoteva nell'orgasmo, i suoi sospiri sulla sua nuca, e
le vibrazioni convulse del suo grosso cazzo che eruttava fiumi di lava
tiepida dentro di lei.
Le piaceva perché lui, mentre la inculava, le sussurrava frasi porche
all'orecchio, e le suggeriva altre frasi da dire, o da urlare, sempre più
porche. Le piaceva perché lui, anche mentre era occupato ad affondare con il
cazzo nelle sue viscere, continuava a giocare crudelmente con il suo
piacere, masturbandola, pizzicandole i capezzoli, ordinandole di
masturbarsi, fermando sempre tutto un attimo prima dell'orgasmo. Lasciando
così che fossero i suoi colpi possenti nel culo, che inevitabilmente si
riflettevano sulle zone sensibili del pube, a scatenarle orgasmi sofferti e
brucianti. Spesso in coincidenza, o subito prima, del proprio.
Le piaceva essere inculata. Le piaceva troppo.
* * * * *
Mi ritrovai così a casa sua, seduto su una poltrona, di fronte a lei che dal
divano mi guardava seria. Avevo rifiutato sdegnosamente le sue offerte di
qualcosa di caldo da bere, in un maldestro tentativo di recuperare un
briciolo di sprezzante alterigia. Ma stava andando tutto storto. Ero
infreddolito e bagnato, fuori e dentro. Dovevo parlare, ma non sapevo da che
parte cominciare. Ci pensò lei.
"Allora? Cos'hai scoperto che ti ha sconvolto tanto?" mi chiese, in tono
neutro.
Cercai di far fiammeggiare un filo di rabbia dentro di me, e di mettere
disprezzo nella voce.
"Il tuo capo. Hai una storia con il tuo datore di lavoro. Non mi aspettavo
da te una cosa del genere. E' così... squallida..."
"Non ho una storia con il mio datore di lavoro. Sono impiegata nell'azienda
del mio amante."
"E che differenza c'è?" chiesi, sprezzante. Ma lei restava calma e seria.
"Era il mio amante già prima che lavorassi per lui. Mi ha assunta perché
voleva che fossi economicamente indipendente. A casa mia non erano molto
d'accordo che continuassi a vederlo."
"Indipendente? Strano modo di definire una mantenuta..."
Anche questo colpo basso andò a vuoto.
"Mi guadagno fino all'ultimo centesimo del mio stipendio, e forse anche
qualcosa in più. Evidentemente non ti sei informato così bene come dici. Mi
occupo di tutta la parte commerciale e di marketing. Siamo al terzo posto in
Italia, nel nostro settore. Quando sono entrata in azienda non eravamo
nemmeno tra i primi dieci..."
"A dire il vero non so nemmeno di che azienda si tratti... non era questo
che mi interessava..."
"E' una casa editrice..."
"Di riviste porno, immagino..."
Non si scosse di un millimetro.
"Il grosso del fatturato lo facciamo con testi di preparazione ai concorsi
pubblici, compendi per le scuole superiori, temi svolti, versioni
tradotte... è roba che va letteralmente a ruba. Abbiamo anche delle
collane... Esoterismo, psicologia del profondo, filosofie orientali,
medicina alternativa, mitologia e.. sì, se vuoi saperlo, c'è anche una
collana di saggi sull'eros e di narrativa erotica. Non ci si guadagna
granché, con queste cose. Si coprono appena i costi. Servono più che altro
per l'immagine. E poi lui ci tiene a mantenerle..."
Ecco che "lui" finalmente veniva chiamato in causa.
"Lo ami?" chiesi a bruciapelo.
Sospirò. "Non lo so. Non lo so. L'amore..." sospirò ancora. "Questa è una
cosa diversa. Diversa da quello che si intende di solito con quella parola.
Non so come chiamarla. Non è meno intensa, anzi... Forse lo è ancora di più.
Ma l'amore è un'altra cosa. Almeno, credo."
"Capisco... E' una cosa tutta di sesso... tutta fisica... "
"Oh, no. Tutt'altro. La componente mentale, emotiva, è potentissima. C'è un
legame psicologico molto profondo. Però ovviamente è anche molto fisica..."
"Ma allora quello che facevi con me..."
Mi interruppe subito.
"Quello che ho fatto con te è sempre stato bellissimo. Mi piaci molto. Solo
che non volevo, e non voglio, rinunciare a lui. Ma ho capito che non potevo
importi la sua presenza nella mia vita, né potevo continuare di nascosto da
te. Non avresti meritato una cosa del genere. Non credere che non mi sia
dispiaciuto perderti..."
Non dissi niente. Lei continuò.
"La colpa è mia. Non dovevo accettare di venire in vacanza con te. Avremmo
continuato a vederci ogni tanto, con reciproco piacere, senza casini..."
"E lui? Non gli interessa se scopi con altri?"
"Per niente. Sostiene che quello che ci lega è talmente profondo che è
impossibile che venga disturbato da rapporti... normali. Se non fosse così
discreto credo che addirittura mi incoraggerebbe. E' convinto che niente e
nessuno riuscirebbe a coinvolgermi così nel profondo, a creare qualcosa di
paragonabile a quello che c'è tra me e lui. All'inizio mi seccava questa
non-gelosia. Ma adesso la capisco. Provo per lui la stessa identica cosa."
"Oh, immagino..." misi nelle mie parole tutto il sarcasmo possibile. "Il
grande maestro dell'eros non teme rivali..."
"Non è questo il punto" rispose calma. "E' una cosa che riguarda entrambi.
La sintonia che c'è tra me e lui è qualcosa di assolutamente raro. Sarebbe
impossibile anche per lui ricreare qualcosa di paragonabile con un'altra
donna. Ho faticato a capirlo, all'inizio, e ci ho sofferto. Ma adesso so, e
lo so per esperienza diretta, che quando due persone si appartengono, in
modo così profondo, non c'è niente che possono fare, loro stessi o il resto
del mondo, per spezzare questo legame. Anche se lo desiderassero. Anche
provandoci con tutta l'anima."
"Ma che futuro può avere questa cosa... nella tua vita?"
"Di cosa parli? Di matrimonio? Di famiglia? Di figli? Ho solo 26 anni... ho
tutto il tempo, se un domani ne sentirò l'esigenza. Adesso è lui che voglio,
e non intendo rinunciarvi. Perché dovrei?"
Non avevo scampo. Mi sentivo come una mosca dentro un bicchiere rovesciato.
Dovunque provassi ad andare, finivo per sbattere il muso e ricadere a terra.
Guardai Tiziana negli occhi, e mi resi improvvisamente conto che
l'espressione del mio volto tradiva la mia disperazione.
Fu allora che lei si alzò in piedi, con una luce strana nello sguardo.
"Questi vestiti..." sussurrò sottovoce, "sono così umidi di pioggia..."
Lentamente, con indifferenza, cominciò a spogliarsi davanti a me. Uno ad
uno, i capi che indossava volarono morbidi sul pavimento. Continuava a
guardarmi con un sorriso perverso, mentre si liberava anche della biancheria
intima, restando con le sole autoreggenti nere, sexy più che mai davanti ai
miei occhi stravolti.
Tornò a sedersi, e sollevò lateralmente un ginocchio fino a portare il piede
sul cuscino del divano, spalancando le cosce. La mano cominciò ad
accarezzare voluttuosamente il suo sesso che si affacciava tra i peli neri,
mentre gli occhi, morbosamente vogliosi, continuavano a fissarmi.
"Vieni Roberto..." mi disse, invitante. "Non te ne stare lì... Vieni vicino
a me... Divertiamoci un po'..."
Dentro di me si agitava una tempesta indescrivibile. Avevo davanti il corpo
che tanto piacere mi aveva dato, e tanto dolorosamente mi era mancato in
quelle ultime settimane. Avevo passato notti insonni a pensare che avrei
dato tutto me stesso per averla di nuovo.
"Coraggio, Roberto... So che ne hai voglia... Desidero essere tua, ancora
una volta... Non puoi resistere... Sai bene quanto posso farti godere..."
insisteva Tiziana, bellissima più che mai, con il suo splendido corpo nudo
che mi reclamava.
Eppure c'era qualcosa che mi bloccava. Qualcosa che ribolliva furiosamente
dentro di me e che diceva "No!". C'era un'onda che cresceva, si amplificava,
e urlava sempre più forte "No! No! NOOOO!"
Mi alzai in piedi. Camminando come uno zombie mi diressi verso la porta. Mi
sembrava sovrumano lo sforzo di mettere un piede davanti all'altro. I
muscoli del collo facevano male per quanto erano tesi, a mantenere la testa
bassa, per evitare che i miei occhi si posassero ancora sull'abisso della
sua bellezza, per evitare di decifrare gli inviti sempre più irresistibili
di quel demonio di donna. Afferrai la maniglia. Ce l'avevo quasi fatta.
Chiusi la porta alle mie spalle e mi precipitai giù per le scale, come se un
esercito di spettri mi inseguisse. Ma ogni metro che percorrevo mi sentivo
più sicuro, e mi ritrovai pervaso da un'euforica insensata esultanza.
Percorsi sotto la pioggia battente, ma senza nemmeno accorgermene, il
tragitto sino alla mia macchina. Finché una volta dentro, stringendo
convulsamente il volante tra le mani, esplosi in un urlo selvaggio, seguito
da una risata isterica. Mentre ridevo, l'acqua piovana gocciava dalle
ciocche dei miei capelli e mi bagnava il viso. Finalmente ero libero.
Quell'esperienza mi segnò profondamente. Non credo molto a queste cose, ma
se dovessi scegliere il momento che ha marcato il mio passaggio da "ragazzo"
a "uomo", sicuramente punterei su quella sera piovosa. Scoprirmi capace di
quel "no" mi fece capire molto di me stesso, della mia forza e, forse ancora
di più, delle mie debolezze. E' quel conoscersi, nel bene e nel male, che ci
rende sicuri e affidabili.
Quel giorno imparai molto, di me, degli uomini, delle donne, e quello che
imparai mi fu guida preziosa nei successivi rapporti con l'altro sesso, che
pur con gli inevitabili alti e bassi, sono stati sempre piacevoli e
appaganti.
Per questa ragione, anche se non l'ho mai più rivista, non conservo un
brutto ricordo di Tiziana. Anzi le sono grato, non solo per gli stupendi
momenti passati con lei, non solo per le emozioni intense che mi ha
regalato, ma anche per quello che senza volerlo mi ha insegnato.
In certi momenti arrivo addirittura a provare un pizzico di rimorso per come
la lasciai, quel giorno. Non deve essere capitato spesso a una donna così
bella, di essere piantata in asso in quel modo, nuda, dopo essersi
esplicitamente offerta. Anzi sono sicuro, e lo penso con un pizzico di
orgoglio, che nessun altro, a parte me, può averle mai fatto questo
affronto. Forse, poverina, in fondo non se lo meritava.
Beh, ormai... se ne sarà fatta una ragione.
* * * * *
Mentre pensava quelle cose, un'imprevista associazione di idee spinse la
donna a ricordare una persona. Quel ragazzo con cui era stata una volta in
vacanza. Quello che sul lettone della stanza di un casolare in Maremma, in
una notte d'estate piena di grilli e di luna, prima di possederla analmente,
le aveva chiesto timido se quell'atto le piaceva.
Roberto.
In un breve istante, la sua mente ripercorse tutta la sua storia con lui. La
memoria indugiò sull'ultima volta che si erano visti, quando lei, offrendosi
con spudoratezza, aveva volontariamente, quasi scientificamente, provocato
nel ragazzo un'orgogliosa reazione di rigetto, spingendolo a rifiutarla una
volta per tutte, e uscendo così per sempre, senza dolorosi strascichi, dalla
sua vita.
Roberto.
Come in un flash rivide le immagini della scena. Lei sul divano che si
accarezzava il sesso, sussurrandogli proposte sfacciate con voce grondante
di lussuria, e lui che a capo chino, inciampando, scappava verso la porta, e
poi giù per le scale.
Ricordò le sensazioni contrastanti che aveva provato in quel momento. La
soddisfazione per essere riuscita nel suo intento, la tristezza per quell'addio,
il senso di colpa per averlo ingannato con quella sceneggiata, ma anche una
sensazione di lancinante umiliazione per essere stata rifiutata, quasi
schifata, pur offrendosi così apertamente. Umiliazione che i suoi gusti
particolari e perversi avevano trasformato in una vampata di eccitazione,
che aveva poi trovato sfogo, dopo che il ragazzo aveva chiuso la porta alle
proprie spalle, in un'infuocata sessione di autoerotismo. Una specie di
sbronza erotica in cui annegare ogni cosa.
Per un attimo il ricordo di Roberto, cui era stata sinceramente affezionata,
le provocò una strana fugace sensazione. Una pallida ombra di malinconia,
venata da un filo leggero di rimpianto. Qualcosa di troppo tenue per essere
meglio individuato e definito.
Proprio in quel momento, l'uomo che la stava sodomizzando venne dentro di
lei, scatenando di riflesso l'orgasmo della donna. L'onda impetuosa del
piacere travolse Tiziana e la sommerse, trascinando tutto via con sé.

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